domenica 5 luglio 2026

Quando Dio tace e l’uomo parla



La Scrittura è chiara in numerosi insegnamenti. Prendiamo un solo esempio, semplice e impossibile da fraintendere. Gesù disse: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35). È diretto e limpido. Non lascia spazio a interpretazioni alternative. Chi potrebbe dimostrare il contrario? 

Il problema nasce quando questi presupposti mancano e si ricorre all’interpretazione teologica per colmare ciò che la Bibbia non stabilisce. È in questo spazio che l’uomo inserisce le proprie idee, trasformando opinioni in verità assolute e interpretazioni in dottrine. Ed è proprio lì che sorgono identità religiose, sistemi teologici e divisioni: dove l’uomo decide di parlare al posto di Dio. Questo studio non attacca alcuna dottrina né giudica posizioni teologiche. Il suo scopo è mostrare un principio: cosa accade quando l’uomo potrebbe finire per parlare al posto di Dio.

Due esempi originari

Il primo esempio umano appare nel Giardino dell’Eden. Dio aveva detto soltanto: “Non devi mangiarne” (Genesi 2:17). Eva aggiunge un dettaglio che Dio non aveva pronunciato: “Non lo dovete toccare” (Genesi 3:3). Eva potrebbe essere vista come colei che aggiunge ciò che Dio non aveva detto.

Il primo esempio angelico è il serpente. Dio non aveva spiegato perché l’albero fosse proibito. Il serpente riempie quel silenzio con una narrazione alternativa: “Non morirete affatto” (Genesi 3:4). In questo modo, finisce per sostituire ciò che Dio non aveva spiegato.

Opinioni, confusione e divisione

Nel cristianesimo primitivo sorsero tensioni dove la Scrittura non aveva ancora dato una direttiva chiara. Sui cibi sacrificati agli idoli, alcuni dicevano: “Si possono mangiare, un idolo non è nulla”. Altri affermavano: “Sono contaminati, non vanno toccati” (1 Corinti 8:1-13). Opinioni opposte, nessuna indicazione esplicita, e la congregazione finì per dividersi.

Quando però apostoli e anziani si riunirono a Gerusalemme, la direttiva divenne chiara: “Astenervi dalle cose sacrificate agli idoli” (Atti 15:28-29). Quando le congregazioni lessero questa decisione, “si rallegrarono per l’incoraggiamento” (Atti 15:31). 

Prima c’erano opinioni; poi una guida chiara. Prima divisione; poi unità.

Quando il pensiero diventa più importante della persona

Solitamente la differenza di pensiero potrebbe non essere accolta come un arricchimento, ma percepita come una minaccia, come un affronto personale. Si arriva perfino a mettere in dubbio le intenzioni, sebbene la persona creda in Dio, in Cristo e nella Scrittura, vivendo in modo irreprensibile e praticando quella forma di adorazione pura descritta nella lettera di Giacomo. Tutto questo passa in secondo piano. Ciò che viene messo a fuoco non è ciò che fai, ma le tue idee. Quando un’idea diventa più importante della persona, ci si potrebbe allontanare dall’amore.

E quando si impongono insegnamenti e dottrine umane, si finisce in un recinto i cui confini sono stabiliti dall’uomo. In quel recinto, grande o piccolo, si sopprime l’individualità, il pensiero critico, la diversità, la libertà e l’espressione del pensiero entro i confini dei principi biblici.

L’esempio dei Bereani

Quando Paolo e Sila parlavano ai bereani, la Scrittura dice che essi “esaminavano attentamente le Scritture ogni giorno per vedere se le cose stavano veramente così” (Atti 17:11).Questo è ciò che fecero, ed è ciò che il testo mette in risalto. La Bibbia non menziona che si rivolsero a testi teologici, filosofi, dotti rinomati o tradizioni. 

Per non andare oltre ciò che Dio non ha rivelato si potrebbe partire dalla Scrittura e dall’interlineare, e poi avvalorare il ragionamento con la logica e con esempi concreti. E oggi, grazie all’intelligenza artificiale, questo processo potrebbe risultare più semplice. Naturalmente, l’interlineare non va tirato in causa solo quando conviene alla propria tesi. 

A questo proposito ho chiesto all’IA quanti YouTuber seguono davvero un metodo costante Scrittura–Interlineare e dichiarano apertamente quando stanno interpretando. La risposta è stata chiara. Osservando certi YouTuber, sembra di assistere a un vero festival di interpretazioni. È comunque apprezzabile quando alcuni di loro riconoscono che, in certi passi, stanno facendo teologia e non proclamando certezze. 

E come reagiamo quando qualcuno ci fa notare questo? Paolo lo disse con lucidità: “Sono forse diventato vostro nemico dicendovi la verità?”. Tutti noi che insegniamo dobbiamo prestare attenzione alla Scrittura, che avverte: “nella moltitudine delle parole non manca la trasgressione” (Proverbi 10:19), “non siano molti a diventare insegnanti, perché ne renderemo conto più severamente” (Giacomo 3:1). E se in buona fede finora non l’abbiamo fatto, perché non iniziare ora a prestare attenzione? L’umiltà non guarda indietro per difendersi, ma avanti per correggersi.

La scrittura ci avverte

La Scrittura è chiara: Dio pone limiti che non vanno superati. “Non aggiungere nulla a ciò che vi comando e non togliere nulla” (Deuteronomio 4:2). “Non andare oltre ciò che è scritto” (1 Corinti 4:6). Gesù denunciò chi trasformava tradizioni umane in obblighi religiosi: “Avete annullato la parola di Dio a causa della vostra tradizione” (Matteo 15:6). “Invano mi rendono sacro servizio insegnando come dottrine comandi di uomini” (Matteo 15:9). Il punto è semplice: Dio parla dove vuole parlare, e tace dove vuole tacere. 

Per questo, quando la Scrittura non è esplicita, l’umiltà dovrebbe portarci a riconoscerlo. In questi casi si potrebbe dire: “Questa potrebbe essere una spiegazione”, “Non possiamo esserne certi”, “La Scrittura non lo chiarisce”, “Questa è solo la mia opinione”. A volte basta poco per ottenere molto: un solo gesto di umiltà evita discussioni inutili e preserva la pace.

Il problema non è studiare; il problema non è approfondire; il problema non è nemmeno parlare di ciò che Dio non ha detto. Il problema nasce quando ciò che Dio non ha rivelato viene trasformato in dogma, come se fosse indispensabile per ottenere la sua approvazione e la sua benedizione. 

Quando è l’uomo a stabilire

L’uomo tende a dichiarare “chiaro” ciò che per altri non lo è affatto. I simboli dell’Apocalisse lo mostrano. Lo stesso vale per la dottrina della Trinità. Nei secoli sono nate sette formulazioni diverse: Nicea, Costantinopoli, il Simbolo Atanasiano, la visione orientale, la struttura filosofica di Tommaso d’Aquino, la Trinità “sociale” e quella “economica”. Sette modelli, nati in epoche e contesti diversi.

Eppure, molte confessioni cristiane, cattoliche, ortodosse e protestanti storiche, affermano che chi non accetta la Trinità non può definirsi cristiano. Ma la Scrittura dice: “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato” (Atti 16:31).

Altri dichiarano che la Trinità è un “mistero” che va accettato anche se contraddice la matematica e la logica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: due schieramenti opposti, trinitari e antitrinitari, ciascuno convinto che l’altro sia nell’errore, ciascuno impermeabile alle spiegazioni altrui.

Non si tratta di stabilire una dottrina, ma di mostrare un meccanismo: quando Dio tace, l’uomo parla. Le religioni e i gruppi spesso nascono proprio dove Dio ha scelto il silenzio. Non è un fenomeno marginale: ogni anno sorgono tra 200 e 300 nuovi movimenti religiosi o spirituali, frutto del bisogno umano di colmare ciò che la Scrittura non ha definito. 

È lì che nasce anche la presunzione religiosa: “noi capiamo la verità”, “noi abbiamo lo spirito santo”. È un modo per giustificare la propria posizione, rafforzare il proprio ruolo, ottenere consenso e proteggere il proprio ego, come se chi giunge a conclusioni diverse non avesse l’approvazione di Dio. Lo stesso meccanismo si vede oggi quando qualcuno afferma che per capire la Bibbia bisogna pregare: la Scrittura non lo dice, non esiste un solo versetto che colleghi la comprensione alla preghiera.

Un altro motivo per cui l’uomo parla dove la Scrittura tace è il bisogno di cercare appartenenza, un’identità di gruppo. Ed è molto difficile cambiare questo modo di vedere le cose quando ormai abbiamo costruito un’identità attorno a quel pensiero o facciamo parte di chi lo sostiene.

Chi crede di essere uscito da un recinto, in realtà ha solo cambiato le sbarre: il meccanismo interiore resta identico. Sentono il bisogno di avere una guida fisica, come gli israeliti: “Facci un dio che vada davanti a noi” (Esodo 32:1), e “Stabilisci su di noi un re, come tutte le nazioni” (1 Samuele 8:5). È la stessa dinamica psicologica: non si abbandona il recinto, si abbandona solo il guardiano, perché il cuore non ha ancora imparato a camminare da solo con l’Invisibile, con il Padre e il Figlio, nella libertà. Così si potrebbe finire per uscire da una struttura per seguire ancora degli uomini, come se l’appartenenza fosse necessaria, come se la fede cristiana avesse bisogno di un recinto per esistere. In questo modo il bisogno psicologico di relazione e identificazione può essere anteposto alla Scrittura, come se l’uomo avesse bisogno di una guida umana più che di Cristo.

Il cammino con Dio non cerca il consenso, ma la verità. E proprio per questo, chi lo percorre si trova spesso solo. Ma è una solitudine lucida, perché nasce dall’integrità.

Anche quando i nostri motivi ci sembrano buoni, dobbiamo riconoscere che il cuore è ingannevole e che basta poco per perdere l’equilibrio spirituale, “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa” (Geremia 17:9). È facile convincersi di agire per zelo, mentre in realtà stiamo difendendo noi stessi, la nostra identità, il nostro ruolo o il nostro bisogno di avere ragione.

Quando la dottrina diventa coercizione

Per far accettare la dottrina della Trinità, i trinitari arrivarono a mettere a morte chi non la accettava. La storia mostra che chi non si sottometteva alla formulazione ufficiale veniva considerato eretico e trattato come un nemico di Dio. “Vi uccideranno, pensando di rendere sacro servizio a Dio” (Giovanni 16:2).

In alcune aree del mondo islamico radicale, ancora oggi, la vita è in pericolo se si sceglie Cristo invece di Maometto. Tra i Testimoni di Geova basta non essere allineati solo su un aspetto non dottrinale per essere disassociati per apostasia e poi ostracizzati. Tutto questo mostrerebbe che il problema non è la Scrittura, ma l’uomo che non accetta il limite posto da Dio e finisce per trasformare le proprie opinioni in obblighi per gli altri.

Lo comprese bene Jan Hus, che davanti ai suoi giudici disse: «Mostratemi dalle Scritture il mio errore; se non potete, non posso ritrattare». Pochi giorni dopo fu arso vivo. Morì non per ciò che la Scrittura diceva, ma per ciò che altri pretendevano che dicesse.

Quando l’uomo parla dove la Legge tace

Quando Davide dice: “Chi ha mai messo a morte l’unto di Dio ed è rimasto impunito?”, la Legge non stabiliva nulla del genere. È una sua conclusione personale. Eppure ordina di mettere a morte l’amalecita che aveva ucciso Saul, applicando la sua logica. Abisai interpreta gli stessi fatti in modo opposto: “Oggi Dio ti ha consegnato il tuo nemico”. Due uomini, due letture diverse. Il racconto non dice che Dio proibì o comandò: il resto è interpretazione.

Gli scribi e i farisei costruirono attorno alla Scrittura un sistema di regole che Dio non aveva richiesto. Ne produssero oltre cinquecento: norme sul sabato, lavaggi rituali, purità, voti, distanze, oggetti e gesti. Un edificio minuzioso nato non dalla Torah, ma dall’uomo. Gesù li denunciò: “Insegnate come dottrine comandi di uomini”. Il problema non era la Scrittura, ma ciò che l’uomo aggiungeva alla Scrittura.

Il silenzio che l’uomo non sopporta

La Bibbia non è stata scritta tutta come i Dieci Comandamenti: non è un codice matematico, ma una rivelazione che unisce parola, storia, poesia, profezia e silenzi. E quei silenzi mettono alla prova il cuore dell’uomo. Il limite è chiaro, ma l’uomo fatica ad accettarlo. È qui che il silenzio diventa terreno di manipolazione religiosa: l’uomo riempie ciò che Dio non ha detto e lo trasforma in obbligo, autorità e dottrina. È in questo spazio, lasciato aperto, che emergono le qualità, buone o cattive. Spesso il punto non è la verità, ma il desiderio di emergere: “amavano la gloria degli uomini più della gloria di Dio” (Giovanni 12:43). L’umiltà accetta il limite; l’orgoglio lo rifiuta. E se Dio tace, potrebbe essere perché quelle informazioni non sono necessarie per la salvezza? Il limite posto da Dio è una prova di cuore. 

Il meccanismo psicologico e spirituale che alimenta la divisione

Il meccanismo che alimenta la divisione potrebbe essere l’ego religioso. Nessuno di noi è indispensabile. Nessuno è lo “schiavo fedele e saggio”: il contesto mostra chiaramente che Gesù stava raccontando una parabola. Quando un gruppo afferma: “Noi siamo il canale di Dio”, “Per capire la Bibbia bisogna avere lo spirito santo”, la domanda è inevitabile: è zelo o è ego? Stiamo elevando la nostra autorità sopra il limite che Dio ha posto?

L’ego religioso nasce dal bisogno di controllare ciò che Dio non ha definito, riempiendo il silenzio con conclusioni personali trasformate in obblighi. È qui che risuona l’avvertimento di Paolo: “Se qualcuno pensa di essere qualcosa quando non è nulla, inganna sé stesso” (Galati 6:3). Così si finisce per sostenere idee con veemenza, come se difendere il proprio pensiero significasse difendere la verità stessa.

In questo squilibrio si può credere che ciò che facciamo sia di vitale importanza, quando in realtà pochissimi ne verranno a conoscenza. È lo stesso meccanismo che si vide nel deserto, quando il popolo disse: “Ci hai portati qui per farci morire nel deserto?” (Esodo 14:11). Non sapevano ancora come Dio avrebbe risposto, sebbene avessero già visto miracoli.

Quando una persona o un gruppo pretende risposte dove Dio non le ha date, l’opinione diventa verità assoluta. La Scrittura descrive il frutto di questo spirito: “Dove ci sono gelosia e contesa, lì c’è disordine e ogni sorta di cattiva azione” (Giacomo 3:1416). E allora la domanda diventa inevitabile: cerchiamo davvero la verità o cerchiamo di avere ragione? Promuoviamo la libertà o cerchiamo il controllo? La differenza tra maturità spirituale ed ego religioso potrebbe essere questa: il credente maturo accetta il limite; l’ego religioso lo rifiuta.

Non possiamo capire tutto

È qui che emerge una verità antica quanto attuale: il vero saggio sa di non sapere.
Lo stesso principio risplende quando Dio risponde a Giobbe dal turbine: “Chi è costui che oscura i miei propositi e parla senza conoscere? Su, preparati e agisci da uomo; io ti farò domande, e tu informami. Dov’eri tu mentre io fondavo la terra? Dimmelo, se pensi di saperlo.” “Conosci tu le leggi dei cieli?” “Hai tu penetrato le sorgenti del mare? Sei forse sceso alle sorgenti del mare o hai esplorato le acque profonde?” (Giobbe 38). Queste domande non chiedono una risposta: sono la risposta. Dio sta dicendo: tu non sai, e non puoi sapere. E va bene così.

Le Scritture mostrano che non possiamo capire tutto: “Non sta a voi conoscere i tempi” (Atti 1:7); “Le cose segrete appartengono a Dio” (Deuteronomio 29:29); “Ora vediamo come in uno specchio” (1 Corinti 13:12); “I giudizi di Dio sono imperscrutabili” (Romani 11:33); “Chi può comprendere la mente del Signore?” (Isaia 40:13). E lo stesso Gesù lo conferma: “Nessuno sa il giorno e l’ora” (Matteo 24:36). Cristo non ha mai oltrepassato ciò che il Padre non aveva rivelato.

Queste parole ci ricordano che la fede non nasce dal sapere tutto, ma dal fidarsi di Chi sa tutto. Se Dio non ha rivelato ogni dettaglio, potrebbe essere un invito all’umiltà: la nostra autorità non supera la Sua. Siamo disposti a tacere pur di promuovere la pace, o cerchiamo di avere ragione? Come reagiamo quando altri arrivano a conclusioni diverse? Paolo e Barnaba si separarono per un semplice punto di vista: “ci fu un’accesa esplosione d’ira e si separarono” (Atti 15:39).

I genitori di Gesù non poterono comprendere quando disse: “Devo stare nella casa del Padre mio”. Maria le custodì nel cuore, ma non le comprese. La comprensione sarebbe arrivata più avanti, quando i tempi di Dio si sarebbero compiuti. 

Lo stesso accadde con Giuseppe. I suoi genitori e i suoi fratelli potevano capire i sogni che raccontava, nei quali tutti si sarebbero inchinati davanti a lui? Anche lì, la risposta è no. Quelle parole sembravano persino presuntuose, eppure erano vere. La comprensione arrivò solo quando Dio portò a compimento ciò che aveva annunciato. 

La Scrittura ci invita a cercare ciò che edifica: “Cerchiamo dunque le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione” (Romani 14:19), “Con umiltà considerate gli altri superiori a voi stessi” (Filippesi 2:34). È lo spirito di Abramo quando disse a Lot: “Non ci sia contesa tra me e te; se tu vai a sinistra, io andrò a destra” (Genesi 13:89).

Conclusione

  • “L’uomo esalta le idee; Dio ha tanto amato il mondo e scruta il cuore.”                                                     
  •  L’uomo ama concetti; Dio ama le persone e pone il cuore sopra le idee.
  • “L’uomo costruisce recinti dottrinali; Cristo è morto per tutti.”                                                                  
  •  L’uomo delimita e divide; Cristo abbatte i muri e unisce.

Dio un giorno ci darà la conoscenza piena: “Conosceremo pienamente” (1 Corinti 13:12). Eppure ci si avvicina a Dio anche con poche verità essenziali: così Naaman, dopo la guarigione, dichiarò semplicemente: “Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele” (2 Re 5:15). Dio scruta il cuore; è per questo che Davide fu definito “un uomo secondo il cuore di Dio” (1 Samuele 13:14). 

Ciò che rimane immutabile, immenso ed eterno, e che edifica sempre, è l’amore.

Se parlo le lingue degli uomini e degli angeli ma non ho amore, sono un gong che rimbomba, e se ho il dono della profezia e comprendo tutti i sacri segreti e tutta la conoscenza, ma non ho amore, non sono nulla” 1 Corinti 13:1,2.

Alla fine, davanti a Dio, non conterà quanto abbiamo compreso, ma quanto abbiamo amato.                                                                                                                               

IlResileinte1914

domenica 28 giugno 2026

Le nubi della gloria: simbolo di invisibilità o manifestazione divina?

Atti 1:9-11, «una nube lo sottrasse ai loro occhi».
Nella Bibbia le nubi sono molto spesso un simbolo della presenza e della manifestazione divina, ma non per questo l'evento descritto è necessariamente irreale o invisibile.
Quando i Testimoni di Geova leggono espressioni come: «vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo» (Matteo 24:30) sostengono che le nubi siano simboliche e quindi anche la venuta sia invisibile.

Tuttavia questo ragionamento non è necessariamente corretto. Nella Bibbia le nubi hanno spesso una funzione teofanica, cioè indicano la presenza di Dio:
Dio guida Israele nella nube (Esodo 13:21). 
Il Sinai è coperto dalla nube (Esodo 19:9). 
La gloria di Dio riempie il Tempio nella nube (1 Re 8:10-11). 
Gesù è trasfigurato nella nube luminosa (Matteo 17:5). 
Le nubi quindi indicano la sfera divina, la gloria di Dio, la sua maestà.
Quando Daniele 7:13 dice: «Ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d'uomo» sta forse dicendo che il Figlio dell'uomo viene  (nella sua visione profetica) in modo invisibile? Eh no:  sta semplicemente dicendo che possiede attributi divini, e che lui vede: non vede una nube.  Infatti nell'Antico Testamento è Dio stesso che "cavalca le nubi": «Ecco il Signore cavalca una nube leggera» (Isaia 19:1).
Per un ebreo del I secolo, venire sulle nubi significava partecipare alla gloria e all'autorità divine. 

Per cui collegandoci al versetto che volevamo commentare, Atti 1:9-11, durante l'Ascensione: «una nube lo sottrasse ai loro occhi». Gli angeli aggiungono: «Questo Gesù... verrà nello stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo». La nube qui nasconde Gesù alla vista, ma gli apostoli lo hanno visto realmente partire. Le nubi sono certamente simboliche della gloria divina;  ma il fatto che siano simboliche non implica che l'intero evento sia invisibile. 
Sarebbe come dire che il trono di Dio è simbolico della sua regalità: il simbolismo non elimina la realtà che rappresenta. Per questo molti studiosi ritengono che in Matteo 24:30, Daniele 7:13 e Apocalisse 1:7 le nubi indichino la gloria e la maestà del Cristo risorto, non necessariamente l'invisibilità della sua manifestazione. 

Apocalisse 1:7: «Ecco, viene con le nubi e ogni occhio LO vedrà». Notiamo che Giovanni non dice: «ogni occhio vedrà il segno», o non vedrà lui MA il segno....NO.  Dice molto chiaramente: «ogni occhio lo vedrà».
Anzi, il paradosso è che nei testi escatologici le nubi sono spesso associate non al nascondimento ma alla rivelazione della gloria divina. Proprio per questo Matteo può dire: «vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo con potenza e grande gloria». Le nubi non servono a negare la manifestazione; servono a descriverne il carattere divino e glorioso.

Post di Stefano Greco

domenica 21 giugno 2026

CANTA, CHE TI PASSA

Cari tutti, in vista delle prossime meritate vacanze estive, volevo allietare le vostre menti rievocando un aspetto della nostra passata vita “teocratica”: i cantici.

Perdonate il tono ironico. Consideratelo un pensiero prefestivo.
 
C’è stato un tempo in cui, da bambini, bastava aprire il libretto dei cantici per sentirsi già dentro un mondo serio, ordinato… e, senza volerlo, anche sorprendentemente cinematografico.
 
Oggi fa sorridere ricordare come molte melodie dei cantici usati nelle adunanze, soprattutto quelli delle vecchie raccolte anni ’70–’80 del libricino color nocciola, avessero una qualità quasi “da colonna sonora d’epoca”.
 
Non nel senso tecnico, ma emotivo: bastava una sequenza di note per spostarti altrove.
 
Chi è cresciuto tra anni ’70, ’80 e primi ’90 lo ricorda bene: alcuni cantici avevano qualcosa di simile a una sigla anime o a uno sceneggiato televisivo.
 
Dolci, lenti, lineari. E inevitabilmente evocativi.
 
Il problema è che, da bambini, la mente non restava esattamente “spirituale”.
 
Bastavano quattro accordi e improvvisamente non eri più in Sala del Regno, ma tra prati alpini, orfanotrofi romantici e tramonti arancioni da sigla TV.
 
Heidi, Remì, Anna dai capelli rossi: la concorrenza emotiva era altissima.
 
E diciamolo: era difficile rimanere concentrati mentre il cervello stava già montando una serie animata.
 

“Insieme a noi lodate Iah!”

Un esempio tipico.

 
Melodia semplice, andamento cantilenato, atmosfera solenne… ma con una sorprendente aria da sigla pomeridiana RAI.
 
Ancora oggi, riascoltandolo, qualcuno potrebbe pensare:
“Questo l’ho già sentito…”
 
E la risposta è: probabilmente sì. Tra una puntata di cartoni e una merenda.
 

“Rimanete nel mio amore”

Qui l’effetto era ancora più evidente.
 
Dolce, fluido, contemplativo.
 
Perfetto per meditare… e perfetto anche per attivare in sottofondo la modalità “anime malinconico con vento tra gli alberi”.
 
Di quelli in cui qualcuno guarda il mare senza dire niente per tre minuti.
 


Il caso “Germania, calcio e cantico 64”

Poi c’era il cantico 64, “La gloriosa speranza di Sion”.
 
Qui la memoria si fa interessante: la Società stessa aveva riconosciuto la somiglianza con il Deutschlandlied, l’inno tedesco.
 
Per un adolescente il risultato era inevitabile.
 
Stadio mentale pieno, squadre in campo, Rummenigge e Littbarski pronti, e sotto una colonna sonora improvvisamente imperiale.
 
Nel frattempo, da qualche parte nella realtà, si cantava con grande convinzione qualcosa che suonava epico… ma nella testa era già finale mondiale.
 

Altri cantici e derive mentali

Altri brani aprivano scenari ancora più creativi:
 
  • Geova è il mio Pastore → praterie infinite, dissolvenze stile La casa nella prateria
  • Cantico della creazione → documentario naturalistico con voce di Piero Angela interiore che ci spiegava l'acido desossiribonucleico
  • Lodate Geova con canti → sigla di apertura di anime storico
  • Serviamo Geova con gioia → marcia allegra con coreografie immaginarie
  • Confidiamo in Geova → tempesta emotiva e vento cinematografico
  • Cantiamo a Geova → closing credits con fade out lento

Classifica non ufficiale dei cantici “pericolosi per la fantasia infantile”

  1. Insieme a noi lodate Iah! — sigla RAI del pomeriggio, verdi pascoli e caprette
  2. Rimanete nel mio amore — anime malinconico con vento fisso
  3. Geova è il mio Pastore — western emotivo, carovana di pionieri in marcia verso la Monument Valley
  4. Cantico della creazione — documentario naturale interiore
  5. Lodate Geova con canti — opening storico in stile epico
  6. Serviamo Geova con gioia — coreografia invisibile collettiva
  7. Confidiamo in Geova — colonna sonora da tempesta
  8. Cantiamo a Geova — finale anime con dissolvenza
  9. Rendete grazie a Geova — inno solenne da cerimonia
  10. Seguiremo Cristo — credits finali e luce che sfuma

La verità è che tutto questo non toglieva nulla al significato dei cantici.
 
Ma in parallelo esisteva un’altra esperienza, silenziosa e potentissima: quella dei bambini che ascoltano, immaginano e trasformano tutto in cinema mentale.
 
Forse è questo il ricordo più tenero, non la precisione delle note ma la capacità di una melodia semplice di diventare un intero mondo.
 
Oggi, riascoltando quei cantici, può ancora scappare un sorriso non per irriverenza, ma per memoria.
 
Perché tra uno “Iah” cantato con convinzione e un valzer da sigla giapponese, immagino che molti di noi siano cresciuti con la stessa cosa: orecchie serie e immaginazione completamente fuori controllo.
Vi saluto caramente

Beth Sarim

domenica 14 giugno 2026

La grande folla di Apocalisse 7

Questo studio esamina i cinque elementi di Apocalisse 7 che vengono usati per sostenere che la grande folla ascenda in cielo. Analizzando il testo, l’interlineare e il contesto biblico, si mostra che nessuno di questi elementi stabilisce con certezza una destinazione celeste. Il capitolo descrive identità, funzione e approvazione, non un trasferimento di luogo. La diversità di vedute, quando nasce dal desiderio sincero di comprendere la Parola, non è una minaccia: è un’occasione per riesaminare ciò che crediamo e verificare se poggia davvero sulla Scrittura.


1. “Davanti al trono”: visione o destinazione?

Nel linguaggio apocalittico, il verbo εἶδον (“vidi”) non indica mai un luogo reale, ma introduce sempre una scena visionaria. Ogni volta che Giovanni dice “vidi”, come in Apocalisse 13:1 “e vidi una bestia salire dal mare”, sta descrivendo ciò che gli appare nella visione, non il luogo in cui si trova. Per questo, vedere la grande folla “davanti al trono” non significa che essa sia fisicamente in cielo, ma che la scena gli viene mostrata così nella visione.

Un esempio aiuta a capire il punto: dire “vedo il precipizio davanti a me” non significa trovarsi davvero su un dirupo; è un modo metaforico per esprimere una situazione difficile.

In questo tipo di visioni, ciò che appare “davanti al trono” non indica automaticamente dove quel gruppo si trova. La visione potrebbe comunicare un messaggio, più che una destinazione.

La Bibbia non dice esplicitamente che la grande folla ascende o si trovi in cielo. Se questa fosse davvero la loro destinazione, come mai la Scrittura non lo afferma maiin modo chiaro e diretto?

Si potrebbe concludere che, se la grande folla appare “davanti al trono”, ciò implichi una collocazione celeste. Tuttavia, la Bibbia mostra che questa espressione non descrive sempre una destinazione. In Matteo 25:31, 32 leggiamo: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, allora siederà sul trono della sua gloria. E tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui”. Qui “tutte le nazioni” si trovano davanti al trono del Figlio dell’uomo, ma si tratta chiaramente di persone sulla terra. Questo suggerisce che “stare davanti al trono” possa indicare non tanto il luogo in cui ci si trova, quanto la condizione in cui si è esaminati, giudicati o ricompensati, a seconda del contesto della visione.

“Davanti al trono” può quindi esprimere una condizione di approvazione o riconoscimento davanti a Lui, come quando si dice che qualcuno è “al cospetto del re”. In questo senso, l’espressione descrive la posizione che quel gruppo occupa nel giudizio o nel favore divino, non necessariamente la sua collocazione geografica. La visione mette in evidenza il loro rapporto con Dio, non il luogo. E il testo non dà alcuna indicazione che li collochi in cielo.

Apocalisse 7:11 dice che “tutti gli angeli stavano intorno al trono”. La Bibbia parla di “miriadi di miriadi” di angeli, un numero incalcolabile. Il testo non descrive per quanto tempo vi rimangano o con quale scopo. 

2. Il naós: non un luogo, ma il tipo di servizio

Apocalisse 7:15 afferma che la grande folla “serve Dio giorno e notte nel suo tempio (naós)”. L’interlineare mostra che naós indica il santuario interno, ma nel linguaggio apocalittico non descrive necessariamente un luogo fisico: può indicare una funzione sacra. Inoltre, l’interlineare non usa verbi come “entrare” o “abitare”: il testo dice solo che servono Dio nel naós, non che vi entrano o vi risiedono. Questo mostra che il naós, nelle visioni, descrive il tipo di servizio e non la collocazione geografica.

L’immagine sacerdotale richiama il ruolo di guida e riconciliazione verso i risuscitati e verso coloro che nasceranno nel millennio, in armonia con figure come i “principi” di Isaia 32:1. Se questo collegamento fosse corretto, la visione potrebbe suggerire una funzione più che una collocazione.

Un esempio aiuta a capire il punto: dire “lavoro per il governo italiano” non significa trovarsi fisicamente a Palazzo Chigi. Si può operare da un’altra città o da casa: ciò che conta è la funzione svolta, non il luogo in cui si opera.

Allo stesso modo, in Apocalisse 7:15 il naós potrebbe indicare più il tipo di servizio che dove si trova la grande folla.

3. Vesti bianche e servizio “giorno e notte”: simboli di approvazione, non di destinazione

Sebbene indossino vesti bianche, il testo non parla di perfezione. E la perfezione è una condizione necessaria per vivere in cielo. Lo si vede in 1 Corinti 15:50, dove l’interlineare mostra che l’espressione “carne e sangue”, σὰρξ καὶ αἷμα (sarx kai haima), non indica semplicemente il corpo fisico, ma la condizione umana corruttibile e imperfetta, che “non può ereditare il regno di Dio”. Nei versetti successivi Paolo aggiunge che “questo corruttibile deve rivestire incorruttibilità e questo mortale deve rivestire immortalità” (vv. 53,54), indicando che solo attraverso questa trasformazione si può accedere alla sfera celeste.

Lo stesso simbolo ricorre in Apocalisse 3:4,5 dove Cristo promette ai vincitori: “chi vince sarà così vestito di vesti bianche”. Anche qui le vesti bianche evidenziano la perseveranza e la fedeltà, non una destinazione celeste.

Si potrebbe obiettare che, se la grande folla serve Dio “giorno e notte nel naós”, ciò implichi un servizio sacerdotale nel santuario celeste. Tuttavia, la Bibbia mostra che  “servire Dio giorno e notte” è spesso un’espressione idiomatica che indica dedizione costante, non un luogo o una funzione celeste. E anche se la visione colloca la grande folla nel naós per indicarne il significato sacerdotale, ci si potrebbe chiedere se la Scrittura richieda davvero che questo servizio debba svolgersi in cielo, poiché il testo non afferma in modo diretto che questo servizio debba svolgersi in cielo.

L’espressione ha lo stesso significato che troviamo in Luca 2:37, dove Anna “serviva Dio notte e giorno”. Il termine usato non è naós ma hierón, i cortili del tempio accessibili a tutti: Anna non era sacerdotessa e non svolgeva funzioni cultuali. La frase descrive semplicemente la sua dedizione continua.

Lo stesso uso idiomatico compare in Salmo 1:2, dove dell’uomo di Dio si dice che “nella sua legge medita giorno e notte”. Anche qui l’espressione indica continuità e impegno costante.

4. La grande tribolazione: provenienza, non destinazione

L’obiezione che viene sollevata è che il testo non dice “attraversano la grande tribolazione”, ma “vengono dalla grande tribolazione”, come se l’espressione implicasse un cambio di luogo: “vengo da Roma e ora mi trovo altrove”.

Apocalisse 7:14 afferma che la grande folla “viene dalla grande tribolazione”. L’interlineare usa il participio presente ἐρχόμενοι (erchómenoi), che indica un’azione in corso (“quelli che stanno venendo”), non un trasferimento già avvenuto. Il testo descrive la provenienza, non la destinazione. Nella Scrittura, “venire da” indica un percorso formativo, non un cambiamento di dimora.

L’esempio chiarisce perfettamente il punto: dire “io vengo dalla gavetta” non significa che da un precedente luogo ora mi trovo in un altro, ma che provengo da un percorso difficile che ha formato la mia identità e le mie capacità. Così anche la grande folla “viene dalla tribolazione”: non indica dove si trovano ora, ma da quale esperienza provengono.

5. “Di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”: universalità, non destinazione

Apocalisse 7:9 descrive la grande folla come composta “da ogni nazione, tribù, popolo e lingua”, e l’universalità del gruppo viene presa come indicazione della loro presenza in cielo. La stessa formula ricorre in Apocalisse 5:9,10: Cristo ha acquistato ‘persone di ogni tribù, lingua, popolo e nazione’ e le ha fatte essere ‘un regno e sacerdoti’. Questa espressione viene spesso intesa come riferita a un gruppo celeste.Il parallelismo linguistico viene quindi interpretato come prova di una medesima collocazione.

Tuttavia, il testo sottolinea l’identità della grande folla, non la sua destinazione. L’accento è sulla provenienza eterogenea e globale del gruppo, mostrando che il favore divino non è limitato a un solo popolo o a una sola etnia. Lo si vede chiaramente osservando come la Scrittura utilizzi la stessa formula in altri contesti. In Apocalisse 14:6 l’angelo annuncia la buona notizia “a ogni nazione, tribù, lingua e popolo”; in Daniele 7:14 il dominio del Figlio dell’uomo si estende a “popoli, nazioni e lingue”.

In questi casi l’espressione non indica una destinazione celeste, ma la portata universale del messaggio o del dominio. Allo stesso modo, in Apocalisse 7:9 la formula descrive la composizione globale della grande folla, non il luogo in cui essa vivrà.

Aspetti terreni nella visione

La visione di Apocalisse 7:9,16,17 presenta la grande folla con elementi che appartengono chiaramente alla sfera terrena, e ci si può chiedere come mai questi non possano collocarla sulla terra: “vestiti di lunghe vesti bianche, e tenevano in mano rami di palma”. “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà più il sole né alcuna calura”. “L’Agnello li guiderà alle sorgenti delle acque della vita”. Sono immagini di sollievo, ristoro e guarigione: bisogni tipicamente umani. Se la visione utilizza un linguaggio simbolico, non risulta più coerente leggerla tutta come tale? E, in definitiva, non è il lettore a decidere cosa sia simbolico e cosa letterale per sostenere il proprio credo?

La questione della perfezione 

La Bibbia non parla mai di perfezione in relazione alla grande folla. Secondo il testo, questo popolo viene preservato grazie alla sua perseveranza, devozione e fedeltà a Dio. La Bibbia non presenta la grande folla come parte dei “chiamati”, la futura sposa di Cristo. Paolo afferma: “Lo spirito stesso attesta insieme al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Romani 8:16), e la Scrittura identifica i chiamati come coloro che formano un “regno e sacerdoti” (Apocalisse 1:6).

Apocalisse 5:9,10 riporta: “Hai acquistato persone per Dio con il tuo sangue da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e sacerdoti, e regneranno sulla terra”. Questo ruolo regale e sacerdotale è attribuito ai chiamati, non alla grande folla, che non viene mai descritta come parte della sposa o del gruppo celeste incaricato di regnare.

Un punto importante è che nell’antichità i sacerdoti servivano come sacerdoti e non come re. Le due funzioni erano distinte: il sacerdozio apparteneva alla casa di Aronne, mentre la regalità alla casa di Davide. Nel Nuovo Patto, invece, solo i chiamati sono descritti come “re e sacerdoti”. In Apocalisse 5:910 l’interlineare usa due termini precisi: βασιλεῖς (basileîs) per “re” e ἱερεῖς (hiereîs) per “sacerdoti”, e aggiunge che essi “regneranno”, reso nell’interlineare con βασιλεύσουσιν(basileúsousin), che indica esercizio reale di autorità. Questo mostra che regnare è prerogativa dei chiamati, non della grande folla, che la Scrittura presenta come un gruppo che serve, non che regna.

Che dire dei figli, dei bambini e perfino dei neonati? Anche loro farebbero parte della grande folla e, se così fosse, andrebbero in cielo a servire Dio nel naós come i sacerdoti dell’antichità, che erano uomini adulti?

Conclusione

L’analisi di Apocalisse 7 mostra che il testo non fornisce elementi sufficienti per stabilire con certezza la destinazione della grande folla. Per questo, qualunque posizione si assuma rimane nel campo della teologia e dell’interpretazione.

Di fronte a temi complessi, che presentano lacune e domande aperte, il credente è chiamato a non proclamare certezze che la Scrittura non afferma, ma a coltivare umiltà, prudenza e rispetto per la Parola, e per chi con sincerità arriva a conclusioni diverse. Come ricordava Pietro, alcune cose sono “difficili da capire” 2 Pietro 3:16, e il libro apocalittico, ricco di simbolismi, ne è un esempio evidente.

Ma ciò che rimane limpido è il cuore del messaggio: Dio salva, protegge e accoglie chi lo cerca. La grande folla, qualunque sia la sua destinazione finale, è la prova che il suo amore raggiunge davvero “ogni nazione, tribù, popolo e lingua”.


Ilresiliente1914