domenica 22 febbraio 2026

Insegnaci a pregare - Un itinerario biblico e contemplativo nel dono della preghiera


 

Ci sono domande che non appartengono a un’epoca, ma al cuore umano. Una di queste è la richiesta che i discepoli rivolsero a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare» (Luca 11:1). Con quelle parole capiscono che senza preghiera non c’è un vero rapporto con Dio. Pregare è un dono grande: è un dialogo semplice e sincero tra un figlio e il suo Padre.

Eppure la preghiera non riguarda solo chi crede. In un modo o nell’altro, sfiora ogni persona. Prima o poi, anche chi si sente lontano da Dio, chi è stato ferito, chi si dice agnostico, chi porta pesi nel cuore o cammina sul limite della sofferenza e della morte… tutti, almeno una volta, alzano lo sguardo verso qualcosa di più grande. Cercano un aiuto, una risposta. Una luce.

Accade soprattutto quando la vita sfugge al controllo, quando l’essere umano scopre la propria fragilità, quando si soffre o è in gioco la vita propria o quella dei propri cari. È allora che ci si apre, ci si piega, si invoca. In quel gesto, consapevole o istintivo, emerge qualcosa di universale: la preghiera unisce gli esseri umani in un’unica speranza. La speranza di un mondo senza lacrime né morte, di una vita libera e piena di senso, di giustizia e di equità, di una gioia che non svanisce.

Pregare significa entrare in uno spazio di intimità e verità, dove il cuore si esprime senza maschere, con libertà. È il luogo in cui si può: • lodare Dio per ciò che Egli è, • ringraziarlo per ciò che compie, • presentare le proprie richieste con fiducia, • intercedere per gli altri, portando a Lui ferite, speranze e bisogni.

Ma c’è ancora di più: pregare significa lasciarsi guardare e guidare da Dio. È presentarsi davanti a Lui con umiltà e sincerità, come un bambino che si affida al padre e gli permette di illuminare ciò che è vero, correggere ciò che è storto, guarire ciò che è ferito, modellare ciò che deve crescere. È chiedere aiuto nei tempi e nei modi che Lui stabilisce, sapendo che ogni risposta, immediata o attesa, è orientata al nostro bene più profondo.

Così compresa, la preghiera non è un rito né una ripetizione: è comunione con il Padre, atto di fiducia e di fede.

Questo articolo vuole essere un viaggio: • dalle origini della preghiera nell’Eden, • alla sua maturazione nella storia biblica, • fino al suo compimento nella fede che attende il Regno, • e a ciò che impariamo da queste preghiere per vivere oggi nella via dell’amore con il Padre.

DIO E L’UOMO


Genesi 3 ci racconta un momento prezioso del rapporto tra Dio e l’essere umano: «Udirono la voce di Dio che camminava nel giardino verso l’ora della brezza» (Genesi 3:8). Il testo ebraico usa un verbo che indica un camminare abituale, come chi passeggia ogni giorno in un luogo che ama. È un’immagine di grande tenerezza: Dio che cammina nel suo giardino, come un padre che si avvicina ai figli.

L’espressione “l’ora della brezza” indica il momento fresco della sera, quando tutto si calma, il lavoro finisce e la mente si rilassa. È il tempo in cui ci si può fermare, ripensare alla giornata, parlare con chi si ama. Il racconto lascia intuire che questo incontro tra Dio e l’uomo fosse un appuntamento quotidiano, un momento atteso, un gesto di familiarità che scandiva la vita del giardino.

In questo quadro, Dio non appare distante, ma vicino, familiare, presente. È un Dio che parla, ascolta, insegna, accompagna. Un Dio che cerca l’uomo e desidera condividere con lui la vita, non come un sovrano irraggiungibile, ma come una presenza che cammina accanto.

Questo ci fa capire una cosa importante: la preghiera non nasce dal dovere, ma dal bisogno profondo di relazione. È un dialogo che Dio desidera ancora oggi, come un Padre che attende la voce dei suoi figli. Non per controllarli, ma per amarli, guidarli e stare con loro, per ricostruire quella comunione che fin dall’inizio era il cuore della creazione.

PREGHIERE DI UOMINI E DONNE DEVOTI

Anna prega con le lacrime (1 Samuele 1:13). La Bibbia dice che “parlava sul suo cuore”: significa che Dio ascolta anche ciò che non riusciamo a dire, i pensieri che restano dentro, i sospiri che non diventano parole. È la stessa realtà dei “gemiti inespressi” di cui parla la Scrittura.

Davide prega mentre “cammina nella valle dell’ombra profonda” (Salmo 23:4). L’espressione ebraica indica un luogo di paura, quasi di morte. Eppure Davide non è paralizzato dal terrore: si sente al sicuro, perché crede che Dio cammini accanto a lui, passo dopo passo.



Maria prega con un cuore pieno di Parola. Il suo “Avvenga di me secondo la tua parola” (Luca 1:38) mostra una fede semplice e totale. Maria lascia che la Scrittura diventi preghiera, lode e fiducia.

DUE VIE A CONFRONTO: LA PREGHIERA DEI PRIMI CRISTIANI                                                                E LA PREGHIERA NELLE SALE DEL REGNO

Nelle Sale del Regno: centralità degli uomini, marginalità di Cristo

Secondo numerose testimonianze di Testimoni di Geova, ex membri e osservatori esterni, nelle preghiere pubbliche (e in privato) delle Sale del Regno emerge un modello ricorrente: 

Il Corpo Direttivo viene spesso citato, invocato, ringraziato o menzionato come canale di Dio e custode della verità. Questo produce uno spostamento dell’attenzione: da Cristo agli uomini. Sempre più persone descrivono un vero e proprio spirito di venerazione nei confronti del Corpo Direttivo, percepito come un’autorità spirituale ormai insostituibile.

Il risultato è una forma di culto dell’uomo, in cui un’autorità umana riceve un’attenzione e una deferenza che le Scritture non riservano neppure agli apostoli o agli anziani del primo secolo.

NEI PRIMI CRISTIANI: NESSUNA VENERAZIONE DEGLI UOMINI,  CRISTO AL CENTRO

Le Scritture mostrano un modello completamente diverso.

a) Nessun uomo veniva venerato

Gli apostoli rifiutavano ogni forma di onore spirituale. In Atti 10:25–26, Pietro rifiuta l’atto di omaggio di Cornelio. In Atti 14:11–15, Paolo e Barnaba respingono ogni venerazione. In 1 Corinzi 1:12–13, Paolo condanna il “seguire uomini”. Nessun apostolo veniva citato nelle preghiere come guida o autorità suprema.








b) Cristo era al centro della fede e della preghiera

In Apocalisse, ad esempio, Cristo riceve proskýnēsis: in Apocalisse 5:12-14 l’Agnello riceve questo gesto insieme a Dio, in un contesto che non è semplicemente di rispetto, ma di vera e propria adorazione. Per questo diverse traduzioni italiane (CEI, NR, LND) rendono proskýnēsis con “adorazione” e non solo “omaggio”. Anche alcuni interlineari grecoitaliani riportano accanto al verbo προσεκύνησαν (prosekýnēsan) la resa “adorarono”, riconoscendo che in Apocalisse 5 non si tratta di un inchino formale, ma di un atto di culto rivolto all’Agnello. I cristiani del Nuovo Testamento si rivolgevano direttamente a Gesù: Stefano pregò dicendo: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (Atti 7:59). Paolo afferma: «Ho pregato il Signore» (2 Corinzi 12:8), riferendosi a Cristo. Inoltre: Cristo è il Capo della congregazione (Efesini 1:22).  Cristo è l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini (1 Timoteo 2:5). Cristo è la via per il Padre (Giovanni 14:6). 

c) La preghiera comunitaria era partecipativa

Nel cristianesimo primitivo: tutti potevano pregare (1 Corinzi 14:26). Gli anziani non decidevano chi poteva parlare, ma garantivano ordine (1 Corinzi 14:40). La comunità pregava insieme, non solo tramite pochi (Atti 1:14; 4:24; 12:5). Lo Spirito guidava attraverso molti, non attraverso un gruppo ristretto. Nessuna preghiera includeva formule come: «Dio e gli apostoli…» o «Dio e il corpo dirigente…».

IL PADRE NOSTRO, LA VIA INSEGNATA DA GESÙ

Quando i discepoli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» (Luca 11:1), non cercano una formula da ripetere, ma ciò che è grato a Dio, quindi un modo di vivere. Gesù risponde con il Padre Nostro, una preghiera che aiuta a capire che cosa pregare e quali priorità mettere davanti a Dio.

Gesù presenta prima tre aspetti spirituali, che riguardano Dio e il suo proposito: • il suo Nome, • il suo Regno, • la sua volontà.

Solo dopo parla di tre aspetti materiali, che riguardano i bisogni dell’uomo: • il pane quotidiano, • il perdono, • la protezione dal male.

Questo ordine è importante: prima Dio, poi noi. In questo articolo metteremo in risalto due aspetti, il primo è il più sorprendente: la parola Padre.

“PADRE NOSTRO”: LA PAROLA CHE CAMBIA TUTTO

1. Il modo in cui Gesù insegna a rivolgersi a Dio

La prima parola che Gesù mette sulle labbra dei discepoli è: Padre. Il testo greco dice: Πάτερ ἡμῶν Páter hēmōn, “Padre nostro”.

Ma nei Vangeli Gesù usa spesso un termine ancora più intimo, aramaico: ʾAbbā (אַבָּא), che significa: papà, babbo, padre caro. Era il modo in cui un bambino parlava al proprio padre in casa: non un titolo formale, ma una parola di famiglia.

Come oggi un figlio non chiama suo padre per nome, ma dice “papà”, così Gesù insegna ai discepoli a rivolgersi a Dio con confidenza, affetto e fiducia, non con distanza. Gesù non introduce un titolo, ma un rapporto.

2. Il tema del nome divino nella Bibbia

Nella Bibbia il nome divino appare in molte forme perché l’ebraico antico non riportava le vocali. Per questo sono nate diverse vocalizzazioni: YHWH, Yahweh, Geova, Jahvè e altre varianti storiche. Il nome di Dio parla della sua identità e del suo carattere.

Tuttavia, Gesù non fonda la preghiera sulla corretta pronuncia del nome, ma sulla relazione.

3. La scelta di Gesù: non un nome, ma un legame

Quando insegna a pregare, Gesù non parte da un nome, bensì da una relazione viva e affettiva: «Dite: Padre». Perché? Perché la preghiera nasce da un rapporto intimo, come quello tra un padre e un bambino. E quando c’è intimità, l’amore sceglie la parola più semplice e più vicina: Padre.

“NOSTRO”: UNA PAROLA CHE CI UNISCE 

Il testo greco dice: 
Πάτερ ἡμῶν, Páter hēmōn, dove hēmōn significa “nostro”. Questa piccola parola apre un mondo. Dire Padre nostro significa che non siamo figli isolati, non siamo unici privilegiati, non siamo in competizione: siamo una famiglia.

Nella Bibbia anche gli esseri celesti hanno ruoli diversi: cherubini, serafini, angeli, ma tutti appartengono a Dio. Così è anche per noi: possiamo avere doni diversi, compiti diversi, responsabilità diverse, ma nessuno è superiore agli altri. Gesù lo ha detto chiaramente: chi vuole essere grande deve servire, come ha fatto Lui.

Quando diciamo nostro, ricordiamo che gli altri sono figli di Dio come noi, meritano rispetto, dignità e amore, e che la nostra relazione con il Padre cresce solo se cresce anche l’amore verso i fratelli. Dire Padre nostro ci educa a guardare gli altri come Dio li guarda, a riconoscerli come parte della stessa casa e della stessa eredità.

PERCHÉ QUESTI ASPETTI SONO COSÌ IMPORTANTI

Capire la profondità di queste due parolePadre nostrocambia il modo di pregare e il modo di vivere, perché ci ricorda che Dio non è lontano, ma vicino, ci libera dalla paura e ci apre alla fiducia, ci insegna che non siamo soli ma parte di una famiglia, ci invita a trattare gli altri come figli di Dio, rafforza la nostra relazione con il Padre e con il prossimo, mette Dio al centro e ci aiuta a vivere come Gesù ha insegnato, rendendo la preghiera un atto vivo e relazionale.

Pregare così non è un rito, è un cammino di amore, fiducia e comunione, un ritorno quotidiano alla relazione che ci genera e ci sostiene, una scelta che trasforma il cuore e lo orienta verso il Padre.

L’UOMO RITORNA NELLA SUA CASA

Il Regno futuro è il ritorno all’origine. Ciò che si è spezzato verrà ricomposto; ciò che è stato perduto verrà ritrovato. L’umanità redenta parlerà con Dio senza intermediari, nella freschezza di un rapporto pieno. Cristo consegnerà il Regno al Padre, perché «Dio sia tutto in tutti». E la preghiera troverà il suo compimento: un incontro diretto, volto a volto. Il Regno non è un luogo nuovo, ma il ritrovamento di ciò che era stato smarrito.

Allora si compirà ciò che oggi solo intuiamo: la brezza della sera tornerà a soffiare, il passo di Dio risuonerà di nuovo nel giardino, e l’uomo, finalmente, ritornerà nella sua casa. L’immagine del giardino non è nostalgia: è promessa.

Perché la preghiera è già questo: un anticipo del ritorno, un passo verso il Padre, un cammino che ci riporta là dove tutto è cominciato. Pregare significa orientare il cuore verso la casa che ci attende.

  

Ogni volta che preghiamo, diventiamo un po’ più simili a ciò che saremo per sempre: figli che parlano con il loro Padre, amici che camminano con Dio, uomini e donne che ritornano alla loro casa. La preghiera non cambia solo ciò che chiediamo: cambia ciò che siamo

Post de “Ilresiliente”

domenica 15 febbraio 2026

Dai dinosauri alle piramidi. Quando scienza e archeologia si scontrano con le dottrine WTS

Ci sono alcuni temi che fanno a pugni con la dottrina ufficiale della WTS. Quello che dice la scienza archeologia sui dinosauri e sulle piramidi è impossibile da conciliare la dottrina ufficiale dei testimoni di Geova. Vediamo perché.


Le Piramidi


La Torre di guardia ha sempre sostenuto una lettura letterale del testo biblico e delle date indicate in esso. Sostiene che la storia dell’uomo sulla terra ha solo 6000 anni e che le prime città sono state edificate dopo il diluvio, ovvero circa 4000 anni fa. Tra queste ci sarebbero anche le città dell’antico Egitto. Il primo problema è che le piramidi più antiche sono dotate proprio negli anni antecedenti a quello in cui sarebbe venuto il diluvio e tuttavia si sono conservate così bene proprio perché non hanno mai subito un cataclisma come quello. 

Ecco che allora si cerca di spostare di qualche centinaio di anni la loro data in modo da renderla compatibile, ovvero successiva al diluvio. Ma ecco che facendo così sorge un altro problema: come è possibile che da otto uomini siano formati in pochi anni tutte le civiltà antiche, compresa quella egizia? Come hanno fatto a raggiungere una popolazione così numerosa e una civiltà così articolata partendo da un numero così esiguo? Se è difficile nel caso della civiltà egizia, figuriamoci per le civiltà precolombiane. In Perù la civiltà di Carl esisteva già quando furono costruite le piramidi. Per cui figuriamoci: non solo hanno costruito una metropoli ma si sono anche trasferiti a piedi dalla Mesopotamia al Perù e il tutto in pochi anni moltiplicandosi di numero in modo esponenziale. Come viene affrontata questa problematica dei testimoni di Geova? Nel broadcasting di novembre 2017, David Splane affronta in modo ironico il problema parlando del naso caduto dalla sfinge. In pratica dice che la costruzione delle piramidi è successiva al diluvio.  Peccato che la Svegliatevi! del 22 giugno 2002 a pagina 18 data 2500 a.C. per la piramide di Giza mentre le pubblicazioni stesse datano il diluvio, 2370 a.C. Capita di incartarsi quando si pretende di scrivere riviste scientificamente accurate ma allo stesso tempo si vuole sostenere una lettura letterale della Bibbia e della sua cronologia.


I dinosauri 


Un problema simile c’è con i dinosauri. Alcune riviste sostengono che tutti gli animali prima del diluvio fossero vegetariani. Ad esempio, l’autore di Guardia del 15 gennaio 1971 a pagine 62 e 63 dice: “tutte le fondamentali specie di animali terrestri vissero nell’arca di Noè per un anno intero senza divorarsi”, chiara prova quella era la loro originale natura, e aggiunge “Certo il grande Creatore che fece i cieli e tutto ciò che è in essi, che dispose il perfetto equilibrio e l’ordine delle stelle e che conosce come esistevano armonia e pace in Eden può ristabilire condizioni paradisiache. Non è al di fuori della Sua capacità portare l’“equilibrio della natura” in cui gli animali non si uccidano a vicenda”. 

Ecco quindi un primo problema con i dinosauri: erano tutti i vegetariani? Un articolo di Svegliatevi! da settembre 2006 a pagina 30 dice addirittura: “È una grande sorpresa per gli scienziati scoprire che i dinosauri mangiavano erba”. Poi, per gettare un po’ di fumo negli occhi, vengono citati articoli che parlano di contraffazioni alle scoperte fossili: Svegliatevi! del 22 agosto 2001 a pagina 28 ad esempio cita una di queste con il tema “fossile contraffatto di ittiosauro”, evidentemente volendo insinuare che le scoperte fatte dagli scienziati in questo campo  non sono affidabili. 

Rimane poi sullo sfondo un grande interrogativo: perché Dio avrebbe creato questi animali per poi permettere che si estinguessero prima di creare l’uomo? Come si incastrano con il resto della narrazione Edenica?


Conclusioni e riflessioni 


In conclusione, appare chiaro che la narrazione letterale che i testimoni di Geova danno a  certi passaggi biblici è del tutto inconciliabile con le certezze scientifiche attuali. Il modo in cui questo incongruenze vengono spiegate del tutto fantasioso e scientificamente non dimostrabile. 


Questo atteggiamento rigidamente letterale si riflette anche su altre dottrine pratiche, come il rifiuto delle trasfusioni o l’isolamento dei disassociati. L’interpretazione letterale di un testo e la sua applicazione drastica indipendentemente dalle conseguenze sono una tipica mentalità settaria. Accettare la scienza e praticare una spiritualità tollerante permette un equilibrio più realistico e sereno nella vita quotidiana.


Post di Saroj




domenica 8 febbraio 2026

I Testimoni di Geova evitano i disassociati?



“Che domanda!?!? Certo!” Questo direbbe chiunque fa parte o è stato parte di una congregazione. Tuttavia in Norvegia sono anni che è in corso un processo che cerca di rispondere proprio a questa domanda. Perché questa causa è in corso? Chi l’ha intentata? Proprio i Testimoni di Geova; sono ricorsi alle vie giudiziarie, non perché fosse in pericolo la loro libertà religiosa ma per non perdere un finanziamento governativo. 

Ora siamo addirittura di fronte alla Corte Suprema, un po’ l’equivalente della nostra Cassazione. Il 5 e 6 febbraio ci sono stati i primi due giorni di udienza e domani ci sarà quello finale. Ancora una volta abbiamo ascoltato l’avvocato della WTS Ryssdal negare ciò che è evidente. È arrivato al punto di dire che i Testimoni di Geova non solo non praticano l’evitamento (shunning in inglese), ma addirittura che quella parola non è presente nella loro letteratura. Riuscirà a convincere i giudici? A noi sembra impossibile ma nel grado di giudizio precedente c’è riuscito e la sentenza è stata a favore della WTS.

Nel 2016 ai congressi di tutto il mondo è stato proiettato un video che spiega in modo inequivocabile come comportarsi in questi casi. Ecco il link:

https://www.youtube.com/watch?v=qLaIgY9KHRc

Ho inserito nel post il fotogramma del video in cui la figlia disassociata telefona alla madre la quale non le risponde. Il titolo del video è “Sosteniamo lealmente la giustizia di Geova. Evitiamo i peccatori impenitenti”. Il messaggio è chiaro o può essere equivocato? Durante il discorso l’oratore si sofferma proprio sulla famiglia dicendo che in questi casi l’applicazione può essere più difficile ma la sostanza non cambia.

La cosa più assurda di questa vicenda secondo me è che alcuni dei Testimoni di Geova sono a conoscenza di questo processo e non sono scandalizzati dalle bugie dei loro vertici. Negano o giustificano l’atteggiamento della WTS con scuse o argomentazioni banali. Addirittura alcuni hanno testimoniato nel processo dicendo che quando i loro familiari sono stati disassociati i loro rapporti non sono cambiati e le frequentazioni sono continuate come prima.

Cosa ci aspettiamo da questo grado di giudizio? Le probabilità maggiori sono che la Corte dia indicazioni affinché sia emessa una nuova sentenza. Questo potrebbe portare a una condanna della WTS e tale condanna potrebbe essere replicata a livello europeo. Naturalmente la mia è una ipotesi e comunque passerebbe molto tempo. Solo per questa ci vorranno parecchie settimane, poi altri mesi prima di un nuovo processo d’appello, ecc. ecc.

Nel frattempo comunque due risultati sono stati raggiunti. Il primo è una grande risonanza mediatica: molti giornali si sono occupati del caso e la WTS non ha fatto una bella figura. Il secondo riguarda gli interni: molti Testimoni di Geova si informano e sono a conoscenza di quello che sta succedendo e anche se alcuni, come dicevo, giustificano, altri sono indignati e hanno preso le distanze. L’atteggiamento dei vertici non è piaciuto, la loro avidità e le loro menzogne hanno contribuito a svegliare molti che ancora li credevano santi e puri.


domenica 1 febbraio 2026

Le persone anziane, sono una “risorsa” per la congregazione?


Nella letteratura teocratica ricorre con una certa regolarità l’affermazione secondo cui le persone anziane costituiscono una risorsa preziosa per la congregazione. Tale espressione viene generalmente inserita in articoli di incoraggiamento, spesso accompagnata dall’invito a mantenere la gioia, a perseverare e a continuare a fare ciò che è possibile nonostante l’età avanzata.

Il messaggio, nelle intenzioni dichiarate, è positivo e rassicurante. Tuttavia, per chi conosce il mondo WT, questo messaggio solleva alcune riflessioni quando viene confrontato sia con la realtà delle congregazioni, sia con il messaggio cristiano originale così come emerge dalle Scritture.

Il termine “risorsa” rimanda inevitabilmente a un concetto di utilità. Una risorsa è qualcosa che contribuisce in modo funzionale a un insieme organizzato. Applicare questa categoria alle persone, specialmente a quelle anziane, introduce implicitamente l’idea che il valore sia collegato a ciò che si è ancora in grado di offrire. È interessante notare che questo criterio non è quello predominante nel messaggio biblico.

sabato 17 gennaio 2026

Quando il ruolo pastorale smette di essere servizio a Dio

“Non camminare dietro di me, potrei non sapere dove andare. Cammina accanto a me: siamo persone, non ruoli.” Camus

Nelle congregazioni ci sono due elementi che influenzano profondamente la vita spirituale dei fratelli: i nominati e la catechesi. Sono loro i punti di riferimento principali, e attorno a questi due aspetti si sviluppano molte delle dinamiche — positive e meno positive — che caratterizzano la quotidianità.

Da una parte troviamo i nominati, cioè anziani, servitori e sorveglianti. Persone sincere, spesso animate da buone intenzioni, ma che come tutti possono avere limiti, difficoltà personali o modi di fare che non sempre favoriscono serenità e dialogo. A volte rigidità, poca empatia o eccesso di zelo possono creare tensioni o incomprensioni.

In questo link c'è una descrizione di cosa significhi da un punto di vista pratico essere anziani link

In quest'altro link c'è la testimonianza interessante di un anziano che evidentemente non si è più riconosciuto nell'incarico e vuole aiutare i fratelli a prendere le distanze link

Dall’altra parte c’è la catechesi, anche se questo termine che ho usato può sembrare insolito e far inorridire qualcuno. In pratica voglio identificare l’insieme di attività spirituali quotidiane: letture, preparazioni, pubblicazioni, scrittura del giorno per i fratelli ma anche circolari e attività di congregazione che insieme formano l'insieme di norme e direttive che diventano i collanti di una pseudo spiritualità organizzativa specialmente ma non solo per i nominati. Spesso queste norme sono oggetto di critica e spesso hanno poco discernimento e poca assennatezza. Per fare esempi pratici il controllo sui dat e le terapie mediche oppure la frequenza delle comitive e il controllo della presenza dei fratelli (in particolare dei nominati).

Spesso si pensa che i problemi spirituali derivino da questi due fattori: da un lato le debolezze dei nominati, dall’altro norme e direttive inadeguate. E così, quando si cerca di migliorare la situazione, si interviene su questi aspetti: si prova a formare anziani più equilibrati, oppure a rivedere alcune procedure o abitudini.

Ma questi interventi, pur importanti, non risolvono il problema alla radice. Perché sia i nominati sia la catechesi sono parte di un quadro più ampio. Infatti c'è un terzo elemento chiave che non abbiamo considerato.

Il ruolo dell’Organizzazione

Nel tempo, l’organizzazione ha assunto un ruolo molto centrale nella vita dei fratelli. Un ruolo così forte da diventare, per molti, il principale punto di riferimento spirituale. Questo porta a un’eccessiva identificazione tra ciò che è “organizzativo” e ciò che è “spirituale”, creando una sorta di sovrapposizione che non aiuta a mantenere equilibrio e serenità.

Quando la lealtà all’organizzazione diventa il criterio di riferimento, accade che alcuni valori — come l’ascolto, la compassione, la sincerità — passino costantemente in secondo piano per lasciare spazio a aspetti negativi come l'ipocrisia. Non per cattiva volontà, ma perché il sistema stesso se ci pensiamo bene privilegia uniformità coesione e controllo.

Escludiamo per il momento i casi limite come ad esempio la gestione della pedofilia che sono un altro livello di problematica che merita una serie di considerazioni.

Il confronto con l’insegnamento di Gesù

Diciamo una banalità quando apprendiamo dalle scritture che Gesù ha sempre messo al centro la persona e i suoi valori spirituali. Non ha mai chiesto fedeltà a una struttura, né ha imposto procedure che potessero schiacciare la coscienza individuale. Ha ricordato che:

“Uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli.”

Il suo modo di guidare era semplice, diretto, basato sull’amore e sulla libertà interiore. Quando si osserva la realtà attuale, alcuni principi organizzativi hanno preso il sopravvento su quelli scritturali si percepisce la lontananza dai valori spirituali che insegnava Gesù. Prendete ad esempio alcuni aspetti scritturali sulla sua vita quando ad esempio guarisce di sabato (Marco 3:1‑6; Luca 13:10‑17) Il sabato era una struttura religiosa rigidissima. Eppure Gesù guarisce una persona proprio quel giorno, davanti a tutti. La sofferenza della persona viene prima della regola della catechesi, la compassione viene prima della tradizione. Ora immaginate di applicare questo principio a quello ad esempio sulla santità del sangue e alla dissociazione indotta. Pensate a quanto questa sia lontana o vicina a quello che Gesù ha insegnato nella sua vita.

Oppure considerate il passo quando tocca il lebbroso (Marco 1:40‑45) La legge vietava di toccare un malato di lebbra. Gesù non solo lo guarisce, ma lo tocca perché non c'è niente di più lenitivo per una persona abbandonata e sola di essere toccate e di sentire la vicinanza del prossimo. Oppure considerate quando parla con la Samaritana (Giovanni 4:1‑26) Un gesto che era oggetto di critica e mancanza di spiritualità. Un uomo giudeo non avrebbe dovuto parlare con una donna samaritana. Gesù invece le dedica tempo, ascolto e verità spirituale profonda. Non sono tutte prove che mettono in evidenza il valore delle persone più delle tradizioni organizzative? 

Kierkegaard sosteneva che "la vertà è soggettività" ma non nel senso che ognuno la pensa come gli pare, ma nel senso che non esiste verità oggettiva senza che questa non sia fatta propria dal soggetto. Senza una coscienza non esiste verità ma solo controllo.

Il punto 
Dobbiamo ammetterlo il punto non è “avere anziani migliori” o “fare meno attività”. Il punto non è nemmeno l'organizzazione che non sarebbe di per se un problema se non fosse che la percezione di questa realtà abbia preso il sopravvento in troppi fratelli e sia diventata il fulcro spirituale di troppe persone. E in questo ad esempio possiamo includere la gestione della pedofilia che è stata un po' la dimostrazione dell'incapacità di questa organizzazione di capire e di vedere con occhio critico e oggettivo se stessa. Ma ragioniamo un attimo se non è stata in grado di farlo per se stessa come potrà mai aiutare i fratelli a farlo? 

Ma prima di considerare queste problematiche che ovviamente sono più grandi noi concentriamoci su noi stessi. Il punto è chiedersi quale sia il vero centro della nostra vita spirituale: una struttura organizzata o la parola del Cristo?

Finché la fedeltà all’organizzazione verrà percepita come prioritaria rispetto alla spiritualità vera quella legata a Dio, sarà difficile trovare un equilibrio duraturo. In pratica questo significa che sono e saranno inutili tutte le riforme che verranno attuate se l'organizzazione continuerà ad essere considerata un fine e non un mezzo. Gesù ci ha fatto vedere come sia in grado di liberare le coscienze mentre le organizzazioni tendono a regolarle ed opprimerle. E quando le due cose entrano in tensione, è importante ricordarci la nostra priorità.

domenica 11 gennaio 2026

Chi stabilisce la vera chiamata?


Per rispondere a questa domanda metteremo in risalto alcuni principi fondamentali: è Dio che chiama; la chiamata produce trasformazione; si conferma nella perseveranza; Cristo è il giudice finale; e la Parola di Dio rimane il criterio decisivo per ogni discernimento. Faremo riferimento all’interlineare e a note lessicali.


Ci sono esperienze che arrivano all’improvviso: un’emozione intensa, un senso di presenza che sembra provenire dall’alto e penetrare nel profondo. Molti credenti, appartenenti a realtà religiose diverse, interpretano questi momenti come una chiamata divina. In molte comunità cristianepentecostali, carismatiche, evangeliche, cattoliche, ortodossesi raccontano visioni, sogni, voci interiori, guarigioni o apparizioni considerate segni di un intervento dall’alto.

Anche i Testimoni di Geova sostengono l’esistenza di una chiamata celeste riservata a un numero letterale di 144.000. Le loro pubblicazioni spiegano che l’aumento di persone che prendono gli emblemi alla Commemorazione non corrisponde automaticamente al numero reale dei chiamati. La Torre di Guardia del 15 gennaio 2016 (pp. 25-26, par. 13) osserva che: “Alcuni, dopo aver iniziato a prendere gli emblemi, in seguito hanno smesso. Altri, invece, potrebbero essere influenzati da disturbi mentali o emotivi che li portano a credere sinceramente di regnare con Cristo in cielo”.

Le esperienze personali, pur diverse, diventano per molti la prova di un contatto con il divino. Ma è necessario valutarle con lucidità, alla luce delle Scritture. Anche i vissuti interiori meritano ascolto e rispetto: spesso rivelano un cuore che cerca Dio con sincerità.

Una chiamata divina si riconosce dal cambiamento

La Bibbia non parla mai di una chiamata che lasci l’uomo dov’è. Ogni intervento autentico di Dio produce movimento, separazione e trasformazione. Non esiste una chiamata che non cambi direzione, che non generi frutto, che non conduca a una vita nuova.

E soprattutto: la Scrittura non affida all’uomo il compito di dichiararsi chiamato, eletto o unto. L’iniziativa appartiene a Dio.

Se Cristo chiama davvero, come può una persona restare per anni ancorata a dottrine umane? Come può continuare a seguire uomini anziché Cristo? Come può insegnare ciò che è falso?

Una chiamata che non separa dall’errore è difficile da conciliare con l’agire di Cristo.

2 Corinzi 5:17 «Se dunque qualcuno è in Cristo, è una nuova creazione; le cose vecchie sono passate; ecco, sono diventate nuove.»

• καινὴ κτίσις - kainē tisi:   «nuova creazione»
• τὰ ἀρχαῖα παρῆλθεν - ta archaia parēlthen:   «le cose vecchie sono passate»
• γέγονεν καινά - gegonen kaina:   «sono diventate nuove»

Quando Dio chiama, ciò che si credeva prima non può restare intatto.

Questo principio prepara il terreno per comprendere l’esempio di Paolo.

La chiamata di Paolo come modello



Cristo apparve realmente a Paolo (Atti 9:3–6). Non fu un’impressione, né un’emozione, né un pensiero improvviso.

Atti 9:3–6 

• φῶς ἐκ τοῦ οὐρανοῦ phōs ek tou ouranou:   «una luce dal cielo»
• πεσὼν ἐπὶ τὴν γῆν - pesōn epi tēn gēn:   «cadde a terra»
• τί με διώκεις; ti me diōkeis?:   «perché mi perseguiti?»
• εἰσέλθε εἰς τὴν πόλιν eiselthe eis tēn polin«entra nella città»
• λαληθήσεταί σοι lalēthēsetai soi:   «ti sarà detto»

Lo Spirito Santo lo guidò (Atti 13:2). Ricevette il suggello dello Spirito (Efesini 1:13).

Filippesi 3:78

• ζημία – zēmia:   «perdita» • σκύβαλα  skúbala:  «rifiuti / scarti»                                                              • κερδήσω Χριστόν - kerdēsō Christón:   «guadagnare Cristo»

• σκύβαλα:   «ciò che è scartato, inutile, spregevole, privo di valore»                                                           • κερδήσω:   «un guadagno reale, concreto, un profitto autentico»

Paolo lasciò tutto. Non rimase nella struttura che lo aveva formato. Non continuò a insegnare ciò che aveva appreso. Non cercò compromessi. La chiamata lo separò dall’errore e lo condusse nella verità.

Romani 8 e la testimonianza dello Spirito




Molti citano Romani 8 come prova della loro chiamata, interpretando emozioni o pensieri improvvisi come voce dello Spirito.

Ma il testo dice:

• τὸ πνεῦμα συμμαρτυρεῖ τῷ πνεύματι ἡμῶν - to pneuma symmartyrei tō pneumati hēmōn:   «Lo Spirito testimonia insieme al nostro spirito» (Romani 8:16)

• συμμαρτυρεῖ: «testimoniare insieme, confermare come secondo testimone»

Non parla di emozioni. Non parla di voci interiori. Non parla di sensazioni improvvise.

Nel tempo apostolico la testimonianza dello Spirito era verificabile: lingue come di fuoco e lingue straniere mai studiate, guarigioni, profezie, rivelazioni dirette. 

Era una realtà oggettiva, non soggettiva.

La chiamata si conferma nella perseveranza

Filippesi 3 presenta un cuore che corre, si protende, si lascia afferrare da Cristo.

• διώκω  diōkō:   «corro dietro»                                                                                                                 • ἐπεκτεινόμενος – epekteinomenos:   «protendendomi in avanti»                                                               • κατελήμφθην – katelēmphthēn:   «sono stato afferrato»

Paolo non dice “sono arrivato”. Dice “corro”. Dice “mi protendo”.

La chiamata si consolida nel tempo, attraverso le prove.

«È necessario passare attraverso molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio.» (Atti 14:22) «Ho finito la corsa, ho conservato la fede.» (2 Timoteo 4:7)

La vera identità sarà rivelata al ritorno di Cristo


La Scrittura ricorda che sarà Cristo stesso a stabilire chi sono i 144.000 e chi è la grande folla (Apocalisse 7). Il giudizio appartiene a Lui. «Le mie pecore ascoltano la mia voce, e io le conosco» (Giovanni 10:27).

Nessuno può proclamarsi vincitore prima che il giudice abbia concluso la gara. Così nessuno può stabilire da sé il proprio ruolo nel Regno. Come un atleta non può dichiararsi vincitore prima del verdetto finale, così il credente attende che sia Cristo a stabilire il suo posto nel proposito di Dio.

«Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi» (Giovanni 15:16). Al suo ritorno Cristo separerà ciò che è autentico da ciò che è falso: «Lasciate che crescano insieme fino alla mietitura…» (Matteo 13:30). Nel tempo della mietitura, quando il Signore distinguerà il grano dalle zizzaniesi comprenderà finalmente chi sarà approvato, scelto e quale ruolo avrà nel proposito di Dio.

L’atteggiamento richiesto è l’umiltà: servire il Signore indipendentemente dal ruolo che Egli assegnerà, senza elevarsi sopra gli altri, riconoscendo che siamo tutti fratelli e che tutto dipende dalla sua grazia.

Ed è un onore indescrivibile sapere che Colui che ci ha conosciuti, riscattati e resi Suoi ci accoglie come parte della Sua vita: un’appartenenza che nasce dal Suo amore e dalla Sua misericordia.

La vera certezza nasce dal confidare pienamente in Colui che ci ha chiamati, affidando a Lui il compito di stabilire il ruolo che avremo nel proposito di Dio.



Essere chiamati da Cristo significa entrare nel cammino che conduce alla libertà piena che Lui ha preparato per coloro che desiderano seguirlo: una libertà che apre il cuore alla vera vita. È un percorso che ci introduce, passo dopo passo, nell’amicizia eterna con Dio e con Cristo, un’eredità custodita dal loro amore e destinata a una gioia che non avrà fine.

«Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura» (Ezechiele 34:11)

«Il Signore conosce quelli che sono suoi» (2 Timoteo 2:19)


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