sabato 29 agosto 2026

Quando Dio parla: la vita nei suoi comandi

Nella Bibbia, l’interlineare ebraico usa il termine מִצְוָה (mitzvah), che significa “comando, precetto”. Indica ciò che Dio ordina, prescrizioni che mostrano la via della vita e proteggono l’uomo da ciò che lo distrugge. I comandi di Dio non sono semplici consigli: hanno autorità e valore vincolante. Nel Nuovo Testamento, l’interlineare greco usa il termine ἐντολή (entolē), che significa “comando, ordine, prescrizione”. È il termine che richiede obbedienza.

I comandi di Dio formano il cuore nell’ubbidienza, nella fedeltà e nell’adorazione esclusiva del vero Dio. Non tutti i comandamenti hanno lo stesso peso: alcuni riguardano la relazione con Dio, verità, giustizia, umiltà; altri sono secondari, legati a rituali o forme esterne, come norme sull’igiene, regole sulla salute o indicazioni sull’abbigliamento.

In questo studio vedremo che l’ubbidienza ad alcuni comandi di Dio può determinare la salvezza dell’uomo, e che alcuni di essi riguardano direttamente il nostro futuro.


I Comandi di Dio ad Adamo


All’inizio della storia umana, Dio affida ad Adamo comandi che definiscono il suo ruolo di amministratore nel creato: custodire il giardino, lavorarlo, tenere sottoposti gli animali e dare loro un nome. Sono responsabilità che stabiliscono ordine e armonia. 

È ragionevole pensare che Dio, che incontrava Adamo nella brezza del giorno, gli abbia spiegato con chiarezza ogni incarico, e tanto più il comando di vitale importanza: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché nel giorno che ne mangerai, morirai” (Genesi 2:17). L’interlineare ebraico rafforza la gravità del comando: מוֹת תָּמוּת (mot tamut), “morendo morirai”, una formula intensiva che indica certezza assoluta. Adamo trasmette a Eva quel comando che rappresenta il confine tra la vita e la morte.

“La donna fu ingannata” (1 Timoteo 2:14), Adamo no, ma la conseguenza fu la stessa. L’inganno perpetrato da Satana non esenta dalla punizione. Il termine ebraico per “ingannare” è נָשָׁא (nāshàʼ), “sviare, sedurre, far credere il falso”. La responsabilità morale rimane personale, perché la tentazione non impone: propone una scelta. Satana può alterare la percezione e distorcere la verità, ma non può annullare il libero arbitrio. L’uomo decide, e proprio questa decisione, libera, consapevole, non forzata, è ciò che rende la responsabilità reale davanti a Dio.


I Comandi di Dio ai suoi servitori: Noè, Abramo e Mosè


Noè riceve istruzioni precise da Dio: costruire l’arca, prepararsi al diluvio, condurre gli animali nell’arca e infine entrarvi. La Scrittura specifica le dimensioni dell’arca: “la lunghezza dell’arca sarà di trecento cubiti; la larghezza, di cinquanta cubiti, e l’altezza, di trenta cubiti” (Genesi 6:15). Se consideriamo il cubito di circa 45 centimetri, significa un natante lungo più di 130 metri, largo oltre 22 e alto circa 13 metri: una struttura enorme, che rende evidente la mole di lavoro, il tempo e la perseveranza necessari per costruirla. Dio parla in forma imperativa: “La farai di legno di cedro” (Gen 6:14), “La farai a tre piani” (Gen 6:16). Ogni frase è un comando.

“E Noè fece tutto ciò che Dio gli aveva comandato. Fece proprio così” (Genesi 6:22). Non interpretò, non modificò, non adattò. L’interlineare usa il verbo עָשָׂה (asah) “fare, compiere”, ripetuto due volte per indicare completezza. Una vita di lavoro e sacrificio sostenuta da otto anime, sua moglie, i tre figli e le loro mogli.

Abramo riceve il comando di lasciare la sua terra: “Vattene dal tuo paese, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre” (Genesi 12:1). L’imperativo “vattene” לֶךְ־לְךָ (lekh lekha), che significa “va’, parti”, vuol dire: muoviti davvero. Non è un invito: è un comando.

Ur dei Caldei, come confermano archeologia e storia, era una città avanzata: case solide, acqua, cibo, commercio, cultura e sicurezza. 

Ebrei 11:9: “Per fede dimorò nella terra promessa come in terra straniera, abitando in tende.” Dimorare in tende significava una vita esposta alle intemperie, con spostamenti continui per trovare pascoli, acqua e luoghi sicuri. Una vita che richiedeva vigilanza, adattamento e fatica quotidiana.

Abramo percorse probabilmente oltre 2.500 chilometri, un cammino immenso per un uomo che viaggiava con greggi, servi, tende e tutta la sua casa. Un comando che non offre dettagli, senza indicazioni di percorso né di destinazione: Abramo parte “senza sapere dove andava” (Ebrei 11:8). Dio gli mostra il cammino passo dopo passo. Poi gli ordina di circoncidere ogni maschio (Genesi 17:10–14), un atto che richiede obbedienza immediata.

Infine un comando incomprensibile: offrire Isacco. “Prendi tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, e offrilo” (Genesi 22:2). Isacco non è un bambino: secondo la cronologia biblica e la tradizione ebraica, ha circa venticinque anni. Coopera con suo padre, porta la legna (Genesi 22:6), si lascia legare. Abramo alza il coltello, ma Dio interviene: “Non stendere la tua mano contro il ragazzo.” L’interlineare di Genesi 22:12 è potente: כִּי עַתָּה יָרֵא אֱלֹהִים (ki ‘atta yare’ Elohim), “ora so che tu temi Dio”, dove “yare’” indica un timore reverente che si manifesta “nell’obbedienza”. 

Mosè fu cresciuto nella casa del faraone, educato come un principe e circondato da ricchezze, cultura e sicurezza, viveva in un ambiente di prestigio. La Scrittura lo descrive come “potente in parole e in opere” (Atti 7:22), segno della formazione elevata tipica della corte egiziana. Ma quando difende un ebreo e uccide un egiziano, deve fuggire per salvarsi la vita.

Si rifugia nel deserto di Madian, dove vive quarant’anni come pastore: una vita solitaria e dura, lontana da ogni comodità. In quel luogo Dio lo addestra: lo rende umile e mansueto.

Dio gli appare nel roveto ardente e gli dà un comando che richiede coraggio: tornare in Egitto. Mosè obbedisce. Affronta il faraone, guida il popolo, attraversa il deserto, sopporta mormorii, fatica e responsabilità immense, perché Dio glielo ha comandato.

Un giorno, però, in un momento di pressione, commette un errore grave. Dio gli aveva detto di parlare alla roccia affinché desse acqua (Numeri 20:8). Mosè invece colpisce la roccia due volte e dice al popolo: “Vi faremo uscire acqua da questa roccia?” (Numeri 20:10). Mosè attribuisce l’azione a sé e a suo fratello, come se fossero loro a compiere il miracolo. Così si appropria di un frammento della gloria che appartiene solo a Dio. Per questo Dio lo disciplina: “Poiché non avete creduto in me per santificarmi davanti agli occhi dei figli d’Israele, voi non entrerete nel paese” (Numeri 20:12). Mosè accetta la disciplina senza rancore.

  • Ubbidire ai comandi di Dio significa essere disposti a vivere una vita di sacrifici e di abnegazione, senza necessariamente comprendere ogni cosa e senza porre limiti a ciò che Dio richiede. Dio plasma il cuore dei suoi servitori nelle prove: l’uomo impara l’ubbidienza dalle cose che soffre, come ricorda la Scrittura riguardo a Cristo: “Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì” (Ebrei 5:8). 


Conseguenze della disubbidienza ai Comandi di Dio


Numerosi uomini persero la vita perché violarono ciò che Dio aveva stabilito, quali: la moglie di Lot; Nadab e Abiu; Cora, Datan e Abiram; Acan; Anania e Saffira.

Il profeta inviato da Dio a Betel ricevette un ordine chiaro e inequivocabile: “Non mangiare pane, né bere acqua, e non tornare per la strada per cui sei venuto” (1 Re 13:17). Sebbene un vecchio profeta lo abbia raggiunto e tratto in inganno (1 Re 13:11), il raggiro non ha cancellato la sua responsabilità personale. A causa della disubbidienza a quel comando diretto, l'uomo di Dio fu sbranato da un leone lungo la via (1 Re 13:24). Quando Dio parla in modo chiaro, nessun uomo e nessuna istituzione può annullare ciò che Egli ha stabilito, né evitare le conseguenze della disubbidienza.

Lo stesso principio emerge nella vicenda di Uzza. L’Arca del patto era stata caricata su un carro nuovo. Dio aveva stabilito un metodo preciso: “Metterai le stanghe negli anelli ai lati dell’Arca, per portarla” (Esodo 25:14). Le stanghe erano infilate negli anelli e i leviti la sollevavano senza toccare l’Arca stessa. Era un ordine chiaro: “Non toccheranno le cose sante, perché non muoiano” (Numeri 4:15). Uzza non era levita, e anche i leviti, in quel contesto, non potevano toccarla. Quando il carro vacillò, Uzza stese la mano per sostenere l’Arca. Sembrava un gesto buono, un gesto di protezione, ma violò un comando preciso. La buona intenzione non annullò la disubbidienza: “Allora l’ira di Dio divampò contro Uzza; il vero Dio lo abbatté per il suo gesto irriverente”(2 Samuele 6:7).


I Comandi di Dio alla Nazione d’Israele


Quando Dio forma la nazione d’Israele, le insegna un modo di vivere. La Legge è un insieme di comandi che regolano ogni aspetto della vita spirituale, sociale e familiare, culto, giustizia e misericordia. La tradizione ebraica riconosce nella Torah circa seicento comandamenti.

I comandi più importanti riguardano la relazione con Dio. “Non avrai altri dèi davanti a me” (Esodo 20:3) è il fondamento: Dio chiede fedeltà assoluta. Seguono comandi che custodiscono verità, giustizia e purezza: non pronunciare il nome di Dio invano, non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dare falsa testimonianza. La Legge parla ripetutamente di amore e compassione. Dio chiede di avere cura di chi è vulnerabile: “Amerai il forestiero” (Deuteronomio 10:19) e “Non opprimerai il povero e il bisognoso” (Deuteronomio 24:14). 


Cristo e i due Grandi Comandamenti


Al tempo di Gesù tutto converge sulla sua persona, sull’amore verso Dio e il prossimo. 

Tutto converge su Cristo. Cristo dichiara: “Io sono la via, colui che conduce a Dio; la verità, la luce e la piena comprensione di ciò che Dio rivela; e la vita, cioè lo strumento attraverso cui si ottiene la vita eterna; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.               “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. (Giovanni 14:15). Cristo è l’unico mediatore che permette di accedere al Padre (Giovanni 14:6) e il capo della congregazione (Efesini 5:23). 


Questa centralità e semplicità emerge chiaramente anche da due episodi significativi nel libro degli Atti. Il carceriere di Filippi chiese: “Signori, che devo fare per essere salvato?”, e la risposta fu: “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia” (Atti 16:30-31). Anche il centurione Cornelio, desideroso di conoscere la via della salvezza, ascoltò da Pietro che: “chiunque ripone fede in Lui riceve il perdono dei peccati” (Atti 10:33; 10:43). 

Non sorprende, quindi, che i discepoli venissero identificati dal nome di Colui nel quale riponevano fede: “Fu ad Antiòchia che per la prima volta i discepoli furono per volontà divina chiamati cristiani” (Atti 11:26). L’interlineare greco rivela che “cristiani” (χριστιανούς / christianous) è un termine formato direttamente dal nome “Cristo” (Χριστός) con il suffisso -ιανός, che indica “appartenenza, adesione, schieramento”. Significa letteralmente: “quelli del Cristo, i seguaci del Cristo”. Anche la grande folla di Apocalisse riconosce: “La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, e all’Agnello!” (Rivelazione 7:10).

Lo stesso principio era già stato prefigurato nel deserto, quando Dio disse a Mosè di innalzare il serpente di rame: chiunque lo guardava viveva (Numeri 21:8-9). Gesù applica direttamente quell’immagine a sé: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna” (Giovanni 3:14-15). Come allora la vita veniva dal guardare ciò che Dio aveva innalzato, così oggi la salvezza viene dal rivolgersi a Cristo con fede.

Amore per Dio. Alla domanda sul più grande comandamento, Gesù riassume tutto ciò che Dio ha detto nei secoli: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza” (Deuteronomio 6:5; Matteo 22:37). “Da questo comandamento dipende tutta la Legge e i Profeti” (Matteo 22:40). 

Amore verso il prossimo. Il secondo grande comandamento: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Matteo 22:39). Gesù lo riassume nella regola aurea: “Tutto ciò che volete che gli uomini facciano a voi, fatelo anche voi a loro” (Matteo 7:12). L’interlineare evidenzia ποιεῖτε (poieite), “fatelo”: un imperativo al presente che indica un’azione continua. L’amore verso il prossimo è iniziativa, bene attivo.

È il segno distintivo dei discepoli: “Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35). L’interlineare usa ἀγάπη (agape), “amore basato sul principio, che cerca il bene dell’altro e si dona in modo disinteressato”. Cristo ne ha dato l’esempio supremo: “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici (Giovanni 15:13). Da questi due comandamenti, amore per Dio e amore per il prossimo, dipendono tutta la Legge e i Profeti (Matteo 22:40). Sono la sintesi della volontà di Dio, il cuore del Vangelo, la misura della vera fede. 


Comandi Apocalittici


“L’angelo gridò a gran voce: “È caduta! Babilonia la Grande è caduta. Poi sentii un’altra voce dal cielo dire: “Uscite da lei, popolo mio, se non volete partecipare ai suoi peccati e se non volete subire anche voi le sue piaghe!” (Apocalisse 18).                                                     

È un ordine urgente. A quel tempo si comprenderà chiaramente chi è Babilonia la Grande, cosa rappresenta e cosa comporta non uscire quando si parla di subire le sue piaghe. Babilonia la Grande incoraggerà i credenti a non uscire, promettendo che lì ci sarà protezione, benedizione e salvezza? Indipendentemente dalla sua identità, il principio è sempre lo stesso: non seguire organizzazioni che pretendono di essere indispensabili per la salvezza. La salvezza non è legata a seguire uomini, ma all’obbedienza ai comandi di Dio.

 

“Vidi salire dal mare una bestia feroce con 10 corna e 7 teste; la bestia ricevette la sua potenza, il suo trono e grande autorità dal dragone. Le fu permesso di dare il respiro all’immagine della bestia feroce, così che questa parlasse e facesse uccidere tutti quelli che si rifiutavano di adorare l’immagine della bestia feroce. Fa in modo che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ricevano un marchio sulla mano destra o sulla fronte, e che nessuno possa comprare o vendere se non chi ha il marchio, cioè il nome della bestia feroce o il numero del suo nome. Il suo numero è 666”. Apocalisse 13.

Qui la prova diventa assoluta: o adori Dio o adori la bestia. Chi adora la bestia e la sua immagine e riceve il marchio sulla fronte o sulla mano berrà il vino dell’ira di Dio (Apocalisse 14:9-10). L’interlineare del termine marchio è χάραγμα (charagma), “un’incisione, un segno di appartenenza, una dichiarazione di lealtà”. Chi la sosterrà sarà escluso dalla salvezza promessa da Dio. 

In quel momento l’unica cosa che determinerà la salvezza sarà la fedeltà assoluta, la disposizione a perdere anche la propria vita pur di rimanere dalla parte di Dio. “Chi vorrà salvare la sua vita la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia la troverà” (Matteo 16:25). Apocalisse 2:10 “Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.” Allora si vedrà la distinzione tra il giusto e l’ingiusto, tra chi serve Dio e chi non lo serve (Malachia 3:18). Qui è richiesta la perseveranza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e mantengono la fede in Gesù (Apocalisse 14:12). La Scrittura mostra che nel giorno stabilito da Dio la qualità della fede sarà resa evidente: “l’opera di ciascuno sarà manifesta, sarà rivelata mediante il fuoco” (1 Corinzi 3:13). 

Gesù avvertì i suoi apostoli di vigilare dicendo che tutti lo avrebbero abbandonato, e così avvenne: non furono i loro buoni propositi a sostenerli nella prova (Marco 14:50). La fedeltà non nasce all’improvviso e non si improvvisa nel momento critico: si costruisce ora.

Satana, il maestro dell’inganno, “che svia l’intera terra abitata” (Apocalisse 12:9), e che “si trasforma in angelo di luce” (2 Corinti 11:14), cercherà di “sviare, se possibile, anche gli eletti” (Matteo 24:24). È un aspetto che dobbiamo tenere presente: dietro queste organizzazioni vi è il grande burattinaio.

La fedeltà cresce mentre scegliamo ogni giorno di rimanere dalla parte di Dio. Per questo è indispensabile rafforzare oggi la fede e rendere risoluto il cuore, perché l’ubbidienza rivela ciò che siamo davvero. “Il giusto vivrà per la sua fede” (Ebrei 10:38). 

Dio ha rivelato l’essenziale: ciò che serve davvero per avere la sua approvazione. La Bibbia dice di “accertarsi delle cose più importanti” (Filippesi 1:10). Tra queste: uscire quando Dio ordina di uscire e non prendere ciò che Dio proibisce di prendere. 


Mettere al primo posto le cose più importanti 


  • Amare Dio e il prossimo.
  • Adorare il Padre in spirito e verità.
  • Aprire il cuore a Cristo, riconoscere chi è, ascoltare le sue parole.
  • Coltivare una relazione viva con il Padre e il Figlio.                                           
  • Custodire la Parola, le leggi, i principi e i comandamenti di Dio.
  • Non conformarsi alla mentalità del mondo, seguendo solo Cristo.
  • Salvaguardare il cuore.
  • Edificare la fede.
  • Rimanere fedeli sino alla morte.


Alla fine, tutto si riduce a questo: rimanere saldi e incrollabili dalla parte di Dio nel momento della prova. La fedeltà che coltiviamo oggi sarà la forza che ci sosterrà domani, perché solo chi persevera ed è ubbidiente fino alla fine riceverà la vita che il Padre ha promesso. 


“Spero nei tuoi atti di salvezza, o Dio, e metto in pratica i tuoi comandamenti”. Salmo 119: 165.


Post del resiliente

sabato 22 agosto 2026

10 domande a Stefano Greco


1) Per iniziare, raccontaci qualcosa di te. Chi è Stefano Greco e qual è stato il tuo percorso umano, accademico e pastorale?

Sono sacerdote della diocesi di Bologna. Ho 52 anni e sono stato ordinato nel 2006. Dopo alcuni anni di esperienza missionaria in Ghana sono tornato a Bologna, dove svolgo il mio ministero sacerdotale e insegno religione cattolica nelle scuole superiori.

Accanto al ministero pastorale ho sempre coltivato un forte interesse per lo studio della Bibbia, della storia del cristianesimo e dei movimenti religiosi contemporanei. Mi sono formato in teologia, ma anche in ambito storico (laurea in storia antica presso l’Unibo), perché sono convinto che la fede non abbia nulla da temere dalla ricerca seria e documentata.

Negli ultimi anni una parte importante del mio impegno è diventata l'informazione sui Testimoni di Geova. Lo faccio attraverso conferenze, incontri, il canale YouTube "Cosa insegna realmente la Torre di Guardia" e il profilo TikTok "JWGesù", cercando sempre di distinguere il rispetto per le persone dalla critica delle idee e dei meccanismi organizzativi.

 

2) Tra i tanti ambiti di cui un sacerdote potrebbe occuparsi, perché hai scelto di dedicare così tanto tempo allo studio dei Testimoni di Geova? C'è stato un episodio o un incontro che ha acceso questo interesse?

Sì, c'è stato un momento molto preciso.

Avevo circa diciotto anni e partecipai a un convegno del GRIS, il Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-religiosa. Durante una colazione ebbi la possibilità di parlare a lungo con monsignor Lorenzo Minuti, che dedicò gran parte della sua vita allo studio dei nuovi movimenti religiosi.

Gli chiesi perché investisse così tante energie in questo campo. La sua risposta mi è rimasta impressa.

Mi disse che occuparsi di organizzazioni religiose ad alto controllo non significa combattere una religione, ma fare pastorale familiare. Perché quando la fede viene utilizzata per scopi diversi dalla fede stessa, una delle prime vittime sono quasi sempre le relazioni familiari.

Quelle parole non le ho più dimenticate.

Anni dopo ho conosciuto tante persone che avevano perso rapporti con figli, genitori, fratelli o coniugi semplicemente perché avevano cambiato convinzioni religiose. Ho capito che monsignor Minuti aveva visto molto lontano.

Da allora il mio obiettivo non è mai stato attaccare i Testimoni di Geova come persone. Al contrario, ho conosciuto tantissimi Testimoni sinceri, onesti e animati da una fede autentica, a favore dei quali ritengo importante fare informazione. Il mio interesse riguarda i meccanismi organizzativi e dottrinali che possono limitare la libertà di coscienza e produrre sofferenza.

 

3) Se potessi porre una sola domanda al Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova, sapendo di ricevere una risposta sincera e completa, quale sarebbe? E perché proprio quella?

Peccato, vorrei farne tante!!  Ma se  una sola  credo chiederei

Qual è il criterio con cui distinguete una verità biblica immutabile da un'interpretazione destinata a cambiare?"

Nel corso della loro storia molte dottrine considerate certe sono state modificate, alcune anche più volte. Questo, di per sé, può accadere in qualsiasi tradizione religiosa.

La questione è un'altra: quando un'interpretazione viene presentata come volontà di Dio e poi cambia radicalmente, chi ha subito conseguenze personali per averla seguita merita almeno una spiegazione.

Capire quel criterio aiuterebbe milioni di persone a comprendere meglio il rapporto tra autorità religiosa e libertà di coscienza.


4) Dal punto di vista dottrinale, quali ritieni siano le differenze più significative tra l'insegnamento dei Testimoni di Geova e il cristianesimo storico? E quali sono, secondo te, le dottrine che hanno le conseguenze più profonde nella vita quotidiana degli adepti?

Le differenze teologiche sono numerose: la natura di Cristo, la Trinità, lo Spirito Santo, la comprensione della Chiesa, l'escatologia e il ruolo del Corpo Direttivo. Ma, pastoralmente parlando, credo che le dottrine più importanti siano quelle che incidono concretamente sulla vita delle persone.

Penso all'ostracismo verso chi lascia l'organizzazione, alla continua identificazione tra fedeltà a Dio e fedeltà all'organizzazione, alla gestione della coscienza in alcuni ambiti delicati come il sangue, oppure alla convinzione che solo una determinata organizzazione rappresenti realmente il popolo di Dio e chiunque ne sia fuori è condannato da Dio.

Quando una dottrina modifica i rapporti familiari, le amicizie, le scelte professionali o la libertà di coscienza, non è più soltanto una questione teologica: diventa una questione profondamente umana.

 

5) Molti ex Testimoni raccontano di aver vissuto un forte controllo sulla propria vita. Dal tuo punto di vista, quali sono i principali meccanismi con cui un'organizzazione religiosa può influenzare il modo di pensare, di informarsi e di prendere decisioni?

Il controllo raramente passa attraverso la forza.

Molto più spesso passa attraverso la convinzione di fare liberamente ciò che in realtà è già stato deciso da altri.

Questo può avvenire limitando le fonti considerate affidabili, creando una forte identificazione tra Dio e l'organizzazione, facendo percepire il dissenso come un pericolo spirituale e collegando l'appartenenza religiosa alla conservazione degli affetti familiari.

Sono dinamiche che gli studiosi dei gruppi ad alto controllo descrivono da molti anni e che possono trovarsi, con intensità diverse, anche al di fuori dell'ambito religioso.

 

6) L'organizzazione dei Testimoni di Geova ha modificato nel tempo numerose dottrine e direttive. Come interpreti questi cambiamenti?

Ogni realtà religiosa evolve.

Il problema non è cambiare.

Il problema nasce quando un insegnamento viene presentato come l'unica volontà di Dio e successivamente viene modificato senza una reale assunzione di responsabilità per le conseguenze che quel precedente insegnamento ha avuto nella vita delle persone.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a cambiamenti importanti: sul rapporto di servizio, sull'abbigliamento, sulla barba, sull'approccio verso alcuni disassociati e su altri aspetti. Questi cambiamenti meritano certamente di essere studiati, ma anche contestualizzati storicamente, chiedendosi perché siano avvenuti proprio in questo momento.

 

7) Hai incontrato molte persone che hanno lasciato l'organizzazione. Quali sono le difficoltà più ricorrenti?

La perdita della rete sociale.

Molti non perdono soltanto una religione.

Perdono amici, parenti, punti di riferimento, identità e, talvolta, perfino la capacità di fidarsi di qualcuno. Molti testimoni di Geova sono certo che restano all’interno dell’organizzazione anche se non condividono più tante cose perché più che il nuovo mondo a loro interessa IL LORO mondo, non perdere questo…

Per questo cerco sempre di dire una cosa.

Non bisogna uscire da un sistema di certezze assolute per entrare immediatamente in un altro.

Occorre riscoprire lentamente il valore del dubbio, dello studio personale, del confronto sereno e della libertà di coscienza.


8) Nel dialogo con i Testimoni ancora attivi quali errori vedi commettere più spesso?

L'errore più comune è voler vincere una discussione.

Le persone non cambiano perché vengono umiliate.

Si predispongono al cambiamento quando si sentono ascoltate. Per questo distinguo sempre le persone dall'organizzazione.

Non attacco mai la sincerità della loro fede.

Discuto documenti, storia, interpretazioni bibliche e decisioni organizzative. Il rispetto apre molte più porte della polemica.

 

9) Perché hai deciso di utilizzare YouTube e TikTok?

Perché oggi le persone cercano risposte lì.

Ho pensato che fosse importante offrire contenuti documentati, verificabili e rispettosi.

Non faccio video per creare scandalo. Cerco di mettere a disposizione documenti originali, pubblicazioni della Watch Tower, testi biblici, fonti storiche e sentenze.

Ricevo messaggi molto diversi.

Ci sono Testimoni che non condividono le mie conclusioni ma apprezzano il tono rispettoso.

Ci sono ex Testimoni che mi scrivono per raccontare la loro storia.

E ci sono moltissime persone che semplicemente desiderano capire meglio un fenomeno religioso di cui si parla spesso ma che pochi conoscono davvero.

 

10) Quale messaggio vorresti lasciare a una persona che sta iniziando a mettere in discussione le proprie convinzioni?

Non avere paura delle domande.

La verità non teme le domande.

Se una convinzione è vera, resisterà anche all'esame più rigoroso.

Se invece non lo è, è meglio scoprirlo prima che dopo.

E soprattutto ricordati una cosa.

La tua dignità non dipende dall'appartenenza a un'organizzazione.

La fede autentica non dovrebbe mai chiederti di rinunciare alla tua coscienza, alla tua capacità di ragionare o all'amore verso la tua famiglia.

Dio non ha paura della libertà. Al contrario, la libertà è uno dei doni più grandi che ci ha fatto.


[viene di seguito inserito un commento di Stefano Greco]



Carissimo Virgilio, c' un po di carne al fuoco.... ma cerco di rispondere come posso. Grazie per la domanda, che è tutt'altro che banale. Farei però alcune preisazioni, perché altrimenti rischiamo di mettere sullo stesso piano questioni differenti.Innanzitutto, non direi che i libri del Nuovo Testamento furono tradotti o riscritti in greco perché erano stati scelti come canonici, mentre gli altri furono “nascosti”. I libri che costituiscono il Nuovo Testamento ci sono pervenuti originariamente in greco, con la possibile discussione su precedenti tradizioni semitiche per alcuni testi,e il processo di formazione del canone fu lungo e graduale. Non fu la traduzione in greco a renderli canonici...se ho capito male ciò che intendevi ti chiedo scusa. 

Quanto alla Vulgata, siamo effettivamente nell'antichità cristiana, ma non è contemporanea agli originali del Nuovo Testamento. Gli scritti neotestamentari appartengono al I secolo; Girolamo iniziò la sua opera di revisione e traduzione alla fine del IV secolo, lavorando sia sulle precedenti versioni latine sia sui testi nelle lingue originali. Quindi ci separano comunque circa tre secoli.La domanda ffondamentale però è questa: la Vulgata può essere considerata filologicamente alla pari del testo greco?

Direi di no, almeno se con “alla pari” intendiamo stabilire che cosa abbia scritto originariamente l'autoree del Nuovo Testamento. Una traduzione, per quanto antica e autorevole, rimane una traduzione. Quando possediamo il testo greco, è al greco che dobbiamo tornare per stabilire il significato originario. La Vulgata rimane però un testimone antichissimo e importantissimo della maniera in cui quei testi venivano letti e compresi nella Chiesa antica. I tuoi essempi sono molto interessanti. Κύριος (kýrios) e Dominus hanno certamente un'area semantica comune: signore, padrone, colui che esercita autorità. Però starei attento a ricavare il significato teologico di Dominus semplicemente da domus, quasi significasse necessariamente “dominatore di tutto ciò che si trova nella sua casa”. È suggestivo, ma l'etimologia non può sostituire il significato che una parola possiede effettivamente nel suo contesto.

Ancora più interessante è σταυρός (staurós). Tradurlo semplicemente attraverso la sua etimologia più antica può essere fuorviante. Nel greco antico poteva indicare un palo, ma nel greco dell'epoca romana il termine e i vocaboli collegati vengono utilizzati nel contesto della crocifissione. La sytessa torre di guardia, come ho dimostrato piu volte, taglia i passi delle enciclopedia che cita parzialmente ocme al solito, per non fr sapere questo. La Vulgata utilizza crux. Per stabilire quale fosse la forma concreta dello strumento dell'esecuzione di Gesù, quindi, non basta prendere il significato più antico della parola staurós: bisogna considerare l'uso linguistico del I secolo e le testimonianze storiche sulla crocifissione romana.

C'è poi una precisazione importante dal punto di vista cattolico. La Vulgata non è affatto “non canonizzata”: qui stiamo confondendo il canone, che riguarda quali libri appartengono alla Scrittura, con l'autorevolezza di una particolare edizione o traduzione. Il Concilio di Trento dichiarò autorevole la Vulgata nell'uso ecclesiale; questo però non significa che la Chiesa abbia dichiarato che ogni sua parola latina sia filologicamente superiore o identica all'originale greco.

Anzi, questo è molto importante: gli studi biblici cattolici moderni lavorano normalmente sui testi originali ebraici, aramaici e greci, utilizzando naturalmente anche le antiche versioni, fra cui la Settanta e la Vulgata, come testimonianze preziosissime.

E anche per la Messa farei una distinzione: noi non stiamo semplicemente utilizzando “nuove versioni della Vulgata”. Le traduzioni liturgiche moderne vengono preparate tenendo conto dei testi originali e della tradizione testuale della Chiesa. Esiste inoltre la Nova Vulgata, promulgata nel 1979, che costituisce il testo latino ufficiale della Chiesa cattolica di rito romano.

Quindi, se devo risponderti in una frase: la Vulgata possiede un'enorme autorità storica, ecclesiale e teologica, ma per ricostruire ciò che gli autori del Nuovo Testamento scrissero originariamente non può essere messa filologicamente sullo stesso piano dei testimoni manoscritti greci.

E, da sacerdote cattolico, non avrei alcuna difficoltà ad ammetterlo. La fede cattolica non richiede di sostenere che una traduzione latina del IV-V secolo sostituisca il greco del Nuovo Testamento. Al contrario, proprio perché prendiamo sul serio la Scrittura, quando vogliamo approfondire una parola come kýrios o staurós, torniamo al greco e al suo contesto storico e linguistico. Spero di essermi capito, dice il comico Frassica ;)