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giovedì 24 maggio 2018

Questioni giuridiche in caso divorzio affidamento figli e libertà di religione

Risultati immagini per figli affidamentoTrascrivo un articolo che potete trovare in questi giorni nel link laterale notizie dall'Italia. Vista la particolare pertinenza degli argomenti lo sottoponiamo alla fratellanza per tutte le considerazioni del caso.

questo è il link  potete trovare l'articolo originale.

Se uno dei genitori cerca di dissuadere il figlio dal cattolicesimo per instradarlo verso un altro credo religioso può farlo? Decide il padre o la madre sui principi religiosi da impartire al minore?
Marito e moglie si separano. Il figlio va a vivere con la madre ma questa, dopo il divorzio, decide di abbracciare un’altra religione, passando dal cattolicesimo a quella dei Testimoni di Geova. Così il sabato sera, nelle riunioni al Tempio, porta con sé anche il ragazzo ancora minorenne. Quest’ultimo, però, dopo aver passato anni nelle chiese cattoliche mostra di non gradire il cambiamento e partecipa al rito in modo seccato e imbarazzato. Lo viene a sapere il padre che, per reazione, intima all’ex moglie di astenersi da qualsiasi opera di conversione religiosa. La donna invece non ci sta: sostiene che, in quanto contitolare della potestà genitoriale, ha tutto il diritto di offrire al figlio una alternativa alla religione più comune in Italia. Chi dei due ha ragione? Si può convertire un figlio a un’altra religione? La questione è stata affrontata dalla Cassazione poche ore fa [1]. Ecco qual è l’insegnamento di questa nuova sentenza.

Quando si verificano dei contrasti tra i genitori sull’indirizzo dell’educazione da dare al figlio minorenne, in assenza di accordo tra i due a decidere è il tribunale. In particolare il padre o la madre può rivolgersi al giudice e chiedergli di adottare la decisione che ritiene più conveniente: non una terza via, ma una delle due in discussione. Nel decidere, il tribunale deve attenersi a un unico parametro: il miglior interesse del minore. Non rilevano eventuali convinzioni religiose o principi morali dei genitori. La questione, di recente, si sta ponendo sempre più spesso con riferimento alla dieta del figlio, tra onnivori, vegetariani e vegani che si scontrano su quale sia la migliore alimentazione da dare ai ragazzi nell’età della crescita.

Allo stesso modo, se un genitore vuol convertire il figlio alla propria religione, quando il minore è sempre stato abituato a un altro credo, non può non tenere conto dell’eventuale disagio da questo manifestato. Ed è perciò che il giudice deve chiamare in gioco i servizi sociali o lo psicologo affinché, dopo una attenta valutazione delle reazioni del giovane, possano esprimere il loro parere in merito, tramite una relazione scritta da depositare agli atti del procedimento civile.

Secondo il tribunale di Roma, il genitore non può imporre al minore la sua nuova religione se questa lo danneggia nella crescita e può compromettere il suo equilibrio emotivo.

Ciò non vuol dire un’astensione totale dal proselitismo, ma neanche una assillante pretesa, né tantomeno una costrizione. Il bambino deve essere messo nella condizione di poter decidere da sé. E se è ancora immaturo per farlo, bisognerà scegliere la via meno traumatica, quindi quella tradizionale nella quale è stato già instradato. La consulenza psicologica insomma definirà se il genitore sta adottando tecniche di convinzione troppo “pervasive” o meno. Non giova al genitore invocare la libertà di religione tutelata dalla nostra Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti umani: il perseguimento del superiore interesse del minore, con l’obiettivo di una crescita sana ed equilibrata, può anche comportare l’adozione di provvedimenti che riducono libertà individuali dei genitori se il relativo esercizio può danneggiare la salute psico-fisica e lo sviluppo del minore.

Un’ordinanza della Cassazione di un paio di anni fa ha stabilito che, se uno dei due coniugi decide di cambiare religione (nel caso di specie divenuto testimone di Geova), l’altro non può per questo chiedere la separazione con addebito né tantomeno l’affidamento esclusivo dei figli [2].

Richiamiamo infine una ordinanza del tribunale di Prato [3] che ha offerto una interpretazione molto rigorosa della problematica. Secondo i giudici toscani, ferma restando la libertà di ciascun genitore di scegliere il proprio credo, quando questa può essere destabilizzante per il figlio quest’ultimo può essere affidato all’altro genitore. Si leggono nel provvedimento testuali parole: «In tema di separazione giudiziale dei coniugi, posto che l’affido condiviso deve escludersi quando possa essere pregiudizievole per l’interesse dei figli minori, deve disporsi l’affido esclusivo del minore – nella specie di cinque anni di età – al genitore in grado di assicurargli un modello educativo predominante idoneo a garantirne un regolare processo di socializzazione, e consentirgli l’acquisizione delle certezze indispensabili per una crescita equilibrata, qualora l’altro genitore – nella specie la madre -per aver abbracciato una nuova religione, quella dei testimoni di Geova, si presenta destabilizzante per il minore stesso, prospettando un modello educativo tale da renderne impossibile una corretta socializzazione».


12 commenti:

  1. Difficile stabilire se il caso in questione abbia preso in considerazione realmente il bene del bambino.
    Mi resta strana la motivazione di scegliere "un modello educativo predominante idoneo a garantire un regolare processo di socializzazione" per concedere l'affidamento esclusivo a uno dei due genitori.
    A meno che la madre in questione non abbia usato un approccio educatino fanatico avrei visto più equilibrio nel lasciare che il figlio godesse di una doppia linea d'insegnamento religioso, per poi decidere una volta più maturo. Togliere un bambino di 5 anni alla madre, quello si che mi sembra molto destabilizzante.

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  2. Barnaba in questo caso devo darti ragione. Escludendo comportamenti fanatici che la sentenza esclude ci sembra una mannaia giudiziaria intervenire sulla madre perché porta alle adunanze un bimbo di 5 anni perché questo impedisce una corretta socializzazione. Non sono convonto che il contesto sociale corretto possa essere stabilito da un giudice. Come potrebbe decidere in situazioni più complesse come famiglie extracomunitarie o ROM? Detto questo peró non sono così sicuro che con il passare degli anni non gli verrano richieste scelte che non gli competono.
    Spesso in queste condizioni difficili per favorire la fidelizzazione vengono accelerate le procedure di inclusione con tutte le complesse ripeccussioni che conosciamo bene.

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    1. Osservatore Esterno25 maggio 2018 11:00

      Non è solo la questione delle adunanze che impedisce una corretta socializzazione, ovviamente.
      Il contesto sociale non è "deciso" dal giudice, in questo caso il giudice, in base alle consulenze, decide che è più equilibrato per la crescita del bambino che non subisca destabilizzazioni ulteriori, ricordiamo che sta dovendo già affrontare la separazione dei genitori.
      Il percorso di conversione ai TdG comporterà che il bambino venga escluso da tutte le feste dei compagnetti a scuola, che veda tutti gli altri bambini che non siano figli di TdG come "cattive compagnie" e che impieghi il tempo libero ad accompagnare la madre nell'opera di proselitismo.
      Se tale percorso è "traumatico" per un bambino nato e cresciuto nei TdG figurarsi per chi non lo è. Un conto è fare questi cambiamenti in età adulta, un altro conto è imporli ad un bambino che non capirà le motivazioni (non le capiscono neanche gli adulti, se proprio vogliamo dirla tutta) ma gli verrà detto "Geova vuole così" e basta.
      I giudici ormai conoscono benissimo questi argomenti e, per casi di cui sono a conoscenza, quando si arriva davanti ad un giudice e si menziona la questione la risposta è "ho capito tutto".

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    2. Una doppia linea d'insegnamento religioso non permetterebbe certi estremismi perché anche l'altro genitore avrebbe pieno diritto di insegnargli la sua religione, quindi se il tdg vuole iscriverlo alla scuola teocratica e fargli uno studio biblico, l'altro lo iscriverebbe a catechismo e gli permetterebbe compleanni, natale ecc.
      Il battesimo sarebbe escluso fino a maggiore età in entrambi i casi.
      Diverrebbe un percorso di conoscenza, com'è giusto che sia, ma non di conversione.

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    3. Posso essere anche d’accordo che ci possono essere elementi potenzialmente pericolosi un po’ come accade quando si abbracciano religioni settarie, magari il giudice ha intravisto elementi che possono essere reputati religiosamente fanatici nelle scelte della donna. Ci sono però leggi universali esistenziali che non possono essere oggetto di giudizio. Il mio sospetto è che dietro a questa sentenza ci sia la volontà di scegliere il bene migliore del bambino. Quindi mi chiedo rovesciando le posizioni se il marito fosse stato un fervente testimone di Geova e la donna una buona gitana che minacciava di portare il bimbo al campo rom che giudizio avrebbe dato?

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    4. Osservatore Esterno30 maggio 2018 10:55

      Barnaba, sappiamo bene che non è così, inutile nascondersi dietro la teoria. Il percorso nei TdG non prevede mezze misure ne "compromessi" e tale rigido indottrinamento potrebbe essere aggravato dal grado di "fanatismo" del genitore TdG in questione.
      Vero è che tale fanatismo potrebbe essere riscontrato anche in un genitore cattolico, ma sappiamo benissimo quanta percentuale di possibilità ci sia che accada una cosa del genere e, in ogni caso, ci sono gli specialisti che dovranno valutare la questione e consigliare il giudice a prendere la decisione migliore.
      In questo caso, da quello che leggo, la decisione migliore pare essere lasciare crescere il bambino come ha fatto finora, senza destabilizzarlo ulteriormente, oltre la separazione dei genitori che è già abbastanza traumatica.

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    5. Sarà che personalmente ho avuto un genitore tdg e uno cattolico ma penso che un doppio percorso religioso sia possibile.
      Per il caso in questione ovviamente non sappiamo le molte questioni implicate, ritorno al mio primo commento:
      "Difficile stabilire se il caso in questione abbia preso in considerazione realmente il bene del bambino.
      Mi resta strana la motivazione di scegliere "un modello educativo predominante idoneo a garantire un regolare processo di socializzazione" per concedere l'affidamento esclusivo a uno dei due genitori. 
      A meno che la madre in questione non abbia usato un approccio educatino fanatico avrei visto più equilibrio nel lasciare che il figlio godesse di una doppia linea d'insegnamento religioso, per poi decidere una volta più maturo. Togliere un bambino di 5 anni alla madre, quello si che mi sembra molto destabilizzante."

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  3. Qualcuno di voi ricorda il caso Mortara? Un bambino ebreo tolto alla famiglia e affidato alla chiesa perché la governante l'aveva battezzato temendo stesse per morire...
    Modello educativo dominante.

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  4. Caso che ho sentito qui. Lei conosce i tdg dopo la separazione di suo marito e con lei figlio di 10 anni. Il padre abita a 200 km di distanza. Quando il padre vuole il figlio a casa non glielo mandano perché dicono che perderebbe le adunanze. Si va in causa e il figlio preso a testimoniare dice chiaramente che non vuole perdere le adunanze. Il processo è ancora in corso...
    Alen

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    1. E qui fossi il padre mi arrabbierei non poco..
      Non solo ha diritto di vederlo, ma anche di portarlo in chiesa o alla partita se vuole.

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    2. @Barnaba noi partiamo da un presupposto di ragionevolezza che non esite in questi casi. Ti posso assicurare che c'è una prassi legale per preparare i genitori TdG che lo chiedono nelle cause di affidamento dei figli che tu nemmeno immagini (se lo ritrovo la filiale aveva preparato un trattato apposito per le audizioni dei figli). Sarebbe tutto semplice se si consentisse una "educazione religiosa" ad entrambi ma non il proselitismo. Sappiamo bene però che si verificano due scenari, ovvero i figli in queste situazioni diventano le pedine di una partita a scacchi tra i genitori in cui l'aspetto religioso è a volte marginale e/o il fatto che tra i TdG il figlio non verrebbe solo educato (cosa ovviamente legittima) ma condizionato, specie adesso che si spinge al battesimo in tenera età altrimenti Geova non ti salva nella grande tribolazione e questo non mi pare destabilizzante. D'accordo con Kirk comunque che per coerenza questo metro andrebbe applicato sempre anche a genitori cattolici, di scientology, rom, integralisti islamici e altro se il contesto di vita non è per il benessere del minore.

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  5. Un nuovo link interessante sulla liberta di religione nel link una nuova sentenza...

    https://www.studiocataldi.it/articoli/30596-il-genitore-non-puo-imporre-al-figlio-la-sua-religione.asp


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Grazie per il commento.

Chatteria