Eppure la preghiera non riguarda solo chi crede. In un modo o nell’altro, sfiora ogni persona. Prima o poi, anche chi si sente lontano da Dio, chi è stato ferito, chi si dice agnostico, chi porta pesi nel cuore o cammina sul limite della sofferenza e della morte… tutti, almeno una volta, alzano lo sguardo verso qualcosa di più grande. Cercano un aiuto, una risposta. Una luce.
Accade soprattutto quando la vita sfugge al controllo, quando l’essere umano scopre la propria fragilità, quando si soffre o è in gioco la vita propria o quella dei propri cari. È allora che ci si apre, ci si piega, si invoca. In quel gesto, consapevole o istintivo, emerge qualcosa di universale: la preghiera unisce gli esseri umani in un’unica speranza. La speranza di un mondo senza lacrime né morte, di una vita libera e piena di senso, di giustizia e di equità, di una gioia che non svanisce.
Pregare significa entrare in uno spazio di intimità e verità, dove il cuore si esprime senza maschere, con libertà. È il luogo in cui si può: • lodare Dio per ciò che Egli è, • ringraziarlo per ciò che compie, • presentare le proprie richieste con fiducia, • intercedere per gli altri, portando a Lui ferite, speranze e bisogni.
Ma c’è ancora di più: pregare significa lasciarsi guardare e guidare da Dio. È presentarsi davanti a Lui con umiltà e sincerità, come un bambino che si affida al padre e gli permette di illuminare ciò che è vero, correggere ciò che è storto, guarire ciò che è ferito, modellare ciò che deve crescere. È chiedere aiuto nei tempi e nei modi che Lui stabilisce, sapendo che ogni risposta, immediata o attesa, è orientata al nostro bene più profondo.
Così compresa, la preghiera non è un rito né una ripetizione: è comunione con il Padre, atto di fiducia e di fede.
Questo articolo vuole essere un viaggio: • dalle origini della preghiera nell’Eden, • alla sua maturazione nella storia biblica, • fino al suo compimento nella fede che attende il Regno, • e a ciò che impariamo da queste preghiere per vivere oggi nella via dell’amore con il Padre.
DIO E L’UOMO
Genesi 3 ci racconta un momento prezioso del rapporto tra Dio e l’essere umano: «Udirono la voce di Dio che camminava nel giardino verso l’ora della brezza» (Genesi 3:8). Il testo ebraico usa un verbo che indica un camminare abituale, come chi passeggia ogni giorno in un luogo che ama. È un’immagine di grande tenerezza: Dio che cammina nel suo giardino, come un padre che si avvicina ai figli.
L’espressione “l’ora della brezza” indica il momento fresco della sera, quando tutto si calma, il lavoro finisce e la mente si rilassa. È il tempo in cui ci si può fermare, ripensare alla giornata, parlare con chi si ama. Il racconto lascia intuire che questo incontro tra Dio e l’uomo fosse un appuntamento quotidiano, un momento atteso, un gesto di familiarità che scandiva la vita del giardino.
In questo quadro, Dio non appare distante, ma vicino, familiare, presente. È un Dio che parla, ascolta, insegna, accompagna. Un Dio che cerca l’uomo e desidera condividere con lui la vita, non come un sovrano irraggiungibile, ma come una presenza che cammina accanto.
Questo ci fa capire una cosa importante: la preghiera non nasce dal dovere, ma dal bisogno profondo di relazione. È un dialogo che Dio desidera ancora oggi, come un Padre che attende la voce dei suoi figli. Non per controllarli, ma per amarli, guidarli e stare con loro, per ricostruire quella comunione che fin dall’inizio era il cuore della creazione.
PREGHIERE DI UOMINI E DONNE DEVOTI
Anna prega con le lacrime (1 Samuele 1:13). La Bibbia dice che “parlava sul suo cuore”: significa che Dio ascolta anche ciò che non riusciamo a dire, i pensieri che restano dentro, i sospiri che non diventano parole. È la stessa realtà dei “gemiti inespressi” di cui parla la Scrittura.
Davide prega mentre “cammina nella valle dell’ombra profonda” (Salmo 23:4). L’espressione ebraica indica un luogo di paura, quasi di morte. Eppure Davide non è paralizzato dal terrore: si sente al sicuro, perché crede che Dio cammini accanto a lui, passo dopo passo.
Maria prega con un cuore pieno di Parola. Il suo “Avvenga di me secondo la tua parola” (Luca 1:38) mostra una fede semplice e totale. Maria lascia che la Scrittura diventi preghiera, lode e fiducia.
DUE VIE A CONFRONTO: LA PREGHIERA DEI PRIMI CRISTIANI E LA PREGHIERA NELLE SALE DEL REGNO
Nelle Sale del Regno: centralità degli uomini, marginalità di Cristo
Il Corpo Direttivo viene spesso citato, invocato, ringraziato o menzionato come canale di Dio e custode della verità. Questo produce uno spostamento dell’attenzione: da Cristo agli uomini. Sempre più persone descrivono un vero e proprio spirito di venerazione nei confronti del Corpo Direttivo, percepito come un’autorità spirituale ormai insostituibile.
Il risultato è una forma di culto dell’uomo, in cui un’autorità umana riceve un’attenzione e una deferenza che le Scritture non riservano neppure agli apostoli o agli anziani del primo secolo.
NEI PRIMI CRISTIANI: NESSUNA VENERAZIONE DEGLI UOMINI, CRISTO AL CENTRO
Le Scritture mostrano un modello completamente diverso.
Gli apostoli rifiutavano ogni forma di onore spirituale. In Atti 10:25–26, Pietro rifiuta l’atto di omaggio di Cornelio. In Atti 14:11–15, Paolo e Barnaba respingono ogni venerazione. In 1 Corinzi 1:12–13, Paolo condanna il “seguire uomini”. Nessun apostolo veniva citato nelle preghiere come guida o autorità suprema.
In Apocalisse, ad esempio, Cristo riceve proskýnēsis: in Apocalisse 5:12-14 l’Agnello riceve questo gesto insieme a Dio, in un contesto che non è semplicemente di rispetto, ma di vera e propria adorazione. Per questo diverse traduzioni italiane (CEI, NR, LND) rendono proskýnēsis con “adorazione” e non solo “omaggio”. Anche alcuni interlineari grecoitaliani riportano accanto al verbo προσεκύνησαν (prosekýnēsan) la resa “adorarono”, riconoscendo che in Apocalisse 5 non si tratta di un inchino formale, ma di un atto di culto rivolto all’Agnello. I cristiani del Nuovo Testamento si rivolgevano direttamente a Gesù: Stefano pregò dicendo: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (Atti 7:59). Paolo afferma: «Ho pregato il Signore» (2 Corinzi 12:8), riferendosi a Cristo. Inoltre: Cristo è il Capo della congregazione (Efesini 1:22). Cristo è l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini (1 Timoteo 2:5). Cristo è la via per il Padre (Giovanni 14:6).
Nel cristianesimo primitivo: tutti potevano pregare (1 Corinzi 14:26). Gli anziani non decidevano chi poteva parlare, ma garantivano ordine (1 Corinzi 14:40). La comunità pregava insieme, non solo tramite pochi (Atti 1:14; 4:24; 12:5). Lo Spirito guidava attraverso molti, non attraverso un gruppo ristretto. Nessuna preghiera includeva formule come: «Dio e gli apostoli…» o «Dio e il corpo dirigente…».
IL PADRE NOSTRO, LA VIA INSEGNATA DA GESÙ
Quando i discepoli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» (Luca 11:1), non cercano una formula da ripetere, ma ciò che è grato a Dio, quindi un modo di vivere. Gesù risponde con il Padre Nostro, una preghiera che aiuta a capire che cosa pregare e quali priorità mettere davanti a Dio.
Gesù presenta prima tre aspetti spirituali, che riguardano Dio e il suo proposito: • il suo Nome, • il suo Regno, • la sua volontà.
Solo dopo parla di tre aspetti materiali, che riguardano i bisogni dell’uomo: • il pane quotidiano, • il perdono, • la protezione dal male.
Questo ordine è importante: prima Dio, poi noi. In questo articolo metteremo in risalto due aspetti, il primo è il più sorprendente: la parola Padre.
“PADRE NOSTRO”: LA PAROLA CHE CAMBIA TUTTO
1. Il modo in cui Gesù insegna a rivolgersi a Dio
La prima parola che Gesù mette sulle labbra dei discepoli è: Padre. Il testo greco dice: Πάτερ ἡμῶν Páter hēmōn, “Padre nostro”.
Ma nei Vangeli Gesù usa spesso un termine ancora più intimo, aramaico: ʾAbbā (אַבָּא), che significa: papà, babbo, padre caro. Era il modo in cui un bambino parlava al proprio padre in casa: non un titolo formale, ma una parola di famiglia.
Come oggi un figlio non chiama suo padre per nome, ma dice “papà”, così Gesù insegna ai discepoli a rivolgersi a Dio con confidenza, affetto e fiducia, non con distanza. Gesù non introduce un titolo, ma un rapporto.
2. Il tema del nome divino nella Bibbia
Nella Bibbia il nome divino appare in molte forme perché l’ebraico antico non riportava le vocali. Per questo sono nate diverse vocalizzazioni: YHWH, Yahweh, Geova, Jahvè e altre varianti storiche. Il nome di Dio parla della sua identità e del suo carattere.
Tuttavia, Gesù non fonda la preghiera sulla corretta pronuncia del nome, ma sulla relazione.
3. La scelta di Gesù: non un nome, ma un legame
Quando insegna a pregare, Gesù non parte da un nome, bensì da una relazione viva e affettiva: «Dite: Padre». Perché? Perché la preghiera nasce da un rapporto intimo, come quello tra un padre e un bambino. E quando c’è intimità, l’amore sceglie la parola più semplice e più vicina: Padre.
“NOSTRO”: UNA PAROLA CHE CI UNISCE
Nella Bibbia anche gli esseri celesti hanno ruoli diversi: cherubini, serafini, angeli, ma tutti appartengono a Dio. Così è anche per noi: possiamo avere doni diversi, compiti diversi, responsabilità diverse, ma nessuno è superiore agli altri. Gesù lo ha detto chiaramente: chi vuole essere grande deve servire, come ha fatto Lui.
Quando diciamo nostro, ricordiamo che gli altri sono figli di Dio come noi, meritano rispetto, dignità e amore, e che la nostra relazione con il Padre cresce solo se cresce anche l’amore verso i fratelli. Dire Padre nostro ci educa a guardare gli altri come Dio li guarda, a riconoscerli come parte della stessa casa e della stessa eredità.
PERCHÉ QUESTI ASPETTI SONO COSÌ IMPORTANTI
Capire la profondità di queste due parole, Padre nostro, cambia il modo di pregare e il modo di vivere, perché ci ricorda che Dio non è lontano, ma vicino, ci libera dalla paura e ci apre alla fiducia, ci insegna che non siamo soli ma parte di una famiglia, ci invita a trattare gli altri come figli di Dio, rafforza la nostra relazione con il Padre e con il prossimo, mette Dio al centro e ci aiuta a vivere come Gesù ha insegnato, rendendo la preghiera un atto vivo e relazionale.
Pregare così non è un rito, è un cammino di amore, fiducia e comunione, un ritorno quotidiano alla relazione che ci genera e ci sostiene, una scelta che trasforma il cuore e lo orienta verso il Padre.
L’UOMO RITORNA NELLA SUA CASA
Il Regno futuro è il ritorno all’origine. Ciò che si è spezzato verrà ricomposto; ciò che è stato perduto verrà ritrovato. L’umanità redenta parlerà con Dio senza intermediari, nella freschezza di un rapporto pieno. Cristo consegnerà il Regno al Padre, perché «Dio sia tutto in tutti». E la preghiera troverà il suo compimento: un incontro diretto, volto a volto. Il Regno non è un luogo nuovo, ma il ritrovamento di ciò che era stato smarrito.
Allora si compirà ciò che oggi solo intuiamo: la brezza della sera tornerà a soffiare, il passo di Dio risuonerà di nuovo nel giardino, e l’uomo, finalmente, ritornerà nella sua casa. L’immagine del giardino non è nostalgia: è promessa.
Perché la preghiera è già questo: un anticipo del ritorno, un passo verso il Padre, un cammino che ci riporta là dove tutto è cominciato. Pregare significa orientare il cuore verso la casa che ci attende.
Ogni volta che preghiamo, diventiamo un po’ più simili a ciò che saremo per sempre: figli che parlano con il loro Padre, amici che camminano con Dio, uomini e donne che ritornano alla loro casa. La preghiera non cambia solo ciò che chiediamo: cambia ciò che siamo
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