Osservatore Teocratico
Matteo 5:3 “Felici quelli che sono consapevoli del loro bisogno spirituale, perché a loro appartiene il Regno dei cieli.
sabato 3 ottobre 2026
Adunanza annuale 2026: ridimensionamento Betel, nuove pubblicazioni e nuovi intendimenti su prima risurrezione
domenica 27 settembre 2026
Non bisogna andare oltre ciò che è scritto
Il titolo è già una notizia. Sintetizzo in modo brutale: Ciascun Testimone dovrà decidere se accettare o donare i principali componenti del sangue e la congregazione non dovrà indagare. La posizione sul sangue intero, precisa il comunicato, resta invariata quindi non viene concesso l'uso per violazione del principio biblico. Mentre i suoi quattro componenti principali, cioè globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine, se presi separatamente diventano materia di coscienza personale. A volte la teologia si inventa applicazioni di matematica di base: la somma dei componenti cambia il peso morale della coscienza. La premessa di questo post è che questo è un evento epocale perchè con l’iniziativa hanno smantellato oltre a tutto il palinsesto dei comitati sanitari, che facevano casini in tutto il mondo e adesso sono nel caos estremo, ma hanno smantellato anche il concetto di luce progressiva. Perchè questo è un vero salto interpretativo biblico che ha l'effetto traumatico di svelare un po' quello che c'è dietro a questa organizzazione... il nulla. Ma analizziamo un po' tutti i punti in questione meglio
Nel comunicato ufficiale JW.org del 18 settembre 2026 si legge:
“the decision to accept red cells, white cells, plasma or platelets [...] is a matter of personal conscience.”
JW.org, Jehovah’s Witnesses: Each Witness Now Decides Whether to Accept or Donate Main Blood Components, 18 settembre 2026
Dove si dichiara che la decisione di accettare i quattro componenti diventa una questione di coscienza personale. Poche righe dopo arriva la motivazione:
“Since the Bible does not comment on such decisions, they are a matter of individual conscience.”
JW.org, 18 settembre 2026
Così si scopre l'acqua calda, dove i massimi esperti dell'universo scoprono dopo quasi due secoli di studi continui giornalieri che la Bibbia non commenta una decisione che ha diretto impatto con le sue scelte sanitarie. Quindi per grazia ricevuta si declassa il dogma della santità del sangue a decisione di coscienza. È una frase semplice. Perfino rassicurante.
Nel post “Il percorso di un dogma”, pubblicato su Osservatore Teocratico l’8 marzo 2026, veniva ricostruita una sequenza di date. Prima della metà degli anni Quaranta, la posizione non aveva ancora assunto la forma del divieto che conosciamo oggi. Poi, nel 1945, la Watchtower o meglio i suoi apologisti sviluppa vano in modo esplicito la posizione secondo cui il cristiano deve astenersi dalle trasfusioni di sangue. Da lì il linguaggio si irrigidirà progressivamente con l'idea che se uno fa bene due fa meglio.
Nel 1959, la questione non ha ancora assunto la forma disciplinare che prenderà dopo. La Torre di Guardia del 15 luglio 1959, citata nello stesso post, affermava:
“Le congregazioni non hanno mai ricevuto istruzione di disassociare coloro che ricevono volontariamente trasfusioni di sangue.”
La frase è interessante non solo per ciò che dice, ma per ciò che lascia intravedere. Esisteva già un divieto religioso ma era già evidente che qualcuno saggiamente voleva mettere dei paletti che sono stati fatti tutti saltare da un ondata barbara che di li a poco avrebbe preso il controllo dell'organizzazione. Esisteva una valutazione negativa ma questa evidentemente non era stata inserita nell'automatismo disciplinare tribale e settario che avrebbe preso in ostaggio l'intera struttura sino ai nostri giorni.
Nel 1961 la trasfusione entra nello spazio della disciplina congregazionale. Quasi quarant’anni dopo, nel 2000, il lessico cambiò: non è più formalmente la congregazione che disassocia chi accetta sangue; è la persona che, accettandolo volontariamente e senza pentimento, viene considerata come dissociata. L’effetto pratico resta lo stesso. Cambia solo il soggetto della frase. Quello che è avvenuto quindi non è più soltanto la descrizione di un evento dove la semplice congregazione che brucia nel rog... (scusate), espelle il malcapitato. Una soluzione davvero elegante, almeno sul piano grammaticale: se il peso morale resta scomodo, si può sempre spostare il soggetto della frase. Con un effetto collaterale nel cortocircuito delle responsabilità hanno inventato nel contempo un dettaglio procedurale non indifferente che è stato quello di includere le famiglie all'interno della struttura congregazionale stabilendo un limite fisico tra la persona e i suoi affetti più cari
Nel frattempo, il testo biblico invocato rimase lo stesso.
Atti 15:28, 29:
“Astenervi [...] dal sangue.”
Una frase antica, collocata dentro una controversia del primo secolo: credenti ebrei, credenti gentili, tavola comune, contaminazione, convivenza religiosa in un contesto che si capisce benissimo quale è.
Nel post “La Watchtower potrebbe tornare al pensiero di Russell su Atti 15:29?”, pubblicato il 27 dicembre 2025, Osservatore Teocratico riassumeva così la lettura del problema:
“Il decreto era culturale, non dottrinale.”
Osservatore Teocratico, La Watchtower potrebbe tornare al pensiero di Russell su Atti 15:29?, 27 dicembre 2025
E ancora poco dopo sulla scrittura in oggetto:
“Non riguardava l’uso terapeutico del sangue.”
Osservatore Teocratico, 27 dicembre 2025
Qui non c’è bisogno di aggiungere molto. Basta osservare la distanza tra le parole del testo antico e gli oggetti della discussione moderna. Atti 15 non nomina plasma. Non nomina piastrine. Non nomina globuli rossi. Non nomina chirurgia. Non nomina oncologia. Non nomina emorragie post-partum. Non nomina una sala operatoria. Eppure, per molto tempo, quei mondi sono stati tenuti insieme da un’analogia che sostanzialmente si basava sul costrutto logico di paragonare l'assunzione del sangue come alimento a quello come terapia.
Nel post “Quando capire non basta”, pubblicato nel feed di Osservatore Teocratico il 16 agosto 2025, la domanda veniva formulata in modo quasi elementare:
“Basterebbe chiedersi se in quel versetto l'apostolo Paolo parlasse davvero delle trasfusioni di sangue.”
Osservatore Teocratico, Quando capire non basta, 16 agosto 2025
È una domanda semplice che non ha bisogno di essere spiegata. Per decenni, tuttavia, la risposta pratica era già stabilita. Non occorreva che il testo parlasse di trasfusioni perché l’organizzazione potesse ricondurle al comando di astenersi dal sangue. Non occorreva che il testo parlasse di componenti principali perché quei componenti venissero collocati nello stesso perimetro religioso.
Poi, lentamente, quel perimetro comincia a modificarsi. Alcune frazioni diventano materia di coscienza. Alcune procedure mediche vengono riconsiderate. Nel 2026 viene riconosciuto l’uso del proprio sangue in ambito medico e chirurgico. Il 18 settembre 2026 come uno tsunami la stessa logica viene estesa ai quattro componenti principali.
Nel post “Breaking news: e venne il giorno...”, pubblicato da Osservatore Teocratico il 18 settembre 2026, la traduzione dell’aggiornamento n. 6 riporta questa frase:
“poiché le Scritture non parlano dei vari prodotti che possono derivare dal sangue [...] non siamo autorizzati ad andare oltre le cose che sono scritte.”
Traduzione dell’aggiornamento n. 6, citata in Osservatore Teocratico, Breaking news: e venne il giorno..., 18 settembre 2026
Il riferimento è 1 Corinti 4:6:
“Non andare oltre ciò che è scritto.”
Notate bene anche l'ulteriore dettaglio nel medesimo aggiornamento compare anche un’altra frase:
“ogni cristiano deve prendere la propria decisione personale.”
Traduzione dell’aggiornamento n. 6, Osservatore Teocratico, 18 settembre 2026
A sostegno vengono richiamati altri testi biblici. Galati 6:5:
“Ciascuno porterà il proprio carico.”
E Romani 14:12:
“Ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso.”
Sono versetti sobri. Ovviamente condivisibili che non contengono procedure. Non aprono comitati. Non stabiliscono annunci alla congregazione. Restituiscono il peso della scelta al singolo. Con un dettaglio paradossale e cioè che c'è qualcuno che ancora adesso ti sta dicendo quali sono le cose che devi ritenere di coscienza e quali no.
Questo linguaggio oggi appare pacificatore. Ma letto in sequenza produce un effetto diverso.
1945: il divieto viene formulato in modo esplicito.
1959: le congregazioni non hanno ancora istruzioni di disassociare.
1961: la trasfusione diventa materia disciplinare.
2026: sui componenti principali torna la formula della coscienza personale.
La linea non è retta sembra quasi una parabola curva che diventa un ritorno al passato dopo decenni di deviazione interpretativa. C’è poi un altro passaggio, meno astratto. Atti 15 resta sullo sfondo con la sua formula essenziale, ma nel Novecento quella formula non viene applicata a una tavola, a un animale strangolato o a una pratica alimentare. Viene portata dentro le scelte sanitarie delle persone.
Lì la questione cambia natura. Non si tratta più di distinguere una cura da un’altra sulla base di una preferenza personale. In molti casi inevitabilmente si tratta di decidere se accettare o rifiutare un trattamento che può fare la differenza tra vivere e morire.
Nel post “Viaggio nella storia dei significati: La sacralità della vita e la sua rappresentazione del sangue”, pubblicato su Osservatore Teocratico il 4 gennaio 2024, il punto veniva messo così:
“Il sangue [...] deve essere sacro perché garantisce la vita perchè è lei ad essere sacra e non viceversa.”
Osservatore Teocratico, Viaggio nella storia dei significati: La sacralità della vita e la sua rappresentazione del sangue, 4 gennaio 2024
La frase e il post sposta l’asse della discussione. Il sangue non è separato dalla vita come un oggetto sacro autonomo. Ha valore perché richiama, sostiene, trasporta e garantisce la vita. Se il simbolo viene messo sopra ciò che dovrebbe rappresentare, il ragionamento diventa un cortocircuito. A quel punto una domanda resta sospesa: può ciò che rappresenta la vita diventare più importante della vita stessa?
Nel frattempo, fuori dal linguaggio religioso, un altro lessico si è imposto. Nel post “Testamento biologico”, pubblicato il 13 giugno 2018, Osservatore Teocratico citava il principio della legge italiana sul consenso informato:
“nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato.”
Legge 219/2017, citata in Osservatore Teocratico, Testamento biologico, 13 giugno 2018
È una frase che appartiene al diritto, non alla teologia. Ma parla dello stesso corpo. Della stessa scelta. Dello stesso istante in cui una persona deve decidere cosa può essere fatto su di lei.
Quando poi il soggetto è un minore, la questione diventa ancora più concreta. Nel post “Giappone: quando la fede diventa abuso”, pubblicato il 26 luglio 2026, il problema veniva riportato così:
“Se il rifiuto dei genitori, motivato esclusivamente da convinzioni religiose, mette seriamente a rischio il minore, le autorità possono considerare la situazione come una forma di trascuratezza o abuso.”
Osservatore Teocratico, Giappone: quando la fede diventa abuso, 26 luglio 2026
Qui il dogma religioso smette di essere un’idea. Diventa una decisione presa accanto a un letto d’ospedale che coinvolgono persone che sono legate emotivamente in un modo impensabile. La vicenda, quindi non finisce davanti alla sacca di sangue. Comincia lì.
Perché quando una scelta medica entra nel registro della disciplina religiosa, smette di essere soltanto una scelta. Diventa una prova di appartenenza. E una prova di appartenenza, dentro una comunità religiosa molto regolata ad altissimo controllo, con verifiche di fede pressochè quotidiane, non riguarda mai solo l’individuo.
Infatti la persona è avvolta in un universo di dettagli a cui deve rendere conto. C’è il medico. Ci sono i parenti, C’è la coscienza. Ma intorno ci sono anche i comitati sanitari, gli anziani, la congregazione, i familiari, la reputazione, l’idea stessa di percezione di fedeltà a Dio.
Accettare una trasfusione, per molto tempo, quindi non significava semplicemente ricevere una terapia. Poteva significare uscire dal perimetro della comunità. E quando si esce da quel perimetro, l’organizzazione non chiede solo alla congregazione di prenderne atto. Si aspetta che anche la famiglia si comporti di conseguenza ammonendo e minacciandola di ripercussioni personali.
Così una decisione presa in una corsia d’ospedale poteva continuare a produrre effetti molto lontano da quella corsia. Nella casa in cui la persona sarebbe dovuta rientrare. Nelle telefonate che non sarebbero più arrivate. Nei pasti che non si sarebbero più condivisi. Nella stanza di chi, magari, non era un ribelle ma un convalescente con una grave malattia da risolvere.
È questo il punto che spesso scompare quando si parla del sangue come “posizione religiosa”. Il divieto non viveva solo nelle pubblicazioni. Viveva nei rapporti familiari. Nei silenzi. Nelle soglie di casa. Nella possibilità concreta che una persona, dopo aver scelto una cura per restare viva, si trovasse più sola proprio nel momento in cui aveva più bisogno di aiuto.
Per questo la frase contenuta nell’aggiornamento del 18 settembre 2026 pesa più di quanto sembri. Nella traduzione pubblicata da Osservatore Teocratico, il Corpo Direttivo afferma:
“la congregazione non si immischierà in questa decisione”
Traduzione dell’aggiornamento n. 6, citata in Osservatore Teocratico, Breaking news: e venne il giorno..., 18 settembre 2026
La frase anche in questo caso è breve. Ha il tono amministrativo di un chiarimento. Ma dietro quella formula c’è un mondo infinito che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Perché se oggi si dice che la congregazione non si immischierà, bisogna ricordare che, per decenni, la congregazione si è immischiata attraverso la disciplina in centinaia di migliaia di persone sparse in tutto il mendo.
Non serve immaginare casi estremi. Basta seguire la logica del sistema. Una persona accetta una cura. La cura viene letta come violazione religiosa. La violazione produce una conseguenza congregazionale. La conseguenza congregazionale viene tradotta in comportamento familiare. Alla fine, ciò che era iniziato come una decisione sanitaria diventa un dramma famigliare che mette nella graticola tutte le persone coinvolte.
E qui il problema non diventa solo teologico ma volgarmente umano.
Perché la persona colpita da quella separazione può non essere forte, lucida, autonoma, economicamente stabile in quel contesto. Può essere malata. Può essere reduce da un intervento. Può avere bisogno di assistenza. Può essere, semplicemente, qualcuno che ha scelto di vivere e che ora deve scoprire se la sua famiglia è ancora autorizzata ad essergli vicino.
Ed è forse per questo che la frase del 18 settembre 2026 pesa più di quanto sembri.
“Since the Bible does not comment on such decisions.”
JW.org, 18 settembre 2026
La Bibbia non commenta e questo avviene in un comunicato stampa che dovrebbe spiegare un semplice aggiornamento delle procedure interno. Purtroppo però non funziona così, letta accanto alle date precedenti, questo semplice ragionamento non resta confinato al presente.
Perché se in questo momento scopriamo che il testo non commenta i quattro componenti principali, bisogna chiedersi come è stato possibile che si arrivasse a queste conclusioni. Il rischio banale è che semplicemente se questo corpo direttivo stabilisce requisiti erronei su una base scritturale così banale è complicato che poi salvaguardi gli interessi spirituali su questioni complesse. Se scopriamo ora che non siamo autorizzati ad andare oltre ciò che è scritto, questa cosa la sapevamo già non la scopriamo ora. Se oggi la decisione appartiene alla coscienza, bisogna chiedersi se qualcuno ha davvero capito cosa è la questione di coscienza o semplicemente sta manipolando le parole per costruire retoricamente concetti che cortocircuitano i ragionamenti delle persone.
Non serve forzare la conclusione. Basta lasciare le frasi una accanto all’altra.
- Atti 15: “Astenervi dal sangue.”
- 1 Corinti 4:6: “Non andare oltre ciò che è scritto.”
- 1945: divieto esplicito delle trasfusioni di sangue.
- 1961: il rifiuto diventa materia disciplinare/congregazionale.
- 1994: alcune frazioni, come albumina e immunoglobuline, risultano già trattate come possibile questione di coscienza.
- 15 giugno 2000: viene codificata in modo chiaro la distinzione: sangue intero + quattro componenti principali vietati; frazioni/derivati da valutare in coscienza.
- 15 giugno 2004: la posizione viene ribadita e divulgata ulteriormente.
- 20 Marzo 20026: e possibile la trasfusione autologa... pressochè quasi inutile.
- 18 settembre 2026: anche le quattro componenti principali diventano materia di coscienza personale perchè non bisogna andare oltre ciò che è scritto.
Tra queste frasi c’è una storia. E dentro quella storia ci sono persone non ci sono oggetti o soprammobili, ma persone con sentimenti ed emozioni. Lo dico anche perchè incredibilmente ma non troppo ci sono alcuni che senza criterio commentano citando e criticando persone del blog sulle scelte personali e che ancora non hanno chiaro di cosa si sta parlando.
venerdì 18 settembre 2026
Breaking news: e venne il giorno...
*Più di 30.000 delegati provenienti da 69 paesi hanno partecipato. La massima frequenza complessiva è stata di oltre 165.000 persone e 1.428 sono state battezzate. Pensate alla bella testimonianza che tanti abitanti di queste città hanno ricevuto. Altre tre assemblee internazionali sono in programma prima della fine dell'anno 2026.I piani per la serie di assemblee del 2027 sono già in corso. Il tema dell'assemblea del prossimo anno sarà 'Gesù, la via'. Sono state pianificate 21 assemblee internazionali in 19 paesi.
Come annunciato in precedenza, nel mese di settembre 2026 offriremo l'opuscolo 'Puoi vivere felice per sempre' con l'obiettivo di iniziare studi biblici. Inviteremo anche le persone al discorso speciale intitolato 'Come può aiutarti la Bibbia?'. Che meravigliosa opportunità per aiutare le persone sincere a conoscere e amare Geova. Perché amiamo le persone, siamo desiderosi di condividere la buona notizia e di offrire studi biblici. Potresti porti l'obiettivo personale di iniziare uno studio biblico? Perché non preghi Geova esprimendo il tuo sincero desiderio di aiutare qualcuno a diventare discepolo? Geova ti aiuterà a provare gioia mentre cerchi coloro che sono ben disposti per la vita eterna. E indipendentemente dai risultati, puoi essere sicuro che Geova apprezza i tuoi sforzi.
*Il nostro amore per le persone ci spinge a condividere la buona notizia. Ci spinge anche a prenderci cura di coloro che affrontano gravi prove. Negli ultimi mesi, diversi disastri naturali hanno colpito i nostri fratelli e sorelle. Questi includono forti terremoti in Venezuela, Giappone e Colombia, incendi in Europa e in Nord America e devastanti frane in Asia.In Venezuela, l'opera di soccorso è in corso. Alcuni dei nostri fratelli e sorelle sono rimasti intrappolati sotto le macerie ma sono stati salvati da altri Testimoni.*
*Fratelli e sorelle del luogo hanno anche donato più di mezzo milione di dollari in cibo, vestiti e altri generi di prima necessità. La filiale ha allestito centri di soccorso affinché chi ne ha bisogno possa ottenere beni essenziali. Recentemente, i fratelli Jacob Rumph del Corpo Direttivo e Troy Snyder, un aiutante del Comitato dei Coordinatori, hanno visitato il Venezuela per dare sostegno spirituale a coloro che sono stati colpiti dai terremoti.*
*Quando accadono tragedie, siamo naturalmente preoccupati per i nostri fratelli e sorelle e per i nostri vicini. Ci rendiamo conto che la vita è un dono prezioso da parte di Geova. Come dice il Salmo 36:9: 'Presso di te è la fonte della vita'. Il popolo di Geova si è sempre sforzato di riflettere il suo punto di vista sulla sacralità della vita. Per questo motivo rifiutiamo di sostenere le guerre o di togliere la vita ai bambini non ancora nati ed evitiamo comportamenti spericolati che potrebbero causare la perdita di una vita.*
*Inoltre, Geova collega la sacralità della vita al sangue. Nel suo comando a Noè in Genesi 9:4, Geova disse: 'Solo non dovete mangiare carne con la sua vita, cioè il suo sangue'. Sotto la direzione dello Spirito Santo, gli apostoli diedero un comando simile, che i cristiani devono astenersi dal sangue. È riportato in Atti 15:28, 29:*
*'Lo Spirito Santo e noi stessi abbiamo ritenuto opportuno non imporvi altro peso se non queste cose necessarie: astenervi dalle cose sacrificate agli idoli, dal sangue, da ciò che è strangolato e dall'immoralità sessuale. Se vi terrete lontani da queste cose, prospererete. State bene'. Questo significa che i cristiani non mangiano carne non dissanguata. Ma questo è più di una restrizione alimentare. È un'opportunità per ogni servitore di Dio di riflettere il punto di vista di Geova sulla vita.*
*L'obbedienza a questo comando include evitare il consumo di sangue. E poiché il principio alla base è il rispetto per la vita, include anche evitare la colpa di sangue causata da omicidio o da una condotta negligente o sconsiderata che potrebbe causare la perdita di una vita. In tutti questi campi i Testimoni di Geova hanno mostrato determinazione nel riflettere il punto di vista di Geova, secondo cui la vita e il sangue sono sacri.*
*Per quanto riguarda il sangue, i Testimoni di Geova hanno inteso Atti 15 nel senso che non devono assumere sangue intero né per bocca né tramite trasfusione e che non devono donare sangue. Questa posizione ha protetto il suo popolo spiritualmente e fisicamente. Abbiamo anche applicato questo principio ai quattro componenti principali del sangue, cioè globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine. La scienza medica ha dimostrato l'efficacia dei trattamenti che evitano le trasfusioni di sangue e i rischi associati.*
*Tuttavia, i progressi nei trattamenti medici hanno sollevato molte domande sull'applicazione dei principi biblici a varie situazioni sanitarie. Pertanto, l'Aggiornamento n.2 del Corpo Direttivo del 2026 affermava: 'I cristiani non sono sotto la Legge mosaica. Tuttavia, obbediamo al comando apostolico di astenerci dal sangue. Inoltre, la Bibbia non dice nulla sull'uso del proprio sangue nelle cure mediche e chirurgiche. Pertanto, come per altre scelte in materia di assistenza sanitaria, ogni cristiano deve prendere la propria decisione sull'uso del proprio sangue in tutte le cure mediche e chirurgiche'.*
*Questo chiarimento scritturale permette a ogni cristiano di fare come affermato in Galati 6:5: 'Ciascuno porterà il proprio carico'. Dopo ulteriore attenta considerazione in preghiera, il Corpo Direttivo ha deciso che questo stesso principio si applica ai quattro componenti primari del sangue intero, cioè globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine che derivano dal sangue di un'altra persona. Pertanto, ogni cristiano deve prendere la propria decisione personale sull'uso di questi quattro componenti primari in tutte le cure mediche e chirurgiche. Allo stesso modo, ogni cristiano deve decidere se donare componenti o frazioni derivate dal proprio sangue.*
Ora, questo significa che il Corpo Direttivo prende alla leggera la questione dei trattamenti che coinvolgono uno o più dei componenti primari del sangue? No. Assolutamente no. Il Corpo Direttivo continua a considerare questa una questione molto seria. Tuttavia, poiché le Scritture non parlano dei vari prodotti che possono derivare dal sangue, riconosciamo che in armonia con 1 Corinzi 4:6 non siamo autorizzati ad andare oltre le cose che sono scritte. Riconosciamo anche l'importanza di ciò che è affermato in 2 Corinzi 1:24: 'Non che siamo padroni della vostra fede, ma siamo collaboratori per la vostra gioia, perché è mediante la vostra fede che state in piedi'.*
*Come dovrebbe un cristiano considerare la questione di accettare o rifiutare uno o più dei quattro componenti principali? Ogni cristiano dovrebbe continuare a riflettere in preghiera sui fattori coinvolti prima di prendere una decisione. Prendere alla leggera questa questione potrebbe danneggiare la coscienza di un cristiano e la sua preziosa relazione con Geova. Quali fattori potrebbe considerare un cristiano quando prende una decisione medica che comporta l'uso di un prodotto derivato dal sangue di un'altra persona? Ogni cristiano probabilmente ragionerà in modo diverso. Alcuni potrebbero rifiutare tutti questi prodotti perché credono che prendere qualsiasi parte del sangue sia sbagliato. Altri potrebbero accettare certi prodotti perché rappresentano una piccola percentuale di sangue intero. Ad esempio, alcuni componenti costituiscono una percentuale minore di sangue intero rispetto a certe frazioni che alcuni cristiani potrebbero già essere disposti ad accettare.*
*Comunque sia, Romani 14:12 afferma: 'Ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso'. Per aiutare ogni servitore di Dio a prendere una decisione personale informata, il Corpo Direttivo ha approvato la pubblicazione di una semplice tabella. Essa identifica alcuni dei prodotti più comuni derivati dal sangue.*
*La tabella, insieme all'articolo 'Domande dai lettori' basato su questo aggiornamento, sarà presto pubblicata su JW.org e nell'app JW Library. Inoltre, sono in preparazione articoli di studio della Torre di Guardia per discutere ulteriormente questa questione e presto sarà disponibile una direttiva medica aggiornata.*
*Dopo aver considerato questi e altri fattori, ogni cristiano deve decidere se accettare o meno un componente o una frazione derivata dal sangue di un'altra persona. La congregazione non si immischierà in questa decisione e i singoli cristiani non dovrebbero giudicare gli altri. Di solito non c'è bisogno di discutere queste decisioni mediche personali con persone diverse dagli agenti sanitari elencati nella vostra direttiva medica. Su vostra richiesta, il locale Comitato di Collegamento con gli Ospedali è pronto a sostenervi nella vostra decisione. I fratelli possono aiutarvi a trovare medici che rispettino la vostra coscienza e manterranno riservate le vostre decisioni. E se il lavoro di un cristiano comporta sangue o emoderivati? I principi contenuti nell'articolo 'Domande dai lettori' del 15 aprile 1999 de La Torre di Guardia possono aiutarvi a prendere una decisione saggia e a mantenere una coscienza pulita.*
*Fratelli e sorelle, sappiamo che sono molte informazioni da assimilare. Ma qual è il punto principale? I Testimoni di Geova non accettano trasfusioni di sangue intero. Né doniamo sangue intero perché venga trasfuso ad altri. Non mangiamo nemmeno sangue o carne non dissanguata.*
*Tuttavia, se accettare componenti o frazioni derivate dal sangue di un'altra persona è una decisione che ogni cristiano deve prendere personalmente. Allo stesso modo, ogni cristiano deve decidere se donare o meno componenti o frazioni derivate dal proprio sangue. Siate certi che il Corpo Direttivo rimane determinato a mostrare rispetto per i preziosi doni di Geova, la vita e il sangue.*
*Tuttavia, riconosciamo che ogni cristiano deve assumersi la propria responsabilità di prendere decisioni coscienziose davanti a Geova. Pertanto, il Corpo Direttivo esorta tutto il popolo di Dio a considerare in preghiera tutti i fattori rilevanti per la propria situazione quando prende decisioni mediche che coinvolgono prodotti derivati dal sangue. In questo modo ogni cristiano può prendere una decisione che gli lasci una coscienza pulita e che mostri profondo rispetto per Geova, la fonte della vita. Grazie cari fratelli e sorelle per la vostra fede, il vostro amore e il vostro leale sostegno. Vi vogliamo molto bene. Dalla Sede Mondiale dei Testimoni di Geova, questo è JW Broadcasting."*
sabato 12 settembre 2026
10 domande a Massimo Impieri
1. Partiamo dall’inizio della tua storia. Come sei arrivato a conoscere i Testimoni di Geova e cosa ti convinse, allora, che quella fosse la vera religione? Che cosa ti aveva colpito maggiormente del loro messaggio?
Ho conosciuto i Testimoni di Geova da bambino, quando avevo nove anni. Cercavo Dio e mi ero allontanato dalla Chiesa Cattolica perché avevo visto dell’ipocrisia. Così, quando i proclamatori vennero a casa nostra, chiesi ai miei genitori di accettare uno studio biblico. Dopo qualche mese i miei genitori interruppero lo studio, mentre io continuai con grande entusiasmo. Ben presto mi iscrissi alla Scuola di Ministero Teocratico e, a dieci anni, tenni il mio primo discorsetto nella Sala del Regno. Iniziai anche come proclamatore e, a tredici anni, chiesi di battezzarmi. Avevo il sostegno dei miei genitori, anche se loro rimasero semplicemente interessati, senza coinvolgersi direttamente. Essendo solo un bambino, naturalmente non avevo gli strumenti per valutare criticamente tutto ciò che stavo imparando. Ai miei occhi, i Testimoni di Geova sembravano gli unici veri cristiani: erano persone che si impegnavano nella predicazione della buona notizia e che, almeno per quanto mi era stato insegnato, avevano mantenuto una posizione di neutralità durante le guerre mondiali che avevano sconvolto il mondo.
Dopo il tuo ingresso, hai iniziato a progredire all’interno dell’organizzazione. Come si è sviluppato il tuo percorso? Quali incarichi e responsabilità hai avuto e quanto eri coinvolto nella vita della congregazione? In quegli anni quanto eri convinto che l’organizzazione fosse effettivamente guidata da Dio?
Dopo il mio battesimo, durante le festività natalizie e nei periodi estivi mi impegnavo come pioniere ausiliario. A sedici anni divenni pioniere regolare. Poi, a diciannove anni, dopo aver trascorso quattro mesi in prigione a motivo della mia posizione di neutralità cristiana come Testimone di Geova, decisi di andare all’estero a predicare in Albania, perché in quel periodo era appena caduta la dittatura comunista atea. Ero convinto che la fine fosse imminente e desideravo salvare quante più persone possibile. Vi andai come volontario e pioniere regolare, ma, a motivo del grande bisogno che c’era in quel periodo, fui presto nominato pioniere speciale, servitore di ministero e, in seguito, anziano di congregazione. A quel tempo l’organizzazione era coinvolta praticamente nel cento per cento della mia vita. A parte qualche momento di svago, ogni mia attività era dedicata all’organizzazione. Fui anche incaricato di visitare le carceri albanesi, dove predicavo ai detenuti. Svolgevo regolarmente discorsi alle assemblee di circoscrizione e di distretto e, in un’occasione, fui mandato in Macedonia insieme ad altri fratelli per portarvi clandestinamente letteratura religiosa dell’organizzazione, da consegnare ai fratelli di quella nazione che erano al bando. Fino a quel momento avevo studiato praticamente tutte le pubblicazioni dell’organizzazione dagli anni Cinquanta fino al 2000. Ero quindi pienamente convinto che quella fosse l’unica via di salvezza per l’umanità. Credevo che la fine fosse imminente e anch’io predicavo con convinzione che, prima che fosse passata la generazione vivente nel 1914, sarebbe arrivata la fine di questo sistema umano, con l’avvento del Regno di Dio sulla terra. Tuttavia, ero una persona di mente aperta. Ogni anno leggevo una Bibbia diversa e non soltanto la Traduzione del Nuovo Mondo. Lessi persino il libro di Raymond Franz, Crisi di coscienza. Mi lasciò perplesso sotto alcuni aspetti, ma continuavo a vedere nel Corpo Direttivo una certa sincerità nelle sue intenzioni. Mi ripromisi di studiare con maggiore attenzione alcune delle Scritture citate da Raymond Franz, come Efesini 4:4, che sembravano indicare che per i cristiani esistesse una sola speranza e non due, come insegnava la Torre di Guardia. In quel momento non sapevo come rispondere a quelle obiezioni, ma accantonai la questione per mancanza di tempo.
3. A un certo punto, però, qualcosa ha iniziato a farti riflettere. Ci sono state esperienze che hai vissuto personalmente, oppure situazioni alle quali hai assistito, che hanno cominciato a mettere in crisi le tue convinzioni? C’è un episodio che, ripensandoci oggi, consideri particolarmente importante nell’inizio del tuo percorso di ricerca?
Essendo anziano e pioniere speciale, avevo veramente poco tempo per fermarmi a riflettere. Vivendo poi in un paese povero, in quel periodo, ho sempre visto l’amore genuino e sincero che esisteva tra i fratelli che vivevano in condizioni difficili. Questo non faceva altro che rafforzare la mia convinzione di essere nella “verità” e di essere protetto dal mondo. Inoltre, ho sempre percepito la mano di Dio nella mia vita in modi che per me erano meravigliosi. A quel tempo pensavo che questo fosse dovuto al fatto che stavo facendo esattamente ciò che Dio richiedeva da me. Ogni tanto, però, mi chiedevo come fosse possibile che l’organizzazione di Dio avesse annunciato in passato date precise per la fine del mondo senza che queste si fossero avverate. Cercavo comunque di spiegarmi la cosa ricordando che anche gli apostoli avevano avuto l’impressione che la fine sarebbe arrivata ai loro giorni.
Poi, all’inizio di ottobre del 2019, arrivò il nuovo intendimento sulle locuste di Gioele. Per circa settant’anni era stato insegnato che quelle locuste rappresentassero il popolo di Dio impegnato nella predicazione di casa in casa. In quella occasione, invece, fu spiegato che le locuste rappresentavano i nemici del popolo di Dio. L’aggiornamento venne pubblicato in italiano nella rivista di aprile 2020, ma, conoscendo l’inglese, avevo già avuto modo di conoscere la novità mentre veniva annunciata. Questo mi creò un problema di coscienza. Avevo in casa due antichi commentari biblici del Settecento e, con mia sorpresa, mi resi conto che entrambi presentavano interpretazioni molto più vicine a quella che l’organizzazione stava appena adottando. In quei commentari le locuste potevano essere interpretate come gli eserciti nemici del popolo d’Israele oppure come locuste letterali che avevano invaso la nazione al tempo del profeta. Rilessi quindi con grande attenzione il libro di Gioele e, per la prima volta, cominciai a mettere seriamente in discussione la vecchia interpretazione dell’organizzazione.
Mi chiesi: come era possibile che, oltre trecento anni prima, studiosi e chiese della cristianità — che secondo ciò che avevo imparato erano sotto l’influenza di satana — avessero potuto comprendere un aspetto che il presunto canale di Dio sulla terra aveva compreso soltanto nel 2019? Questo mi fece sorgere seri dubbi. A quel punto iniziai a studiare le varie dottrine alla luce della Bibbia, cercando di mettere da parte, per quanto possibile, ciò che avevo sempre dato per scontato. Per la prima volta mi resi conto che forse avevo costruito tutto il mio ragionamento su un presupposto che non avevo mai veramente verificato: che il Corpo Direttivo fosse il canale di Dio sulla terra. E se quello fosse stato il presupposto sbagliato? Dovevo verificarlo.
4. Quando una persona è profondamente coinvolta in un’organizzazione religiosa, tende spesso a spiegare le situazioni problematiche come errori di singoli individui. Nel tuo caso, quando hai iniziato a chiederti se alcuni problemi non fossero invece legati all’organizzazione stessa? E quali sono state le questioni che ti hanno spinto maggiormente ad approfondire?
Dopo aver compreso che l’interpretazione delle locuste di Gioele era cambiata radicalmente, volli leggere il libro di Carl Olof Jonsson, The Gentile Times Reconsidered. Quello studio ebbe un effetto molto importante su di me. Le evidenze storiche, archeologiche e astronomiche che esaminai mi convinsero che la data del 607 a.C. per la distruzione di Gerusalemme non fosse sostenibile e che la distruzione di Gerusalemme da parte dell’impero neobabilonese fosse avvenuta nel 587 a.C. Per me questo metteva in discussione una parte fondamentale della cronologia che portava al 1914 e, di conseguenza, anche molte delle interpretazioni profetiche costruite su quella data. Inoltre, le parole di Gesù in Luca 21:8 mi fecero riflettere profondamente. Gesù aveva avvertito i suoi discepoli di non seguire coloro che avrebbero annunciato la Sua venuta attribuendole caratteristiche che lui stesso non aveva indicato. Queste scoperte mi scossero profondamente. Lessi anche il secondo libro di Raymond Franz, Alla ricerca della libertà cristiana. Lo trovai molto interessante e, soprattutto, ricco di argomentazioni scritturali che mi spinsero a riesaminare molte delle mie convinzioni.
Poi accadde qualcosa di ancora più importante per me. Una notte, mentre stavo leggendo Apocalisse, capitoli 4 e 5, mi trovai davanti a una scena nella quale il Padre riceve adorazione e onore, ma nella quale anche il Figlio viene posto al centro della lode e dell’adorazione celeste. Quella lettura mi costrinse a riconsiderare radicalmente ciò che avevo sempre creduto riguardo a Gesù. Compresi che non potevo più considerarlo semplicemente come una creatura. Dovevo prendere molto più seriamente ciò che il Nuovo Testamento dice sulla Sua natura, sulla Sua relazione con il Padre e sull’onore che Gli viene attribuito. Quella notte, per la prima volta nella mia vita, mi rivolsi direttamente a Gesù e Gli chiesi perdono per non averLo mai ringraziato personalmente per ciò che aveva fatto per me: per essere morto per me. Era la fine del 2019 e, nel giro di appena due mesi, mi era crollato addosso un mondo intero. Le certezze che avevo considerato per decenni praticamente inattaccabili si erano sbriciolate. A quel punto compresi che il problema non riguardava semplicemente l’imperfezione degli uomini. Dovevo esaminare le fondamenta stesse del sistema dottrinale nel quale avevo creduto. L’imperfezione umana potevo comprenderla e tollerarla. Quello che non potevo più fare era insegnare come verità ciò che, dopo averlo studiato, ritenevo contrario alle Scritture.
5. Arriviamo al momento della tua uscita. Come si è sviluppato quel processo? È stata una decisione maturata lentamente oppure c’è stato un momento decisivo? E quanto è stato difficile separare ciò che avevi creduto per tanti anni dalla tua identità personale e dai rapporti con le persone che avevano condiviso con te quella vita?
Come anziano molto impegnato, negli ultimi anni, dopo essere tornato in Italia, avevo assistito anche a comportamenti molto deludenti da parte di alcuni di coloro che si definivano sorveglianti e anziani del gregge. Avevo visto favoritismi e lotte di potere che non mi appartenevano e che rendevano il mio incarico di anziano un peso sempre più difficile da sostenere. Tuttavia, voglio essere chiaro: non furono quei comportamenti a farmi lasciare l’organizzazione. Il punto decisivo fu ciò che avevo scoperto studiando le dottrine. Una volta che ebbi maturato la convinzione che alcuni insegnamenti fondamentali dell’organizzazione fossero sbagliati, in coscienza non me la sentivo più di farne parte come insegnante. Non potevo salire sul podio e insegnare cose che ormai ritenevo chiaramente sbagliate. Così, nell’aprile del 2020, diedi le mie dimissioni da anziano di congregazione, dopo ventinove anni dalla mia prima nomina ad anziano. Per la prima volta nella mia vita partecipai anche alla Cena del Signore, sebbene su Zoom, a motivo della pandemia. Senza dare spiegazioni, smisi di consegnare il rapporto di servizio come proclamatore e, dopo circa sei mesi, risultavo inattivo e non frequentavo più le adunanze. Amavo profondamente i fratelli e, proprio perché non volevo perderli, inizialmente non dissi nulla a nessuno.
Poi, circa tre anni dopo, leggendo Marco 4:21-22, dove Gesù parla della lampada che non deve essere messa sotto il moggio ma sul candeliere, compresi che non potevo continuare a nascondere ciò che Gesù aveva acceso nel mio cuore. Fino a quel momento avevo parlato con sei persone di cui mi fidavo e cinque di loro lasciarono l’organizzazione. A quel punto sentii però che dovevo parlare liberamente. Cominciai quindi a pubblicare nel mio stato giornaliero alcune pubblicazioni dell’organizzazione che, a mio giudizio, mostravano chiaramente quanto fossero cambiate alcune sue affermazioni nel corso del tempo. Per esempio, mostrai la copertina della Torre di Guardia del 15 ottobre 1984, che affermava in copertina che la generazione del 1914 non sarebbe mai passata. Dopo appena tre giorni, nei quali avevo pubblicato tre diversi messaggi, fui convocato telefonicamente dagli anziani per un comitato giudiziario che si sarebbe tenuto il giorno successivo. Dissi chiaramente che mi sarei presentato a una sola condizione: essere giudicato sulla base della Bibbia e non sulla base della letteratura dell'organizzazione. Quando questa condizione non venne accettata, decisi di non presentarmi e, proprio quel giorno, fui disassociato. Avevo sette giorni per presentare un reclamo e scrissi quindi un SMS alle persone che conoscevo in Italia, spiegando che ero stato disassociato dopo aver evidenziato quelle che consideravo false predizioni dell’organizzazione. Ricordai loro Luca 21:8 e Deuteronomio 18:20-22. Nonostante i numerosi messaggi che inviai, ricevetti una sola risposta. Mi venne detto che erano delusi perché stavo lasciando Geova. Da quel momento mi ritrovai completamente solo. Avevo servito l’organizzazione per oltre quarant’anni, rinunciando a molte cose e dedicando ad essa praticamente tutta la mia vita. Avevo portato nell’organizzazione decine di persone e avevo sempre cercato di servire in prima linea. Eppure, quando tutto finì, nessuno si prese il tempo di venirmi a parlare personalmente e in modo amichevole. Non provo rabbia per questo, ma certamente fu un momento estremamente doloroso.
6. Molte persone che lasciano i Testimoni di Geova, dopo aver perso fiducia nell’organizzazione, finiscono per mettere in discussione anche l’esistenza di Dio o la religione in generale. Il tuo percorso è stato diverso: hai lasciato l’organizzazione, ma sei rimasto un credente. Come sei riuscito a distinguere la delusione nei confronti dell’organizzazione dalla tua fede in Dio? E che cosa è rimasto della tua fede dopo quell’esperienza?
Comprendo benissimo chi perde la fede in Dio dopo un’esperienza simile alla mia. Io credo di non aver mai perso la fede in Dio, soprattutto a motivo della relazione personale con Lui che ho coltivato durante tutta la mia vita. Ho attraversato molte difficoltà personali e mi sono sempre rivolto a Dio per chiedere aiuto e per ringraziarLo. Ho percepito molte volte la Sua presenza e la Sua mano nella mia vita. Dopo così tante esperienze, per me è diventato difficile pensare che Dio non esista. Esperienze simili le ho avute anche dopo il mio risveglio dai Testimoni di Geova. Per molti anni avevo interpretato queste esperienze come una conferma del fatto che mi trovavo nel “popolo di Dio”. Ma già quando ero ancora Testimone avevo conosciuto persone sincere e credenti che non erano Testimoni di Geova e che raccontavano esperienze molto simili alle mie. Questo mi aveva già fatto sorgere una domanda: e se Dio amasse le persone molto più di quanto io avessi immaginato? E se la salvezza non dipendesse dall'appartenenza a una determinata organizzazione? Dopo la mia fuoriuscita questa convinzione si è rafforzata. Ho compreso che Dio guarda il cuore e la fede della persona, non semplicemente l'etichetta religiosa che porta. Ho anche compreso che gli uomini, nel corso della storia, hanno spesso costruito strutture religiose attorno alla fede e, a volte, hanno finito per identificare quelle strutture con Dio stesso. La tendenza umana è quella di seguire uomini. Io, invece, ho compreso sempre più chiaramente che l'unico che merita di essere seguito senza riserve è Gesù. In Marco 9:38-41, infatti, vediamo Gesù correggere i suoi discepoli proprio quando questi pensavano che una persona dovesse appartenere al loro gruppo per poter operare nel Suo nome. È per questo che non ho perso la fede. Dio non ha nessuna colpa per gli errori che gli uomini possono commettere in Suo nome. Se avessi prestato maggiore attenzione alle parole di Gesù quando ero più giovane, probabilmente avrei fatto molte scelte diverse. Ma quando ho conosciuto i Testimoni avevo soltanto nove anni. Quindi oggi cerco di non guardare a quegli anni con rabbia. Riconosco anche la mia responsabilità, ma riconosco soprattutto che Dio mi ha accompagnato durante tutto il percorso, anche attraverso i miei errori. La mia fede non è cambiata: si è arricchita. Il mio lungo percorso tra i Testimoni di Geova mi ha reso, credo, una persona migliore. Non provo odio né rancore nei loro confronti. Al contrario, continuo ad amare molte delle persone che ho conosciuto in quel mondo. Porto nel cuore tantissime esperienze belle che ho vissuto e, invece di guardare continuamente indietro con amarezza, preferisco andare avanti verso una maggiore maturità, desideroso di continuare a imparare.
7. È proprio questo percorso che sembra aver caratterizzato anche la tua attività successiva, fino alla nascita e alla gestione di “Fede e Credo”. Come è nato il canale e quale obiettivo ti sei posto? Oggi che cosa cerchi di offrire alle persone che ti seguono: una critica ai Testimoni di Geova, un approfondimento biblico, una ricerca della verità cristiana, oppure qualcosa che va oltre queste definizioni?
Il mio canale, “Fede e Credo”, è nato in un momento di grande disperazione. Mi trovavo completamente solo. Lavoravo stabilmente di notte, spesso da solo, e, dopo essere stato disassociato, non avevo più persone con cui parlare della mia fede, né di notte né di giorno. Eppure avevo un grande desiderio di poter parlare ai miei fratelli Testimoni di Geova, persone che avevo sempre amato profondamente. Ma non sapevo come fare. Un giorno supplicai il Signore di aiutarmi a poter parlare e aiutare almeno un Testimone di Geova. Mi sembrava una richiesta assurda e quasi impossibile da realizzare. Per questo Gli chiesi semplicemente di aiutarmi a parlare con una sola persona. Mi sembrava già qualcosa di enorme e umanamente quasi impossibile. Nei giorni successivi mi venne l'idea di realizzare dei video su YouTube. La respinsi immediatamente. Non avrei mai voluto fare una cosa del genere. Non è nella mia natura. Faccio fatica a esprimermi e non sapevo assolutamente come registrare o montare un video. Non avevo neppure le attrezzature necessarie. Eppure quel pensiero continuava a tornare. Dopo circa due mesi di resistenza, decisi di provare. Cominciai a realizzare video senza sapere praticamente nulla di montaggio, immagini, testi o editing. Mi sono semplicemente buttato. Qualche mese dopo conobbi un altro fuoriuscito, un fratello anziano molto bravo con la tecnologia, che si offrì amorevolmente di aiutarmi. Francesco mi fu di grandissimo aiuto e, con molta pazienza, mi insegnò le basi dell'editing. A quel punto la qualità dei miei video migliorò.
Inizialmente lo scopo dei miei video era rivolto quasi esclusivamente ai Testimoni di Geova. Nel primo anno fui letteralmente sommerso ogni giorno da moltissimi messaggi privati di Testimoni che mi ringraziavano per i video e mi raccontavano le loro difficoltà, alcuni dei quali cercavano anche aiuto per lasciare l'organizzazione. Per quanto ricordo, almeno una decina di persone mi ha scritto espressamente dicendomi che proprio attraverso i miei video aveva compreso alcuni problemi dell'organizzazione e aveva deciso di lasciarla. Questo mi fece pensare alla preghiera che avevo fatto. Non sto naturalmente affermando di essere uno strumento speciale attraverso il quale Dio fa conoscere la verità. Dico semplicemente che cerco di aiutare, secondo le mie capacità, chi si trova in difficoltà. Dio può usare molti mezzi e molte persone, e io sono soltanto una delle tante persone che cercano di fare qualcosa di buono.
8. Attraverso “Fede e Credo” hai avuto modo di incontrare e intervistare persone con esperienze molto diverse, comprese persone provenienti dal mondo dei Testimoni di Geova. C’è stata un’intervista, una testimonianza o un incontro che ti ha particolarmente toccato e che ha lasciato un segno nel tuo percorso? Che cosa hai imparato da quella persona?
Ho intervistato molte persone: Testimoni di Geova e non, credenti e non credenti. Ognuna di loro mi ha insegnato qualcosa, sia in positivo sia, qualche volta, anche in negativo. Mi ha colpito vedere come la fede e la ricerca di Dio abbiano influito sulla vita di persone molto diverse tra loro. Cerco di imparare da tutti, anche quando personalmente non condivido tutto ciò che dicono. Una delle cose che ho imparato è che non dobbiamo rinchiudere Dio in una scatola, come invece facevo quando ero Testimone di Geova. Se non comprendo qualcosa, questo non significa necessariamente che quella cosa sia falsa. Il limite potrebbe essere semplicemente mio. Per questo cerco di rimanere di mente aperta. Quando intervisto una persona non credente, per esempio, non parto dal presupposto che sia semplicemente “sbagliata”. Cerco di capire che cosa l'abbia portata a perdere la fede. Ho compreso che la ricerca della verità è un processo continuo. Io stesso non ho ancora ricevuto risposte soddisfacenti a tutte le mie domande. Ma questo non mi spaventa. Significa semplicemente che il mio percorso non è ancora terminato. Dalla mia esperienza ho imparato soprattutto a fidarmi di Dio, un po' come un bambino si fida dei propri genitori. Queste lezioni non le ho imparate da una sola persona, ma da molte delle persone che ho incontrato.
Ci sono però due esperienze specifiche che vorrei ricordare. La prima riguarda il mio amico Rolf Furuli. Rolf è una persona con una preparazione notevole nel campo delle lingue antiche e con la quale ho avuto modo di confrontarmi anche personalmente. Ciò che mi ha colpito della sua testimonianza è stato vedere come, nonostante la sua uscita dall'organizzazione e le sue forti critiche nei confronti di alcuni insegnamenti e decisioni del Corpo Direttivo, egli continui a considerare i Testimoni di Geova la vera religione. Io posso non condividere questa conclusione, e naturalmente ho le mie domande al riguardo. Ma non voglio giudicare le sue motivazioni né mettere in dubbio la sua sincerità. Anzi, proprio la sua posizione mi ha costretto a riflettere su qualcosa di molto importante. Ho capito che conoscere molte cose non significa necessariamente arrivare tutti alle stesse conclusioni. Le nostre convinzioni non dipendono soltanto dalle informazioni che possediamo. Entrano in gioco anche la nostra storia personale, le nostre esperienze, i nostri affetti e il modo in cui abbiamo costruito la nostra identità spirituale. Questo vale per Rolf, ma vale anche per me e, credo, per tutti noi. Negli anni gli avevo scritto ponendogli delle domande su come fosse possibile continuare a sostenere determinate posizioni dopo quelli che io consideravo fallimenti profetici. Ma l'intervista mi ha insegnato che non basta chiedersi: “Quali informazioni possiede questa persona?” Bisogna anche cercare di comprendere il percorso che l'ha portata a quelle conclusioni. E questo non significa necessariamente che quella persona abbia torto. Significa semplicemente che dobbiamo imparare a confrontarci con le persone senza presumere di conoscere il loro cuore.
La seconda esperienza riguarda un'intervista che, almeno per ora, non è mai stata realizzata. Avevo chiesto a un fratello, anche lui risvegliato e molto conosciuto sul web, di raccontare davanti alla telecamera sul mio canale il suo risveglio e il suo successivo impegno per aiutare i Testimoni di Geova. Lui però preferì rifiutare perché non voleva dare l'impressione di sostenere le mie convinzioni sulla natura di Dio. Gli proposi anche di specificare chiaramente nell'intervista che non condivideva tutte le mie convinzioni, ma decise comunque di non partecipare perché mi considerava un apostata. Non voglio giudicare neppure lui. Quell'esperienza, però, mi ha fatto riflettere profondamente sul rischio che corriamo tutti quando una convinzione teologica diventa un criterio per escludere una persona. Posso non condividere le tue idee senza per questo smettere di considerarti mio fratello. E posso essere convinto di qualcosa senza pretendere di avere compreso tutto. Dopotutto, come possiamo pensare di avere compreso pienamente la persona di Dio? Queste due esperienze mi hanno insegnato ancora di più quanto sia importante rimanere umili. La verità non dovrebbe renderci arroganti. Se ciò che crediamo ci porta a considerarci superiori agli altri o a escludere chi non la pensa come noi, allora credo che dovremmo fermarci e riesaminare noi stessi.
9. Vorrei ora parlare a chi si trova dall’altra parte del percorso. Immaginiamo un Testimone di Geova che comincia ad avere seri dubbi: scopre aspetti della storia dell’organizzazione che non conosceva, trova incongruenze dottrinali o non riesce più ad accettare alcune pratiche, ma ha paura di cercare informazioni perché teme di essere considerato apostata. Che cosa gli consiglieresti? Come può indagare onestamente senza farsi guidare né dalla paura né dalla rabbia?
Il mio consiglio principale è: confida in Dio. Credo che Dio ami sinceramente chi sta lottando per cercare risposte. Per questo non dobbiamo avere paura di fare domande. Io credo che Dio non guardi soltanto a ciò che abbiamo compreso, ma anche alla sincerità con cui Lo abbiamo cercato. Per me la verità ultima non è semplicemente un insieme di informazioni corrette: la verità ultima è Dio. Chi cerca sinceramente la verità, in un certo senso, sta cercando Dio, anche se non se ne rende conto. Nessuno di noi ha compreso tutta la verità. Perciò è puerile ergersi al di sopra degli altri come se noi possedessimo una conoscenza completa. Il mio consiglio, quindi, è di non avere paura di investigare e di rimanere sempre di mente aperta. C'è una famosa frase che dice che la mente è come un paracadute: funziona soltanto quando è aperta. La Bibbia stessa ci invita a esaminare ogni cosa e a ritenere ciò che è buono. E qui vedo una certa ironia: questo è esattamente ciò che i Testimoni di Geova consigliano alle persone che appartengono ad altre religioni. Ma la stessa libertà di investigare diventa molto più difficile quando la persona comincia a mettere in discussione l'organizzazione alla quale appartiene. Io direi quindi a quella persona di non avere paura delle domande. Se la verità viene da Dio, non può avere paura della verità.
10. Vorrei concludere proprio sul rapporto tra fede e organizzazione. Se oggi potessi parlare con il Massimo di quando eri Testimone di Geova, cosa gli diresti? E a una persona che sta scoprendo che l’organizzazione nella quale ha creduto per anni potrebbe essere in errore, ma che teme che abbandonarla significhi necessariamente perdere anche la fede in Dio, cosa diresti?
Direi innanzitutto al Massimo di allora di non avere paura di cercare. So quanto sia difficile accettare l'idea che quella che consideravamo l'organizzazione di Dio possa, in realtà, non esserlo. Ci sono persone all'interno dell'organizzazione che hanno compreso che vengono commessi degli errori, ma non sanno dove andare e questo le trattiene al suo interno. Tutto nasce, almeno in parte, dall'idea che Dio abbia sempre avuto un'unica organizzazione sulla terra e che, se non appartieni a quella organizzazione, non puoi essere salvato. Viene spesso fatto l'esempio dell'arca di Noè. Ma dobbiamo stare attenti a non trasformare un racconto biblico in una regola che la Bibbia stessa non stabilisce. Prima di Mosè troviamo uomini come Enoc, Noè, Abraamo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe che hanno avuto una relazione personale con Dio senza appartenere a un'organizzazione religiosa mondiale nel senso moderno del termine. Con Mosè Dio formò una nazione, Israele, con uno scopo preciso. Ma l'appartenenza a quella nazione non garantiva automaticamente il favore di Dio. La storia biblica mostra infatti che Israele si è frammentato, fu spesso infedele e che molti di coloro che appartenevano al popolo furono comunque giudicati da Dio. Gesù stesso fece una distinzione importantissima tra la posizione ufficiale dei capi religiosi e la loro condotta. In Matteo 23:2-3 disse degli scribi e dei farisei: «Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno». Quindi essere associati al popolo di Dio non significava automaticamente che Dio approvasse tutto ciò che facevano i suoi leader. E lo stesso principio deve spingerci a riflettere anche sulla storia del cristianesimo. La comunità cristiana nata con gli apostoli non rimase immune dall'infedeltà umana. Nel corso dei secoli anche il cristianesimo si è frammentato, si è istituzionalizzato e, in molti casi, ha tradito gli insegnamenti di Gesù. Questo mi ha portato a una conclusione importante: Dio non ci chiede di seguire degli uomini al posto di Cristo. Quando una struttura religiosa si allontana da Dio, la fedeltà a Dio può richiedere anche di prendere le distanze da quella struttura. Apocalisse 18:4-5 contiene un invito molto forte: «Uscite da essa, o popolo mio, affinché non siate complici dei suoi peccati». È interessante che Dio dica: “Uscite”, ma non dica immediatamente una nuova organizzazione alla quale aderire. Io ho applicato questo principio alla mia esperienza.
Per me, a un certo punto, l'organizzazione dei Testimoni di Geova era diventata ciò da cui dovevo uscire. Per qualcun altro potrebbe essere un'altra struttura religiosa. Non credo che tutti debbano necessariamente fare il mio stesso percorso. Credo però che ognuno debba essere disposto a riconoscere ciò che si è frapposto tra lui e Dio e avere il coraggio di allontanarsene. E qui arriviamo al punto più importante. Se esco da un'organizzazione, dove vado? Per me la risposta non è stata: “Devo trovare immediatamente un‘altra organizzazione”. La mia risposta è stata: “Vado da Gesù”. Gesù dice in Matteo 11:28: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo». “Venite a me”. Non dice: “Venite a una struttura religiosa”. Dice: “Venite a me”. Ed è quello che ho cercato di fare. Ho lasciato ciò che consideravo una struttura religiosa che mi impediva di seguire la mia coscienza davanti a Dio, ma non ho lasciato Cristo. Anzi, per me è accaduto esattamente il contrario: lasciando un’organizzazione, ho scoperto ancora di più la persona di Gesù. Conosco già l’obiezione che potrebbe essere fatta: Gesù ha comandato di predicare il Vangelo in tutto il mondo e, per farlo, servono persone, mezzi, denaro e una certa organizzazione. È vero. Ma una cosa è riconoscere che i cristiani hanno bisogno di organizzarsi per svolgere un’attività; un’altra cosa è trasformare quella struttura in un mediatore indispensabile tra Dio e l’uomo. La Bibbia ci mostra che Dio ha usato Israele, pur non approvando tutto ciò che Israele faceva. E nel corso della storia Dio ha permesso che il messaggio cristiano raggiungesse persone attraverso strutture e chiese diverse. Ma lo scopo della predicazione non è portare le persone a un’organizzazione o religione. Lo scopo è portarle a Cristo. E qui, per me, c’è la differenza fondamentale. La nostra salvezza non dipende dall’appartenenza a un’organizzazione umana. Dipende da Cristo. Gesù dice in Giovanni 10:9: «Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato». E in Giovanni 14:6: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Paolo scrive in 1 Timoteo 2:5: «Vi è infatti un solo Dio, e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo». Gesù dice in Giovanni 6:37: «Tutto quello che il Padre mi dà verrà a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori». E in Atti 16:31 leggiamo: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato». Infine, Atti 4:12 dice: «In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati». E allora, se oggi potessi parlare con il Massimo di quando ero Testimone di Geova, gli direi una cosa che allora non avrei mai immaginato: Non avere paura di perdere un’organizzazione, se nel farlo puoi trovare Cristo. Perché oggi credo che la nostra moderna “arca di Noè” non sia una religione umana. La nostra arca è Gesù. Come l’arca rappresentava per Noè il luogo della salvezza attraverso il giudizio, così per noi Cristo è colui nel quale troviamo salvezza. Non abbiamo bisogno di cercare un’altra organizzazione che ci garantisca la salvezza. Abbiamo bisogno di entrare attraverso la porta. E la porta è Cristo. “Venite a me”. Questa è stata, e continua a essere, la mia risposta.
sabato 5 settembre 2026
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