domenica 11 ottobre 2026

Dalla prova alla gloria: Il cammino del chiamato

In questo studio utilizzeremo le Scritture e l’interlineare per avvicinarci il più possibile a
l senso che la Scrittura potrebbe comunicare. La Scrittura non è sempre esplicita su ogni dettaglio, e chi la esamina con sincerità può giungere a conclusioni diverse senza che ciò rappresenti un attacco alla fede: la diversità può arricchire la ricerca e stimolare la riflessione.

In alcuni passaggi lascerò spazio all’immaginazione, per contemplare la grandezza di ciò che potrebbe accadere. Dove la Scrittura tace, ciò che propongo appartiene all’interpretazione teologica: non pretende perciò di essere una verità definitiva, ma ciò che il testo potrebbe lasciare intravedere. Ogni verità appartiene a Cristo, che è la via, la verità e la vita. Ciò che propongo è una riflessione, un tentativo umano di avvicinarsi alla Parola di Dio. Alcuni aspetti meriterebbero un’analisi dedicata, ma in un singolo post non è possibile approfondirli. 

Il deserto e l'argilla: Come Dio plasma il cuore dei chiamati

Molti di loro hanno attraversato prove durate decenni. Come Mosè, che trascorse quarant’anni nel deserto a pascolare le pecore prima di ricevere un incarico speciale; Israele, che camminò quarant’anni nel deserto per essere preparato a entrare nella terra promessa; Cristo, che rimase quaranta giorni nel deserto prima di iniziare il suo ministero. Il ripetersi del ‘quaranta’ potrebbe indicare un modello divino di preparazione? Oppure è solo una ricorrenza simbolica?”

La Scrittura non nasconde questa realtà: “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (Atti 14:22). Le prove che hanno affrontato non sono state casuali, ma parte del cammino con cui Dio forma, purifica e prepara i suoi chiamati. Isaia 64:8 “Tu sei il nostro Padre; noi siamo l’argilla e tu colui che ci plasma.” 

 



Resi perfetti davanti al Padre: La base legale della chiamata

Cristo, con la sua offerta, ha posto la 
base legaleche rende possibile la perfezione dei chiamati nel momento della chiamata. Ebrei 10:14 lo esprime così: “Con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.” Questa perfezione non è fisica né morale: nella carne continuano a sbagliare, ammalarsi e morire. È una posizione davanti a Dio.
Il sacrificio del Figlio apre la via, ma non è Cristo a dichiarare perfetti gli unti: è il Padre. Romani 8:30, 33 afferma: “Quelli che ha chiamati li ha anche giustificati”, “Dio è colui che giustifica.” Per questo Ebrei 12:23 parla degli “spiriti dei giusti resi perfetti”.
In Apocalisse 19 la Sposa è descritta: “pronta, glorificata, rivestita di lino fine, splendente e puro”: λαμπρὸν (lampron), “radiante”; καθαρὸν (katharon), “puro”. Il lino fine è il vestito della purezza, della gloria e della benedizione dei chiamati, idonei a stare nella presenza del Padre.

Il Soccorritore in cammino

Il Paracleto, cioè il consolatore, avvocato, difensore e intercessore, proviene dal Padre, perché Dio è la fonte dello Spirito Santo: “Lo Spirito della verità che procede dal Padre” (Giovanni 15:26). “Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti” (Efesini 4:6). Cristo non è la sorgente dello Spirito: lo riceve dal Padre come parte dell’autorità conferita ai chiamati: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra” (Matteo 28:18). 
Il Figlio amministra lo Spirito ed è il Mediatore della Fonte. “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore” (Giovanni 14:16). Gesù promette “un altro Consolatore” perché il primo Consolatore è lui stesso. Il termine greco usato è állon, che significa “un altro dello stesso tipo”, indicando continuità e non diversità; se Giovanni avesse voluto esprimere un altro di natura differente, avrebbe usato héteron. Con állon “Consolatore”, Gesù afferma che lo Spirito Santo continuerà la sua stessa opera con la stessa natura e missione. Il Consolatore viene dal Padre, su richiesta del Figlio. Quando il Padre compie l’atto giuridico della chiamata e lo Spirito procede da Lui verso il Figlio, Cristo lo invia immediatamente al chiamato come guida nella verità: “Quando verrà il Consolatore, egli vi guiderà in tutta la verità.” (Giovanni 16:13). L’ordine potrebbe essere: il Padre chiama, lo Spirito procede, Cristo riceve, Cristo invia.

Oltre il velo della luce inaccessibile: La trasformazione gloriosa

La loro fedeltà è stata forgiata fino a riflettere l’immagine del Figlio: “Poiché quelli che ha preconosciuti li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Romani 8:29). Questo è il carattere di Dio: Egli guarda l’umile, lo sostiene nella prova e lo innalza al tempo stabilito: “egli vi innalzerà al tempo opportuno” (1 Pietro 5:6; Luca 1:52; Giacomo 4:6), elevandolo dalla polvere per partecipare con il Figlio alla incorruttibilità promessa (1 Corinzi 15:53, 54): ἀφθαρσία (aphtharsía): “incorruttibilità gloriosa”, la forma con cui la Sposa partecipa alla vita del Figlio.

E mentre Dio li forma, li custodisce nella loro fedeltà, perché “nessuno li rapirà dalla mia mano” (Giovanni 10:28), e “colui che ha iniziato in voi quest’opera la porterà a compimento” (Filippesi 1:6), e “siamo custoditi dalla potenza di Dio mediante la fede” (1 Pietro 1:5). Questo potrebbe indicare che Dio ha protetto i chiamati almeno fino al momento della chiamata, non permettendo una morte prematura? La Scrittura permette di affermarlo con certezza, o ci invita solo a contemplare questa possibilità?

Dio può aver scrutato il loro cuore ancora prima della nascita? “Prima che io ti formassi nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto” Geremia 1:5. Chi di noi permetterebbe che la casa costruita con cura nel corso degli anni, decenni venga distrutta quando potrebbe intervenire per portarla a compimento?

E poiché Dio contempla il cammino futuro, li ha scelti sapendo che gli sarebbero leali per tutta l’eternità: “Poiché quelli che ha preconosciuti li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Romani 8:29). “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1 Giovanni 3:20).

“Colui che abita una luce inaccessibile; nessuno fra gli uomini l’ha visto né può vederlo” (1 Timoteo 6:16). L’interlineare esprime questa realtà con le parole φῶς οἰκῶν ἀπρόσιτον (phôs oikôn aprositon): una luce nella quale nessuna creatura non glorificata potrebbe entrare, uno splendore “non avvicinabile” per chi non è stato trasformato.

La Scrittura descrive la condizione glorificata con due termini decisivi: σῶμα δόξης (sōma dóxēs): il corpo di gloria, la natura “luminosa” e celeste conforme al Cristo risorto (Filippesi 3:21). Non è semplice perfezionamento, ma partecipazione reale alla forma gloriosa del Figlio; ἀλλαγησόμεθα (allagēsómetha): “saremo trasformati”, cambiati nella struttura stessa dell’essere, resi idonei a sostenere la gloria divina (1 Corinzi 15:52). Solo chi è stato reso conforme al Cristo, può accedere a ciò che per ogni altra creatura umana rimane ἀπρόσιτον (aprositon), “inaccessibile”: la sfera della gloria divina che nessuna natura non glorificata può sostenere. Solo dopo questa trasformazione la Scrittura può dire: “Vedranno la sua faccia”.

La Scrittura afferma: "Vedranno la sua faccia" (Rivelazione 22:4). Questa immagine potrebbe indicare il desiderio profondo di arrivare alla Fonte di ogni cosa, alla sorgente da cui scaturiscono amore, sapienza, potenza e giustizia. È il bisogno di comprendere la propria esistenza, la propria identità e il proprio ruolo nel piano eterno di Dio; di sentirsi amati e accolti dal Padre, dal Figlio e dalla famiglia universale. È come dire: voglio arrivare dove tutto nasce, dove ogni domanda trova risposta, dove la vita si rivela per ciò che è davvero.

• Ed è proprio qui che l’esempio del figlio adottivo diventa illuminante: arriva un momento in cui sente che gli manca qualcosa. Non è un rifiuto della famiglia che lo ha allevato, ma un bisogno profondo di completarsi. Deve conoscere i suoi genitori biologici, il volto di chi gli ha dato la vita, da dove proviene davvero. Solo così può colmare quel vuoto che nessun altro può riempire: il bisogno di conoscere la propria origine, la propria storia, la propria identità più profonda e il vero scopo della vita.

 Dopo aver contemplato la trasformazione interiore dell'essere umano, dall'argilla provata nel deserto fino alla veste di gloria resa idonea a stare alla presenza del Padre, il nostro sguardo deve necessariamente sollevarsi. Quando la Scrittura apre il sipario sui tempi della fine, non ci presenta un quadro di solitudine o di smarrimento, ma la preparazione di un evento regale, solenne e cosmico: il Matrimonio dell’Agnello. 

Un annuncio nei palazzi reali: La solennità delle Nozze celesti

Apocalisse 19 descrive una scena che si apre nel cielo, dove si levano voci provenienti dalla sfera celeste in una proclamazione solenne. “Dopo queste cose udii, 
nel cielo” Apocalisse 19:1. 
Tutto ciò che segue, le voci potenti, il suono simile a molte acque e il fragore di tuoni, appartiene a questa dimensione celeste. In questo contesto si annuncia che “è venuto il matrimonio dell’Agnello” Apocalisse 19:7, un evento celebrato davanti alla corte celeste. La Sposa “si è preparata” e gli invitati sono dichiarati “felici” Apocalisse 19:9. Poco dopo, una voce che proviene dal trono invita tutti a lodare Dio, Apocalisse 19:5. Il testo non specifica chi parla, ma indica chiaramente l’origine della proclamazione: essa sgorga dalla sfera del trono divino, segno dell’autorità celeste che domina l’intera scena.
• È come un matrimonio annunciato in un palazzo reale: anche senza dire dove si svolgerà la cerimonia, il luogo dell’annuncio rivela la dignità dell’evento. Nessuno annuncerebbe un matrimonio regale in un vicolo: lo si proclama nella casa della famiglia, davanti alla corte
In tutte le culture, gli eventi più solenni, matrimoni, investiture, giuramenti, si celebrano nel luogo più elevato e significativo. Nella letteratura antica gli eventi più solenni avvengono nei luoghi divini: sull’Olimpo, nei palazzi degli dèi, nelle dimore celesti. L’Apocalisse segue questa logica: le sue scene più solenni si svolgono davanti alla corte divina.
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Il compimento davanti al Padre

Quando la scena si apre nel cielo, non domina il silenzio, ma un intreccio di voci, come se l’intero cielo partecipasse a un’unica proclamazione. L’autore dell’Apocalisse descrive questo suono con immagini naturali: 
“come molte acque” e “come forti tuoni” Apocalisse 19:6, indicando che ciò che accade è pubblico e solenne.

In mezzo a questo coro emerge la frase centrale: “È venuto il matrimonio dell’Agnello” (Apocalisse 19:7). Interlineare: ἦλθεν ὁ γάμος τοῦ ἀρνίου (ēlthen ho gamos tou arniou). Il verbo è al passato: è venuto, come se ciò che era atteso è giunto al compimento.

La Sposa “si è preparata”, senza ulteriori dettagli: la Scrittura rimane essenziale. Segue l’affermazione: “Felici quelli invitati al banchetto del matrimonio dell’Agnello”.

Un figlio che si sposa desidera la presenza del padre e della propria famiglia. Se Cristo è il Figlio, se Dio è il Padre e gli angeli sono la famiglia celeste, allora il cielo potrebbe essere il luogo più coerente per un matrimonio che rappresenta la massima unione e gioia? Il testo descrive un luogo reale o una scena simbolica che rappresenta una realtà spirituale?

La Scrittura afferma che “c’è gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede” (Luca 15:7). Se il cielo esulta per un peccatore che torna a Dio, quanto più potrebbe gioire quando il Padre chiama un figlio a far parte della Sposa dell’Agnello.

Ogni matrimonio, anche quello più solenne, avrebbe un momento decisivo: l’atto in cui lo Sposo e la Sposa si presenterebbero davanti all’autorità che ha il diritto di celebrare l’unione. Così come accade nei matrimoni terreni, dove gli sposi si avvicinano insieme alla figura che rappresenta la legge e sancisce l’unione, anche il matrimonio dell’Agnello potrebbe possedere il culmine che è stato preparato dal Padre per giungere alla sua pienezza (Apocalisse 19:7).

Nella Scrittura, quando un matrimonio è descritto come regale e solenne, la scena è sempre carica di dignità, musica, profumi e gioia pubblica. Il matrimonio di re Salomone, nel Cantico dei Cantici 3:6-11, ne sarebbe un esempio: un corteo profumato come colonne di fumo, sessanta guerrieri scelti come guardia d’onore, un baldacchino d’oro e porpora costruito dal re stesso, e l’intera città invitata a contemplare lo sposo. Sarebbe un matrimonio reale, pubblico, celebrato con splendore e onore davanti al popolo.

Se un re terreno celebra le sue nozze con tale magnificenza, quanto più grande potrebbe essere il matrimonio dell’Agnello, annunciato non in una città umana ma nel cielo stesso, davanti al Padre e alla corte celeste. Le nozze di Salomone potrebbero diventare così un’ombra, un’anticipazione del matrimonio più importante della storia umana.

In questa scena, che l’Apocalisse non descrive nei dettagli ma che emergerebbe dalla sua logica interna, il Padre accoglierebbe il Figlio e la Sposa che Egli stesso ha preparato (Apocalisse 19:7; 21:2). La Scrittura descrive questo momento, o è ciò che possiamo dedurre dalla sua logica interna? Li avrebbe scelti uno a uno. Sarebbero suoi figli, figli unici e insostituibili ai suoi occhi, persone amate con un valore inestimabile “tu sei prezioso ai miei occhi” (Isaia 43:4; Luca 12:7). 

E se questo fosse il momento in cui il cielo intero esploderebbe in gioia, come la danza di Davide davanti all’Arca (2 Samuele 6:14)? Sarebbe il compimento di tutto ciò che il Padre ha preparato, per accogliere il Figlio e la Sposa resa perfetta, trasformata e glorificata per svolgere l’incarico di formare un governo per il bene dell’umanità.

La Sposa è davvero collocata “sotto” Cristo, subordinata, oppure la Scrittura lascia intravedere che essa viva in Cristo, partecipando alla sua stessa vita, alla sua immagine e alla sua gloria? Se Cristo rimane il Capo, la Sposa potrebbe essere la sua pienezza, come afferma Efesini 1:23: “ed essa è il suo corpo, la pienezza di colui che riempie tutto sotto tutti gli aspetti”. E gli angeli, pur gloriosi, non condividendo la natura del Cristo: “Gli angeli sono “spiriti servitori” inviati a servire gli eredi della salvezza (Ebrei 1:14), mentre la Sposa, come dice Apocalisse 20:6, “regneranno con lui”. 

L'esaltazione dell'umile: Perché i chiamati giudicheranno gli angeli?

Nella casa del Padre ci sarebbero molte dimore “Nella casa del Padre ci sono molte dimore, vado a prepararvi un posto” (Giovanni 14:2, 3), e il Figlio ne preparerebbe una per ciascuno dei chiamati (Giovanni 14:3). Il verbo “preparare”, ἑτοιμάσαι (hetoimásai), indica “predisporre ciò che prima non era disponibile”, una preparazione nuova compiuta dal Figlio. Il verbo è al futuro (“preparerò”), e descrive un’azione certa ma non ancora compiuta. 
Mentre il cielo celeste offrirebbe spazi comuni, luoghi di incontro e di socializzazione dove l’intera famiglia celeste vivrebbe la comunione eterna (Ebrei 12:2223). Non ci è dato di sapere come siano le dimore, gli spazi di ritrovo o la manifestazione della presenza di Dio; tuttavia, la bellezza e la varietà della terra possono essere solo un riflesso della gloria infinitamente superiore che si trova in cielo?
E, anche se la Sposa potrebbe scendere sulla terra per formare il governo del Regno (Apocalisse 20:6) e visitare l’umanità con il suo corpo glorioso (Filippesi 3:21), la terra non diventerebbe la sua dimora, perché la sua casa, la sua identità e la sua cittadinanza rimarrebbero celesti. Il cielo resterebbe la sua dimora primaria, mentre la sua attività regale potrebbe svolgersi anche sulla terra, “la nostra cittadinanza è nei cieli” (Filippesi 3:20); “un’eredità incorruttibile, conservata nei cieli per voi” (1 Pietro 1:4).
Insieme formerebbero un governo per elevare l’umanità alla perfezione (Apocalisse 20:6; 22:5). Sarebbero re e sacerdoti (Apocalisse 5:10). Il loro compito sarebbe servire e contribuire alla guarigione e alla restaurazione dell’umanità (Matteo 20:26-28). “Giudicherebbero gli angeli ribelli “Non sapete che noi giudicheremo gli angeli?”(1 Corinzi 6:3).
Ed è qui che emerge un contrasto straordinario: Dio affida il giudizio sugli angeli decaduti a uomini che sono nati nelle tenebre, che hanno sofferto, che hanno attraversato prove, tribolazioni e fedeltà ritrovata. Creature fragili, segnate dalla debolezza, ma rese perfette e glorificate. È come se Dio dicesse agli angeli ribelli: Coloro che avete disprezzato, perseguitato, considerato inferiori, saranno i vostri giudici. Perché Dio affida questo giudizio proprio a uomini glorificati? Quale messaggio vuole comunicare? Uomini che ho chiamato, santificato e reso perfetti; uomini che hanno vinto ciò che voi avete rifiutato.
Gli angeli decaduti caddero senza tentazione esterna, nella piena luce della famiglia celestiale. I chiamati, invece, hanno vinto nella carne, nella debolezza, nel dolore. Gli angeli ribelli caddero dall’alto; i chiamati furono innalzati dal basso. Gli angeli si ribellarono nella gloria; i chiamati rimasero fedeli nelle prove.
Dio rivela la sua sapienza e il suo cuore: abbassa l’orgoglioso e innalza l’umile. Ciò che è debole per il mondo, il grande Vasaio lo prende nelle sue mani e lo modella come un vaso d’argilla, dandogli forma, forza e dignità. E ciò che è stato umiliato sulla terra viene innalzato nel cielo per esercitare un’autorità che nessun angelo decaduto potrà contestare. Per questo il giudizio affidato ai chiamati è un atto di autorità e una dichiarazione della sapienza divina “Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti.” (1 Corinzi 1:27). 
Avrebbero corpi gloriosi (Filippesi 3:21). “Saremo trasformati” (1 Corinzi 15:52). Il corpo umile sarebbe reso conforme al corpo glorioso di Cristo (Filippesi 3:21). Interlineare: σῶμα δόξης (sōma dóxēs), “corpo irradiato di splendore”. Sarebbero ambasciatori di Cristo (2 Corinzi 5:20). Seguirebbero l’Agnello ovunque vada (Apocalisse 14:4). Interlineare: ἀκολουθοῦσιν (akolouthoûsin), seguire con fedeltà. Lo seguono ovunque vada’ non indica un movimento fisico continuo, ma la fedeltà della Sposa: dove Cristo opera, la Sposa è in sintonia; dove Cristo guida, la Sposa è allineata; dove Cristo decide, la Sposa partecipa.”

Cittadini del Cielo, servitori della Terra: La Sposa che discende

Quando l’Apocalisse torna a parlare della Sposa, la presenta come una realtà che proviene dall’alto e discende dal cielo. “Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, preparata come una sposa adorna per il suo sposo” (Apocalisse 21:2). Il verbo καταβαίνω (katabainō) indica “un movimento dall’alto verso il basso” e rivela l’origine celeste della Sposa.
Questa immagine si armonizza con Apocalisse 19, dove il matrimonio dell’Agnello è annunciato nel cielo: origine e compimento si trovano nello stesso luogo. La Sposa discende dall’alto portando con sé la sua natura celeste, manifestazione visibile di ciò che appartiene alla sfera divina. 
È probabile che in futuro vengano rivelati i nomi di tutti quelli che regneranno con Gesù? (Romani 8:19). Il Salmo afferma: “E si dirà di Sion: Questo qui e quello là son nati in lei; e l’Altissimo stesso la renderà stabile. L’Eterno iscriverà, passando in rassegna i popoli: Questo è nato là” (Salmo 87:5, 6). Questa espressione potrebbe indicare il luogo della loro vita terrena: suggerirebbe che quella persona è stata conosciuta, ha vissuto e ha operato in quel contesto? In modo analogo a quanto avviene in un governo, dove il popolo deve conoscere il nome dei suoi rappresentanti così come conosce il nome di chi è a capo, anche nei nuovi rotoli il nome dei chiamati potrebbe essere riportato insieme alla loro provenienza terrena? La Scrittura lo afferma esplicitamente, o ci lascia solo intravedere questa possibilità?

Una porta aperta per ogni persona

Qualunque interpretazione si dia ai simboli dell’Apocalisse, una realtà rimane immutabile: il matrimonio dell’Agnello avverrà. Dio lo ha stabilito, lo ha preparato e lo porterà a compimento nel momento da Lui scelto. Cristo e la sua Sposa invitano ad aprire il cuore a questo dono. 

La promessa è chiara: “Allora sentii una voce possente che veniva dal trono dire: “Ecco, la tenda di Dio è con gli uomini; egli dimorerà con loro ed essi saranno il suo popolo. Dio stesso sarà con loro. Ed egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e la morte non ci sarà più, né ci sarà più lutto né lamento né dolore. Le cose di prima sono passate” (Rivelazione 21:3,4). 

“Gioiamo ed esultiamo, e diamogli gloria, perché è arrivato il matrimonio dell’Agnello e la sua sposa è pronta” Rivelazione 19:7

 

 


Post del resiliente 

sabato 3 ottobre 2026

Adunanza annuale 2026: ridimensionamento Betel, nuove pubblicazioni e nuovi intendimenti su prima risurrezione

L’annuale adunanza della Watch Tower Bible and Tract Society si è tenuta oggi 3 ottobre 2026. Ecco le principali novità.

1. Tagli e riorganizzazione: Il “sostenibile” ridimensionamento della Betel
Kenneth Cook attraverso un aggiornamento video ha presentato una ristrutturazione del personale aziendale: l’organizzazione sta procedendo a un significativo ridimensionamento dei volontari nelle varie sedi mondiali (i cosiddetti “licenziamenti” o ridislocazioni sul campo), mascherato sotto una formula di sostenibilità operativa ed economica.

2. Le “nuove luci”
Quest’anno la lente di ingrandimento è stata posta sugli Unti e sulla resurrezione celeste.
Nel suo discorso intitolato “Beato chi partecipa alla prima resurrezione”, Geoffrey Jackson ha apportato un’importante modifica cronologica riguardo al 1918: secondo l’attuale spiegazione, la prima resurrezione avviene durante la presenza di Cristo (iniziata nel 1914) e deve completarsi prima di Armageddon, momento in cui tutti i 144.000 saranno in cielo con Cristo.
Sebbene per decenni l’organizzazione abbia insegnato che la resurrezione celeste degli unti fosse iniziata nel 1918, Jackson ha aperto ufficialmente alla possibilità che la prima resurrezione non sia ancora iniziata e che possa avere inizio in un momento futuro durante la Grande Tribolazione.
Il cambiamento risulta particolarmente significativo se confrontato con quanto la stessa organizzazione insegnava in precedenza. Nel 2007, per esempio, la Torre di Guardia pubblicava un articolo dal titolo “La prima risurrezione è già in corso!”, spiegando che la prima resurrezione era iniziata durante la presenza di Cristo. La nuova spiegazione rimette quindi in discussione non soltanto una data specifica, ma l’intera precedente collocazione temporale.

Quando verrà posto il “sigillo finale”?
Nel discorso successivo, Stephen Lett ha presentato una modifica nei tempi in cui verrà posto il “sigillo finale” agli unti rimasti sulla Terra:
Vecchia comprensione: gli unti ancora in vita ricevono il loro sigillo finale poco prima dell’inizio della Grande Tribolazione.
Nuova comprensione: il sigillo finale avverrà durante la Grande Tribolazione, specificamente dopo la distruzione di Babilonia la Grande ma poco prima di Armageddon e della loro raccolta in cielo.

3. Pubblicazioni e Strumenti di Studio
Come già anticipato su Reddit viene introdotta la nuova pubblicazione La Parola di Dio è Verità, che va a sostituire lo storico manuale Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile. La nuova opera diventerà parte integrante del programma dell’adunanza infrasettimanale a partire dal prossimo anno (che quindi resta).
Annunciata da Jody Jedele, una Guida alla Ricerca rinnovata contenente oltre 1.000 argomenti indicizzati.

4. Per la prima volta Gilead si trasferisce nelle Filippine
Per la prima volta nella storia, la Scuola di Gilead si terrà fuori dagli Stati Uniti, precisamente nelle Filippine a partire dall’ottobre 2027.
Il programma didattico e gli istruttori rimarranno i medesimi statunitensi, mantenendo la lingua inglese. Nello stesso periodo, le Filippine ospiteranno anche la Scuola per i Membri del Comitato di Filiale. Nel 2028 le scuole torneranno alla sede di Patterson.

5. Testo Annuale 2027
Tratto da Salmo 115:11: “Fidati di Geova”.

6. Progetti Mediatici: 
Presentati aggiornamenti sui cantieri del centro cinematografico di Ramapo, nuovi contenuti audio/musicali e il prosieguo della serie cinematografica La Buona Notizia secondo Gesù e Diventa amico di Geova.

Considerazioni
L’Adunanza Annuale 2026 mostra ancora una volta che l’organizzazione modifica facilmente anche insegnamenti che per molti anni erano stati presentati come immutabili: dopo aver insegnato per decenni che la prima risurrezione era iniziata nel 1918, il Corpo Direttivo non solo cambia la data ma dice che forse, ma forse, deve ancora iniziare.
Lo stesso vale per il suggellamento finale degli unti, che viene ora collocato durante la Grande Tribolazione anziché immediatamente prima del suo inizio. 
Entrambe queste modifiche sembrano spostare indirettamente avanti le date legate alla fine (generazione sovrapposta ecc.).
Questi cambiamenti si affiancano a una riorganizzazione del servizio a Betel (licenziamenti senza TFR) e a un temporaneo trasferimento della Scuola di Gilead nelle Filippine (dove c’è crescita numerica a differenza degli Stati Uniti). 

Per ora nessuna liberalizzazione dei compleanni e nessuna fine delle adunanze infrasettimanali come qualcuno aveva pronosticato. Ovviamente nessuna richiesta di scuse per le migliaia di morti causati da decenni di errata interpretazione del divieto sul sangue ma questo si sapeva.
Significativo il testo dell’anno per il 2027: “Fidati di Geova”. Dopo l’annuncio sul sangue c’è stato un notevole calo di fiducia nel CD. Se avessero potuto avrebbero scritto “Fidati di Noi” o “Di noi ti puoi fidar” come dice la celebre canzone di Bennato.

domenica 27 settembre 2026

Non bisogna andare oltre ciò che è scritto

Il 18 settembre 2026, sul sito ufficiale JW.org, compare un comunicato dal titolo: “Jehovah’s Witnesses: Each Witness Now Decides Whether to Accept or Donate Main Blood Components”.

Il titolo è già una notizia. Sintetizzo in modo brutale: Ciascun Testimone dovrà decidere se accettare o donare i principali componenti del sangue e la congregazione non dovrà indagare. La posizione sul sangue intero, precisa il comunicato, resta invariata quindi non viene concesso l'uso per violazione del principio biblico. Mentre i  suoi quattro componenti principali, cioè globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine, se presi separatamente diventano materia di coscienza personale. A volte la teologia si inventa applicazioni di matematica di base: la somma dei componenti cambia il peso morale della coscienza. La premessa di questo post è che questo è un evento epocale perchè con l’iniziativa hanno smantellato oltre a tutto il palinsesto dei comitati sanitari, che facevano casini in tutto il mondo e adesso sono nel caos estremo, ma hanno smantellato anche il concetto di luce progressiva. Perchè questo è un vero salto interpretativo biblico che ha l'effetto traumatico di svelare un po' quello che c'è dietro a questa organizzazione... il nulla. Ma analizziamo un po' tutti i punti in questione meglio

Nel comunicato ufficiale JW.org del 18 settembre 2026 si legge:

“the decision to accept red cells, white cells, plasma or platelets [...] is a matter of personal conscience.”
JW.org, Jehovah’s Witnesses: Each Witness Now Decides Whether to Accept or Donate Main Blood Components, 18 settembre 2026

Dove si dichiara che la decisione di accettare i quattro componenti diventa una questione di coscienza personale. Poche righe dopo arriva la motivazione:

“Since the Bible does not comment on such decisions, they are a matter of individual conscience.”
JW.org, 18 settembre 2026

Così si scopre l'acqua calda, dove i massimi esperti dell'universo scoprono dopo quasi due secoli di studi continui giornalieri che la Bibbia non commenta una decisione che ha diretto impatto con le sue scelte sanitarie. Quindi per grazia ricevuta si declassa il dogma della santità del sangue a decisione di coscienza. È una frase semplice. Perfino rassicurante.

Nel post “Il percorso di un dogma”, pubblicato su Osservatore Teocratico l’8 marzo 2026, veniva ricostruita una sequenza di date. Prima della metà degli anni Quaranta, la posizione non aveva ancora assunto la forma del divieto che conosciamo oggi. Poi, nel 1945, la Watchtower o meglio i suoi apologisti sviluppa vano in modo esplicito la posizione secondo cui il cristiano deve astenersi dalle trasfusioni di sangue. Da lì il linguaggio si irrigidirà progressivamente con l'idea che se uno fa bene due fa meglio.

Nel 1959, la questione non ha ancora assunto la forma disciplinare che prenderà dopo. La Torre di Guardia del 15 luglio 1959, citata nello stesso post, affermava:

“Le congregazioni non hanno mai ricevuto istruzione di disassociare coloro che ricevono volontariamente trasfusioni di sangue.”

La frase è interessante non solo per ciò che dice, ma per ciò che lascia intravedere. Esisteva già un divieto religioso ma era già evidente che qualcuno saggiamente voleva mettere dei paletti che sono stati fatti tutti saltare da un ondata barbara che di li a poco avrebbe preso il controllo dell'organizzazione. Esisteva una valutazione negativa ma questa evidentemente non era stata inserita nell'automatismo disciplinare tribale e settario che avrebbe preso in ostaggio l'intera struttura sino ai nostri giorni.

Nel 1961 la trasfusione entra nello spazio della disciplina congregazionale. Quasi quarant’anni dopo, nel 2000, il lessico cambiò: non è più formalmente la congregazione che disassocia chi accetta sangue; è la persona che, accettandolo volontariamente e senza pentimento, viene considerata come dissociata. L’effetto pratico resta lo stesso. Cambia solo il soggetto della frase. Quello che è avvenuto quindi non è più soltanto la descrizione di un evento dove la semplice congregazione che brucia nel rog... (scusate), espelle il malcapitato. Una soluzione davvero elegante, almeno sul piano grammaticale: se il peso morale resta scomodo, si può sempre spostare il soggetto della frase. Con un effetto collaterale nel cortocircuito delle responsabilità hanno inventato nel contempo un dettaglio procedurale non indifferente che è stato quello di includere le famiglie all'interno della struttura congregazionale stabilendo un limite fisico tra la persona e i suoi affetti più cari

Nel frattempo, il testo biblico invocato rimase lo stesso.

Atti 15:28, 29:

“Astenervi [...] dal sangue.”

Una frase antica, collocata dentro una controversia del primo secolo: credenti ebrei, credenti gentili, tavola comune, contaminazione, convivenza religiosa in un contesto che si capisce benissimo quale è.

Nel post “La Watchtower potrebbe tornare al pensiero di Russell su Atti 15:29?”, pubblicato il 27 dicembre 2025, Osservatore Teocratico riassumeva così la lettura del problema:

“Il decreto era culturale, non dottrinale.”
Osservatore Teocratico, La Watchtower potrebbe tornare al pensiero di Russell su Atti 15:29?, 27 dicembre 2025

E ancora poco dopo sulla scrittura in oggetto:

“Non riguardava l’uso terapeutico del sangue.”
Osservatore Teocratico, 27 dicembre 2025

Qui non c’è bisogno di aggiungere molto. Basta osservare la distanza tra le parole del testo antico e gli oggetti della discussione moderna. Atti 15 non nomina plasma. Non nomina piastrine. Non nomina globuli rossi. Non nomina chirurgia. Non nomina oncologia. Non nomina emorragie post-partum. Non nomina una sala operatoria. Eppure, per molto tempo, quei mondi sono stati tenuti insieme da un’analogia che sostanzialmente si basava sul costrutto logico di paragonare l'assunzione del sangue come alimento a quello come terapia.

Nel post “Quando capire non basta”, pubblicato nel feed di Osservatore Teocratico il 16 agosto 2025, la domanda veniva formulata in modo quasi elementare:

“Basterebbe chiedersi se in quel versetto l'apostolo Paolo parlasse davvero delle trasfusioni di sangue.”
Osservatore Teocratico, Quando capire non basta, 16 agosto 2025

È una domanda semplice che non ha bisogno di essere spiegata. Per decenni, tuttavia, la risposta pratica era già stabilita. Non occorreva che il testo parlasse di trasfusioni perché l’organizzazione potesse ricondurle al comando di astenersi dal sangue. Non occorreva che il testo parlasse di componenti principali perché quei componenti venissero collocati nello stesso perimetro religioso.

Poi, lentamente, quel perimetro comincia a modificarsi. Alcune frazioni diventano materia di coscienza. Alcune procedure mediche vengono riconsiderate. Nel 2026 viene riconosciuto l’uso del proprio sangue in ambito medico e chirurgico. Il 18 settembre 2026 come uno tsunami la stessa logica viene estesa ai quattro componenti principali.

Nel post “Breaking news: e venne il giorno...”, pubblicato da Osservatore Teocratico il 18 settembre 2026, la traduzione dell’aggiornamento n. 6 riporta questa frase:

“poiché le Scritture non parlano dei vari prodotti che possono derivare dal sangue [...] non siamo autorizzati ad andare oltre le cose che sono scritte.”
Traduzione dell’aggiornamento n. 6, citata in Osservatore Teocratico, Breaking news: e venne il giorno..., 18 settembre 2026

Il riferimento è 1 Corinti 4:6:

“Non andare oltre ciò che è scritto.”

Notate bene anche l'ulteriore dettaglio nel medesimo aggiornamento compare anche un’altra frase:

“ogni cristiano deve prendere la propria decisione personale.”
Traduzione dell’aggiornamento n. 6, Osservatore Teocratico, 18 settembre 2026

A sostegno vengono richiamati altri testi biblici. Galati 6:5:

“Ciascuno porterà il proprio carico.”

E Romani 14:12:

“Ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso.”

Sono versetti sobri. Ovviamente condivisibili che non contengono procedure. Non aprono comitati. Non stabiliscono annunci alla congregazione. Restituiscono il peso della scelta al singolo. Con un dettaglio paradossale e cioè che c'è qualcuno che ancora adesso ti sta dicendo quali sono le cose che devi ritenere di coscienza e quali no.

Questo linguaggio oggi appare pacificatore. Ma letto in sequenza produce un effetto diverso.

1945: il divieto viene formulato in modo esplicito.
1959: le congregazioni non hanno ancora istruzioni di disassociare.
1961: la trasfusione diventa materia disciplinare.
2026: sui componenti principali torna la formula della coscienza personale.

La linea non è retta sembra quasi una parabola curva che diventa un ritorno al passato dopo decenni di deviazione interpretativa. C’è poi un altro passaggio, meno astratto. Atti 15 resta sullo sfondo con la sua formula essenziale, ma nel Novecento quella formula non viene applicata a una tavola, a un animale strangolato o a una pratica alimentare. Viene portata dentro le scelte sanitarie delle persone.

Lì la questione cambia natura. Non si tratta più di distinguere una cura da un’altra sulla base di una preferenza personale. In molti casi inevitabilmente si tratta di decidere se accettare o rifiutare un trattamento che può fare la differenza tra vivere e morire.

Nel post “Viaggio nella storia dei significati: La sacralità della vita e la sua rappresentazione del sangue”, pubblicato su Osservatore Teocratico il 4 gennaio 2024, il punto veniva messo così:

“Il sangue [...] deve essere sacro perché garantisce la vita perchè è lei ad essere sacra e non viceversa.”
Osservatore Teocratico, Viaggio nella storia dei significati: La sacralità della vita e la sua rappresentazione del sangue, 4 gennaio 2024

La frase e il post sposta l’asse della discussione. Il sangue non è separato dalla vita come un oggetto sacro autonomo. Ha valore perché richiama, sostiene, trasporta e garantisce la vita. Se il simbolo viene messo sopra ciò che dovrebbe rappresentare, il ragionamento diventa un cortocircuito. A quel punto una domanda resta sospesa: può ciò che rappresenta la vita diventare più importante della vita stessa?

Nel frattempo, fuori dal linguaggio religioso, un altro lessico si è imposto. Nel post “Testamento biologico”, pubblicato il 13 giugno 2018, Osservatore Teocratico citava il principio della legge italiana sul consenso informato:

“nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato.”
Legge 219/2017, citata in Osservatore Teocratico, Testamento biologico, 13 giugno 2018

È una frase che appartiene al diritto, non alla teologia. Ma parla dello stesso corpo. Della stessa scelta. Dello stesso istante in cui una persona deve decidere cosa può essere fatto su di lei.

Quando poi il soggetto è un minore, la questione diventa ancora più concreta. Nel post “Giappone: quando la fede diventa abuso”, pubblicato il 26 luglio 2026, il problema veniva riportato così:

“Se il rifiuto dei genitori, motivato esclusivamente da convinzioni religiose, mette seriamente a rischio il minore, le autorità possono considerare la situazione come una forma di trascuratezza o abuso.”
Osservatore Teocratico, Giappone: quando la fede diventa abuso, 26 luglio 2026

Qui il dogma religioso smette di essere un’idea. Diventa una decisione presa accanto a un letto d’ospedale che coinvolgono persone che sono legate emotivamente in un modo impensabile. La vicenda, quindi non finisce davanti alla sacca di sangue. Comincia lì.

Perché quando una scelta medica entra nel registro della disciplina religiosa, smette di essere soltanto una scelta. Diventa una prova di appartenenza. E una prova di appartenenza, dentro una comunità religiosa molto regolata ad altissimo controllo, con verifiche di fede pressochè quotidiane, non riguarda mai solo l’individuo.

Infatti la persona è avvolta in un universo di dettagli a cui deve rendere conto. C’è il medico. Ci sono i parenti, C’è la coscienza. Ma intorno ci sono anche i comitati sanitari, gli anziani, la congregazione, i familiari, la reputazione, l’idea stessa di percezione di fedeltà a Dio.

Accettare una trasfusione, per molto tempo, quindi non significava semplicemente ricevere una terapia. Poteva significare uscire dal perimetro della comunità. E quando si esce da quel perimetro, l’organizzazione non chiede solo alla congregazione di prenderne atto. Si aspetta che anche la famiglia si comporti di conseguenza ammonendo e minacciandola di ripercussioni personali.

Così una decisione presa in una corsia d’ospedale poteva continuare a produrre effetti molto lontano da quella corsia. Nella casa in cui la persona sarebbe dovuta rientrare. Nelle telefonate che non sarebbero più arrivate. Nei pasti che non si sarebbero più condivisi. Nella stanza di chi, magari, non era un ribelle ma un convalescente con una grave malattia da risolvere.

È questo il punto che spesso scompare quando si parla del sangue come “posizione religiosa”. Il divieto non viveva solo nelle pubblicazioni. Viveva nei rapporti familiari. Nei silenzi. Nelle soglie di casa. Nella possibilità concreta che una persona, dopo aver scelto una cura per restare viva, si trovasse più sola proprio nel momento in cui aveva più bisogno di aiuto.

Per questo la frase contenuta nell’aggiornamento del 18 settembre 2026 pesa più di quanto sembri. Nella traduzione pubblicata da Osservatore Teocratico, il Corpo Direttivo afferma:

“la congregazione non si immischierà in questa decisione”
Traduzione dell’aggiornamento n. 6, citata in Osservatore Teocratico, Breaking news: e venne il giorno..., 18 settembre 2026

La frase anche in questo caso è breve. Ha il tono amministrativo di un chiarimento. Ma dietro quella formula c’è un mondo infinito che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Perché se oggi si dice che la congregazione non si immischierà, bisogna ricordare che, per decenni, la congregazione si è immischiata attraverso la disciplina in centinaia di migliaia di persone sparse in tutto il mendo. 

Non serve immaginare casi estremi. Basta seguire la logica del sistema. Una persona accetta una cura. La cura viene letta come violazione religiosa. La violazione produce una conseguenza congregazionale. La conseguenza congregazionale viene tradotta in comportamento familiare. Alla fine, ciò che era iniziato come una decisione sanitaria diventa un dramma famigliare che mette nella graticola tutte le persone coinvolte.

E qui il problema non diventa solo teologico ma volgarmente umano.

Perché la persona colpita da quella separazione può non essere forte, lucida, autonoma, economicamente stabile in quel contesto. Può essere malata. Può essere reduce da un intervento. Può avere bisogno di assistenza. Può essere, semplicemente, qualcuno che ha scelto di vivere e che ora deve scoprire se la sua famiglia è ancora autorizzata ad essergli vicino.

Ed è forse per questo che la frase del 18 settembre 2026 pesa più di quanto sembri.

“Since the Bible does not comment on such decisions.”
JW.org, 18 settembre 2026

La Bibbia non commenta e questo avviene in un comunicato stampa che dovrebbe spiegare un semplice aggiornamento delle procedure interno. Purtroppo però non funziona così, letta accanto alle date precedenti, questo semplice ragionamento non resta confinato al presente.

Perché se in questo momento scopriamo che il testo non commenta i quattro componenti principali, bisogna chiedersi come è stato possibile che si arrivasse a queste conclusioni. Il rischio banale è che semplicemente se questo corpo direttivo stabilisce requisiti erronei su una base scritturale così banale è complicato che poi salvaguardi gli interessi spirituali su questioni complesse. Se scopriamo ora che non siamo autorizzati ad andare oltre ciò che è scritto, questa cosa la sapevamo già non la scopriamo ora. Se oggi la decisione appartiene alla coscienza, bisogna chiedersi  se qualcuno ha davvero capito cosa è la questione di coscienza o semplicemente sta manipolando le parole per costruire retoricamente concetti che cortocircuitano i ragionamenti delle persone.

Non serve forzare la conclusione. Basta lasciare le frasi una accanto all’altra.

  • Atti 15: “Astenervi dal sangue.”
  • 1 Corinti 4:6: “Non andare oltre ciò che è scritto.”
  • 1945: divieto esplicito delle trasfusioni di sangue.
  • 1961: il rifiuto diventa materia disciplinare/congregazionale.
  • 1994: alcune frazioni, come albumina e immunoglobuline, risultano già trattate come possibile questione di coscienza.
  • 15 giugno 2000: viene codificata in modo chiaro la distinzione: sangue intero + quattro componenti principali vietati; frazioni/derivati da valutare in coscienza.
  • 15 giugno 2004: la posizione viene ribadita e divulgata ulteriormente.
  • 20 Marzo 20026: e possibile la trasfusione autologa... pressochè quasi inutile.
  • 18 settembre 2026: anche le quattro componenti principali diventano materia di coscienza personale perchè non bisogna andare oltre ciò che è scritto.

Tra queste frasi c’è una storia. E dentro quella storia ci sono persone non ci sono oggetti o soprammobili, ma persone con sentimenti ed emozioni. Lo dico anche perchè incredibilmente ma non troppo ci sono alcuni che senza criterio commentano citando e criticando persone del blog sulle scelte personali e che ancora non hanno chiaro di cosa si sta parlando.

venerdì 18 settembre 2026

Breaking news: e venne il giorno...


Notizia che non commenteremo perchè si commenta da sola. Di seguito la traduzione del broadcasting #6 con l’annuncio sull’aggiornamento dell’intendimento relativo alla santità del sangue. Al termine il video con sottotitoli in Italiano. Buona lettura.

*"Benvenuti fratelli e sorelle. Vista l'importanza di questo aggiornamento, il Corpo Direttivo ha deciso di pubblicarlo il prima possibile in inglese. L'aggiornamento sarà disponibile in altre lingue molto presto.* ( viste le difficoltà ti aiutiamo noi...) Dal nostro ultimo rapporto, si sono tenute sette Assemblee Internazionali 'Felicità Eterna' a Calgary, Canada, Quito, Ecuador, Vilnius, Lituania, Amburgo, Germania, Utrecht, Paesi Bassi, Johannesburg, Sud Africa e Milwaukee, Stati Uniti.

*Più di 30.000 delegati provenienti da 69 paesi hanno partecipato. La massima frequenza complessiva è stata di oltre 165.000 persone e 1.428 sono state battezzate. Pensate alla bella testimonianza che tanti abitanti di queste città hanno ricevuto. Altre tre assemblee internazionali sono in programma prima della fine dell'anno 2026.I piani per la serie di assemblee del 2027 sono già in corso. Il tema dell'assemblea del prossimo anno sarà 'Gesù, la via'. Sono state pianificate 21 assemblee internazionali in 19 paesi.


Come annunciato in precedenza, nel mese di settembre 2026 offriremo l'opuscolo 'Puoi vivere felice per sempre' con l'obiettivo di iniziare studi biblici. Inviteremo anche le persone al discorso speciale intitolato 'Come può aiutarti la Bibbia?'. Che meravigliosa opportunità per aiutare le persone sincere a conoscere e amare Geova. Perché amiamo le persone, siamo desiderosi di condividere la buona notizia e di offrire studi biblici. Potresti porti l'obiettivo personale di iniziare uno studio biblico? Perché non preghi Geova esprimendo il tuo sincero desiderio di aiutare qualcuno a diventare discepolo? Geova ti aiuterà a provare gioia mentre cerchi coloro che sono ben disposti per la vita eterna. E indipendentemente dai risultati, puoi essere sicuro che Geova apprezza i tuoi sforzi.


*Il nostro amore per le persone ci spinge a condividere la buona notizia. Ci spinge anche a prenderci cura di coloro che affrontano gravi prove. Negli ultimi mesi, diversi disastri naturali hanno colpito i nostri fratelli e sorelle. Questi includono forti terremoti in Venezuela, Giappone e Colombia, incendi in Europa e in Nord America e devastanti frane in Asia.In Venezuela, l'opera di soccorso è in corso. Alcuni dei nostri fratelli e sorelle sono rimasti intrappolati sotto le macerie ma sono stati salvati da altri Testimoni.*


*Fratelli e sorelle del luogo hanno anche donato più di mezzo milione di dollari in cibo, vestiti e altri generi di prima necessità. La filiale ha allestito centri di soccorso affinché chi ne ha bisogno possa ottenere beni essenziali. Recentemente, i fratelli Jacob Rumph del Corpo Direttivo e Troy Snyder, un aiutante del Comitato dei Coordinatori, hanno visitato il Venezuela per dare sostegno spirituale a coloro che sono stati colpiti dai terremoti.*


*Quando accadono tragedie, siamo naturalmente preoccupati per i nostri fratelli e sorelle e per i nostri vicini. Ci rendiamo conto che la vita è un dono prezioso da parte di Geova. Come dice il Salmo 36:9: 'Presso di te è la fonte della vita'. Il popolo di Geova si è sempre sforzato di riflettere il suo punto di vista sulla sacralità della vita. Per questo motivo rifiutiamo di sostenere le guerre o di togliere la vita ai bambini non ancora nati ed evitiamo comportamenti spericolati che potrebbero causare la perdita di una vita.*


*Inoltre, Geova collega la sacralità della vita al sangue. Nel suo comando a Noè in Genesi 9:4, Geova disse: 'Solo non dovete mangiare carne con la sua vita, cioè il suo sangue'. Sotto la direzione dello Spirito Santo, gli apostoli diedero un comando simile, che i cristiani devono astenersi dal sangue. È riportato in Atti 15:28, 29:*


*'Lo Spirito Santo e noi stessi abbiamo ritenuto opportuno non imporvi altro peso se non queste cose necessarie: astenervi dalle cose sacrificate agli idoli, dal sangue, da ciò che è strangolato e dall'immoralità sessuale. Se vi terrete lontani da queste cose, prospererete. State bene'. Questo significa che i cristiani non mangiano carne non dissanguata. Ma questo è più di una restrizione alimentare. È un'opportunità per ogni servitore di Dio di riflettere il punto di vista di Geova sulla vita.*


*L'obbedienza a questo comando include evitare il consumo di sangue. E poiché il principio alla base è il rispetto per la vita, include anche evitare la colpa di sangue causata da omicidio o da una condotta negligente o sconsiderata che potrebbe causare la perdita di una vita. In tutti questi campi i Testimoni di Geova hanno mostrato determinazione nel riflettere il punto di vista di Geova, secondo cui la vita e il sangue sono sacri.*


*Per quanto riguarda il sangue, i Testimoni di Geova hanno inteso Atti 15 nel senso che non devono assumere sangue intero né per bocca né tramite trasfusione e che non devono donare sangue. Questa posizione ha protetto il suo popolo spiritualmente e fisicamente. Abbiamo anche applicato questo principio ai quattro componenti principali del sangue, cioè globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine. La scienza medica ha dimostrato l'efficacia dei trattamenti che evitano le trasfusioni di sangue e i rischi associati.*


*Tuttavia, i progressi nei trattamenti medici hanno sollevato molte domande sull'applicazione dei principi biblici a varie situazioni sanitarie. Pertanto, l'Aggiornamento n.2 del Corpo Direttivo del 2026 affermava: 'I cristiani non sono sotto la Legge mosaica. Tuttavia, obbediamo al comando apostolico di astenerci dal sangue. Inoltre, la Bibbia non dice nulla sull'uso del proprio sangue nelle cure mediche e chirurgiche. Pertanto, come per altre scelte in materia di assistenza sanitaria, ogni cristiano deve prendere la propria decisione sull'uso del proprio sangue in tutte le cure mediche e chirurgiche'.*


*Questo chiarimento scritturale permette a ogni cristiano di fare come affermato in Galati 6:5: 'Ciascuno porterà il proprio carico'. Dopo ulteriore attenta considerazione in preghiera, il Corpo Direttivo ha deciso che questo stesso principio si applica ai quattro componenti primari del sangue intero, cioè globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine che derivano dal sangue di un'altra persona. Pertanto, ogni cristiano deve prendere la propria decisione personale sull'uso di questi quattro componenti primari in tutte le cure mediche e chirurgiche. Allo stesso modo, ogni cristiano deve decidere se donare componenti o frazioni derivate dal proprio sangue.*


Ora, questo significa che il Corpo Direttivo prende alla leggera la questione dei trattamenti che coinvolgono uno o più dei componenti primari del sangue? No. Assolutamente no. Il Corpo Direttivo continua a considerare questa una questione molto seria. Tuttavia, poiché le Scritture non parlano dei vari prodotti che possono derivare dal sangue, riconosciamo che in armonia con 1 Corinzi 4:6 non siamo autorizzati ad andare oltre le cose che sono scritte. Riconosciamo anche l'importanza di ciò che è affermato in 2 Corinzi 1:24: 'Non che siamo padroni della vostra fede, ma siamo collaboratori per la vostra gioia, perché è mediante la vostra fede che state in piedi'.*


*Come dovrebbe un cristiano considerare la questione di accettare o rifiutare uno o più dei quattro componenti principali? Ogni cristiano dovrebbe continuare a riflettere in preghiera sui fattori coinvolti prima di prendere una decisione. Prendere alla leggera questa questione potrebbe danneggiare la coscienza di un cristiano e la sua preziosa relazione con Geova. Quali fattori potrebbe considerare un cristiano quando prende una decisione medica che comporta l'uso di un prodotto derivato dal sangue di un'altra persona? Ogni cristiano probabilmente ragionerà in modo diverso. Alcuni potrebbero rifiutare tutti questi prodotti perché credono che prendere qualsiasi parte del sangue sia sbagliato. Altri potrebbero accettare certi prodotti perché rappresentano una piccola percentuale di sangue intero. Ad esempio, alcuni componenti costituiscono una percentuale minore di sangue intero rispetto a certe frazioni che alcuni cristiani potrebbero già essere disposti ad accettare.*


*Comunque sia, Romani 14:12 afferma: 'Ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso'. Per aiutare ogni servitore di Dio a prendere una decisione personale informata, il Corpo Direttivo ha approvato la pubblicazione di una semplice tabella. Essa identifica alcuni dei prodotti più comuni derivati dal sangue.*


*La tabella, insieme all'articolo 'Domande dai lettori' basato su questo aggiornamento, sarà presto pubblicata su JW.org e nell'app JW Library. Inoltre, sono in preparazione articoli di studio della Torre di Guardia per discutere ulteriormente questa questione e presto sarà disponibile una direttiva medica aggiornata.*


*Dopo aver considerato questi e altri fattori, ogni cristiano deve decidere se accettare o meno un componente o una frazione derivata dal sangue di un'altra persona. La congregazione non si immischierà in questa decisione e i singoli cristiani non dovrebbero giudicare gli altri. Di solito non c'è bisogno di discutere queste decisioni mediche personali con persone diverse dagli agenti sanitari elencati nella vostra direttiva medica. Su vostra richiesta, il locale Comitato di Collegamento con gli Ospedali è pronto a sostenervi nella vostra decisione. I fratelli possono aiutarvi a trovare medici che rispettino la vostra coscienza e manterranno riservate le vostre decisioni. E se il lavoro di un cristiano comporta sangue o emoderivati? I principi contenuti nell'articolo 'Domande dai lettori' del 15 aprile 1999 de La Torre di Guardia possono aiutarvi a prendere una decisione saggia e a mantenere una coscienza pulita.*


*Fratelli e sorelle, sappiamo che sono molte informazioni da assimilare. Ma qual è il punto principale? I Testimoni di Geova non accettano trasfusioni di sangue intero. Né doniamo sangue intero perché venga trasfuso ad altri. Non mangiamo nemmeno sangue o carne non dissanguata.*


*Tuttavia, se accettare componenti o frazioni derivate dal sangue di un'altra persona è una decisione che ogni cristiano deve prendere personalmente. Allo stesso modo, ogni cristiano deve decidere se donare o meno componenti o frazioni derivate dal proprio sangue. Siate certi che il Corpo Direttivo rimane determinato a mostrare rispetto per i preziosi doni di Geova, la vita e il sangue.*


*Tuttavia, riconosciamo che ogni cristiano deve assumersi la propria responsabilità di prendere decisioni coscienziose davanti a Geova. Pertanto, il Corpo Direttivo esorta tutto il popolo di Dio a considerare in preghiera tutti i fattori rilevanti per la propria situazione quando prende decisioni mediche che coinvolgono prodotti derivati dal sangue. In questo modo ogni cristiano può prendere una decisione che gli lasci una coscienza pulita e che mostri profondo rispetto per Geova, la fonte della vita. Grazie cari fratelli e sorelle per la vostra fede, il vostro amore e il vostro leale sostegno. Vi vogliamo molto bene. Dalla Sede Mondiale dei Testimoni di Geova, questo è JW Broadcasting."*


sabato 12 settembre 2026

10 domande a Massimo Impieri

1. Partiamo dall’inizio della tua storia. Come sei arrivato a conoscere i Testimoni di Geova e cosa ti convinse, allora, che quella fosse la vera religione? Che cosa ti aveva colpito maggiormente del loro messaggio?



Ho conosciuto i Testimoni di Geova da bambino, quando avevo nove anni. Cercavo Dio e mi ero allontanato dalla Chiesa Cattolica perché avevo visto dell’ipocrisia. Così, quando i proclamatori vennero a casa nostra, chiesi ai miei genitori di accettare uno studio biblico. Dopo qualche mese i miei genitori interruppero lo studio, mentre io continuai con grande entusiasmo. Ben presto mi iscrissi alla Scuola di Ministero Teocratico e, a dieci anni, tenni il mio primo discorsetto nella Sala del Regno. Iniziai anche come proclamatore e, a tredici anni, chiesi di battezzarmi. Avevo il sostegno dei miei genitori, anche se loro rimasero semplicemente interessati, senza coinvolgersi direttamente. Essendo solo un bambino, naturalmente non avevo gli strumenti per valutare criticamente tutto ciò che stavo imparando. Ai miei occhi, i Testimoni di Geova sembravano gli unici veri cristiani: erano persone che si impegnavano nella predicazione della buona notizia e che, almeno per quanto mi era stato insegnato, avevano mantenuto una posizione di neutralità durante le guerre mondiali che avevano sconvolto il mondo.


Dopo il tuo ingresso, hai iniziato a progredire all’interno dell’organizzazione. Come si è sviluppato il tuo percorso? Quali incarichi e responsabilità hai avuto e quanto eri coinvolto nella vita della congregazione? In quegli anni quanto eri convinto che l’organizzazione fosse effettivamente guidata da Dio?


Dopo il mio battesimo, durante le festività natalizie e nei periodi estivi mi impegnavo come pioniere ausiliario. A sedici anni divenni pioniere regolare. Poi, a diciannove anni, dopo aver trascorso quattro mesi in prigione a motivo della mia posizione di neutralità cristiana come Testimone di Geova, decisi di andare all’estero a predicare in Albania, perché in quel periodo era appena caduta la dittatura comunista atea. Ero convinto che la fine fosse imminente e desideravo salvare quante più persone possibile. Vi andai come volontario e pioniere regolare, ma, a motivo del grande bisogno che c’era in quel periodo, fui presto nominato pioniere speciale, servitore di ministero e, in seguito, anziano di congregazione. A quel tempo l’organizzazione era coinvolta praticamente nel cento per cento della mia vita. A parte qualche momento di svago, ogni mia attività era dedicata all’organizzazione. Fui anche incaricato di visitare le carceri albanesi, dove predicavo ai detenuti. Svolgevo regolarmente discorsi alle assemblee di circoscrizione e di distretto e, in un’occasione, fui mandato in Macedonia insieme ad altri fratelli per portarvi clandestinamente letteratura religiosa dell’organizzazione, da consegnare ai fratelli di quella nazione che erano al bando. Fino a quel momento avevo studiato praticamente tutte le pubblicazioni dell’organizzazione dagli anni Cinquanta fino al 2000. Ero quindi pienamente convinto che quella fosse l’unica via di salvezza per l’umanità. Credevo che la fine fosse imminente e anch’io predicavo con convinzione che, prima che fosse passata la generazione vivente nel 1914, sarebbe arrivata la fine di questo sistema umano, con l’avvento del Regno di Dio sulla terra. Tuttavia, ero una persona di mente aperta. Ogni anno leggevo una Bibbia diversa e non soltanto la Traduzione del Nuovo Mondo. Lessi persino il libro di Raymond Franz, Crisi di coscienza. Mi lasciò perplesso sotto alcuni aspetti, ma continuavo a vedere nel Corpo Direttivo una certa sincerità nelle sue intenzioni. Mi ripromisi di studiare con maggiore attenzione alcune delle Scritture citate da Raymond Franz, come Efesini 4:4, che sembravano indicare che per i cristiani esistesse una sola speranza e non due, come insegnava la Torre di Guardia. In quel momento non sapevo come rispondere a quelle obiezioni, ma accantonai la questione per mancanza di tempo.

3. A un certo punto, però, qualcosa ha iniziato a farti riflettere. Ci sono state esperienze che hai vissuto personalmente, oppure situazioni alle quali hai assistito, che hanno cominciato a mettere in crisi le tue convinzioni? C’è un episodio che, ripensandoci oggi, consideri particolarmente importante nell’inizio del tuo percorso di ricerca?

Essendo anziano e pioniere speciale, avevo veramente poco tempo per fermarmi a riflettere. Vivendo poi in un paese povero, in quel periodo, ho sempre visto l’amore genuino e sincero che esisteva tra i fratelli che vivevano in condizioni difficili. Questo non faceva altro che rafforzare la mia convinzione di essere nella “verità” e di essere protetto dal mondo. Inoltre, ho sempre percepito la mano di Dio nella mia vita in modi che per me erano meravigliosi. A quel tempo pensavo che questo fosse dovuto al fatto che stavo facendo esattamente ciò che Dio richiedeva da me. Ogni tanto, però, mi chiedevo come fosse possibile che l’organizzazione di Dio avesse annunciato in passato date precise per la fine del mondo senza che queste si fossero avverate. Cercavo comunque di spiegarmi la cosa ricordando che anche gli apostoli avevano avuto l’impressione che la fine sarebbe arrivata ai loro giorni.

Poi, all’inizio di ottobre del 2019, arrivò il nuovo intendimento sulle locuste di Gioele. Per circa settant’anni era stato insegnato che quelle locuste rappresentassero il popolo di Dio impegnato nella predicazione di casa in casa. In quella occasione, invece, fu spiegato che le locuste rappresentavano i nemici del popolo di Dio. L’aggiornamento venne pubblicato in italiano nella rivista di aprile 2020, ma, conoscendo l’inglese, avevo già avuto modo di conoscere la novità mentre veniva annunciata. Questo mi creò un problema di coscienza. Avevo in casa due antichi commentari biblici del Settecento e, con mia sorpresa, mi resi conto che entrambi presentavano interpretazioni molto più vicine a quella che l’organizzazione stava appena adottando. In quei commentari le locuste potevano essere interpretate come gli eserciti nemici del popolo d’Israele oppure come locuste letterali che avevano invaso la nazione al tempo del profeta. Rilessi quindi con grande attenzione il libro di Gioele e, per la prima volta, cominciai a mettere seriamente in discussione la vecchia interpretazione dell’organizzazione.

Mi chiesi: come era possibile che, oltre trecento anni prima, studiosi e chiese della cristianità — che secondo ciò che avevo imparato erano sotto l’influenza di satana — avessero potuto comprendere un aspetto che il presunto canale di Dio sulla terra aveva compreso soltanto nel 2019? Questo mi fece sorgere seri dubbi. A quel punto iniziai a studiare le varie dottrine alla luce della Bibbia, cercando di mettere da parte, per quanto possibile, ciò che avevo sempre dato per scontato. Per la prima volta mi resi conto che forse avevo costruito tutto il mio ragionamento su un presupposto che non avevo mai veramente verificato: che il Corpo Direttivo fosse il canale di Dio sulla terra. E se quello fosse stato il presupposto sbagliato? Dovevo verificarlo.

4. Quando una persona è profondamente coinvolta in un’organizzazione religiosa, tende spesso a spiegare le situazioni problematiche come errori di singoli individui. Nel tuo caso, quando hai iniziato a chiederti se alcuni problemi non fossero invece legati all’organizzazione stessa? E quali sono state le questioni che ti hanno spinto maggiormente ad approfondire?



Dopo aver compreso che l’interpretazione delle locuste di Gioele era cambiata radicalmente, volli leggere il libro di Carl Olof Jonsson, The Gentile Times Reconsidered. Quello studio ebbe un effetto molto importante su di me. Le evidenze storiche, archeologiche e astronomiche che esaminai mi convinsero che la data del 607 a.C. per la distruzione di Gerusalemme non fosse sostenibile e che la distruzione di Gerusalemme da parte dell’impero neobabilonese fosse avvenuta nel 587 a.C. Per me questo metteva in discussione una parte fondamentale della cronologia che portava al 1914 e, di conseguenza, anche molte delle interpretazioni profetiche costruite su quella data. Inoltre, le parole di Gesù in Luca 21:8 mi fecero riflettere profondamente. Gesù aveva avvertito i suoi discepoli di non seguire coloro che avrebbero annunciato la Sua venuta attribuendole caratteristiche che lui stesso non aveva indicato. Queste scoperte mi scossero profondamente. Lessi anche il secondo libro di Raymond Franz, Alla ricerca della libertà cristiana. Lo trovai molto interessante e, soprattutto, ricco di argomentazioni scritturali che mi spinsero a riesaminare molte delle mie convinzioni.

Poi accadde qualcosa di ancora più importante per me. Una notte, mentre stavo leggendo Apocalisse, capitoli 4 e 5, mi trovai davanti a una scena nella quale il Padre riceve adorazione e onore, ma nella quale anche il Figlio viene posto al centro della lode e dell’adorazione celeste. Quella lettura mi costrinse a riconsiderare radicalmente ciò che avevo sempre creduto riguardo a Gesù. Compresi che non potevo più considerarlo semplicemente come una creatura. Dovevo prendere molto più seriamente ciò che il Nuovo Testamento dice sulla Sua natura, sulla Sua relazione con il Padre e sull’onore che Gli viene attribuito. Quella notte, per la prima volta nella mia vita, mi rivolsi direttamente a Gesù e Gli chiesi perdono per non averLo mai ringraziato personalmente per ciò che aveva fatto per me: per essere morto per me. Era la fine del 2019 e, nel giro di appena due mesi, mi era crollato addosso un mondo intero. Le certezze che avevo considerato per decenni praticamente inattaccabili si erano sbriciolate. A quel punto compresi che il problema non riguardava semplicemente l’imperfezione degli uomini. Dovevo esaminare le fondamenta stesse del sistema dottrinale nel quale avevo creduto. L’imperfezione umana potevo comprenderla e tollerarla. Quello che non potevo più fare era insegnare come verità ciò che, dopo averlo studiato, ritenevo contrario alle Scritture.

5. Arriviamo al momento della tua uscita. Come si è sviluppato quel processo? È stata una decisione maturata lentamente oppure c’è stato un momento decisivo? E quanto è stato difficile separare ciò che avevi creduto per tanti anni dalla tua identità personale e dai rapporti con le persone che avevano condiviso con te quella vita?

Come anziano molto impegnato, negli ultimi anni, dopo essere tornato in Italia, avevo assistito anche a comportamenti molto deludenti da parte di alcuni di coloro che si definivano sorveglianti e anziani del gregge. Avevo visto favoritismi e lotte di potere che non mi appartenevano e che rendevano il mio incarico di anziano un peso sempre più difficile da sostenere. Tuttavia, voglio essere chiaro: non furono quei comportamenti a farmi lasciare l’organizzazione. Il punto decisivo fu ciò che avevo scoperto studiando le dottrine. Una volta che ebbi maturato la convinzione che alcuni insegnamenti fondamentali dell’organizzazione fossero sbagliati, in coscienza non me la sentivo più di farne parte come insegnante. Non potevo salire sul podio e insegnare cose che ormai ritenevo chiaramente sbagliate. Così, nell’aprile del 2020, diedi le mie dimissioni da anziano di congregazione, dopo ventinove anni dalla mia prima nomina ad anziano. Per la prima volta nella mia vita partecipai anche alla Cena del Signore, sebbene su Zoom, a motivo della pandemia. Senza dare spiegazioni, smisi di consegnare il rapporto di servizio come proclamatore e, dopo circa sei mesi, risultavo inattivo e non frequentavo più le adunanze. Amavo profondamente i fratelli e, proprio perché non volevo perderli, inizialmente non dissi nulla a nessuno.

Poi, circa tre anni dopo, leggendo Marco 4:21-22, dove Gesù parla della lampada che non deve essere messa sotto il moggio ma sul candeliere, compresi che non potevo continuare a nascondere ciò che Gesù aveva acceso nel mio cuore. Fino a quel momento avevo parlato con sei persone di cui mi fidavo e cinque di loro lasciarono l’organizzazione. A quel punto sentii però che dovevo parlare liberamente. Cominciai quindi a pubblicare nel mio stato giornaliero alcune pubblicazioni dell’organizzazione che, a mio giudizio, mostravano chiaramente quanto fossero cambiate alcune sue affermazioni nel corso del tempo. Per esempio, mostrai la copertina della Torre di Guardia del 15 ottobre 1984, che affermava in copertina che la generazione del 1914 non sarebbe mai passata. Dopo appena tre giorni, nei quali avevo pubblicato tre diversi messaggi, fui convocato telefonicamente dagli anziani per un comitato giudiziario che si sarebbe tenuto il giorno successivo. Dissi chiaramente che mi sarei presentato a una sola condizione: essere giudicato sulla base della Bibbia e non sulla base della letteratura dell'organizzazione. Quando questa condizione non venne accettata, decisi di non presentarmi e, proprio quel giorno, fui disassociato. Avevo sette giorni per presentare un reclamo e scrissi quindi un SMS alle persone che conoscevo in Italia, spiegando che ero stato disassociato dopo aver evidenziato quelle che consideravo false predizioni dell’organizzazione. Ricordai loro Luca 21:8 e Deuteronomio 18:20-22. Nonostante i numerosi messaggi che inviai, ricevetti una sola risposta. Mi venne detto che erano delusi perché stavo lasciando Geova. Da quel momento mi ritrovai completamente solo. Avevo servito l’organizzazione per oltre quarant’anni, rinunciando a molte cose e dedicando ad essa praticamente tutta la mia vita. Avevo portato nell’organizzazione decine di persone e avevo sempre cercato di servire in prima linea. Eppure, quando tutto finì, nessuno si prese il tempo di venirmi a parlare personalmente e in modo amichevole. Non provo rabbia per questo, ma certamente fu un momento estremamente doloroso.

6. Molte persone che lasciano i Testimoni di Geova, dopo aver perso fiducia nell’organizzazione, finiscono per mettere in discussione anche l’esistenza di Dio o la religione in generale. Il tuo percorso è stato diverso: hai lasciato l’organizzazione, ma sei rimasto un credente. Come sei riuscito a distinguere la delusione nei confronti dell’organizzazione dalla tua fede in Dio? E che cosa è rimasto della tua fede dopo quell’esperienza?


Comprendo benissimo chi perde la fede in Dio dopo un’esperienza simile alla mia. Io credo di non aver mai perso la fede in Dio, soprattutto a motivo della relazione personale con Lui che ho coltivato durante tutta la mia vita. Ho attraversato molte difficoltà personali e mi sono sempre rivolto a Dio per chiedere aiuto e per ringraziarLo. Ho percepito molte volte la Sua presenza e la Sua mano nella mia vita. Dopo così tante esperienze, per me è diventato difficile pensare che Dio non esista. Esperienze simili le ho avute anche dopo il mio risveglio dai Testimoni di Geova. Per molti anni avevo interpretato queste esperienze come una conferma del fatto che mi trovavo nel “popolo di Dio”. Ma già quando ero ancora Testimone avevo conosciuto persone sincere e credenti che non erano Testimoni di Geova e che raccontavano esperienze molto simili alle mie. Questo mi aveva già fatto sorgere una domanda: e se Dio amasse le persone molto più di quanto io avessi immaginato? E se la salvezza non dipendesse dall'appartenenza a una determinata organizzazione? Dopo la mia fuoriuscita questa convinzione si è rafforzata. Ho compreso che Dio guarda il cuore e la fede della persona, non semplicemente l'etichetta religiosa che porta. Ho anche compreso che gli uomini, nel corso della storia, hanno spesso costruito strutture religiose attorno alla fede e, a volte, hanno finito per identificare quelle strutture con Dio stesso. La tendenza umana è quella di seguire uomini. Io, invece, ho compreso sempre più chiaramente che l'unico che merita di essere seguito senza riserve è Gesù. In Marco 9:38-41, infatti, vediamo Gesù correggere i suoi discepoli proprio quando questi pensavano che una persona dovesse appartenere al loro gruppo per poter operare nel Suo nome. È per questo che non ho perso la fede. Dio non ha nessuna colpa per gli errori che gli uomini possono commettere in Suo nome. Se avessi prestato maggiore attenzione alle parole di Gesù quando ero più giovane, probabilmente avrei fatto molte scelte diverse. Ma quando ho conosciuto i Testimoni avevo soltanto nove anni. Quindi oggi cerco di non guardare a quegli anni con rabbia. Riconosco anche la mia responsabilità, ma riconosco soprattutto che Dio mi ha accompagnato durante tutto il percorso, anche attraverso i miei errori. La mia fede non è cambiata: si è arricchita. Il mio lungo percorso tra i Testimoni di Geova mi ha reso, credo, una persona migliore. Non provo odio né rancore nei loro confronti. Al contrario, continuo ad amare molte delle persone che ho conosciuto in quel mondo. Porto nel cuore tantissime esperienze belle che ho vissuto e, invece di guardare continuamente indietro con amarezza, preferisco andare avanti verso una maggiore maturità, desideroso di continuare a imparare.

7. È proprio questo percorso che sembra aver caratterizzato anche la tua attività successiva, fino alla nascita e alla gestione di “Fede e Credo”. Come è nato il canale e quale obiettivo ti sei posto? Oggi che cosa cerchi di offrire alle persone che ti seguono: una critica ai Testimoni di Geova, un approfondimento biblico, una ricerca della verità cristiana, oppure qualcosa che va oltre queste definizioni?

Il mio canale, “Fede e Credo”, è nato in un momento di grande disperazione. Mi trovavo completamente solo. Lavoravo stabilmente di notte, spesso da solo, e, dopo essere stato disassociato, non avevo più persone con cui parlare della mia fede, né di notte né di giorno. Eppure avevo un grande desiderio di poter parlare ai miei fratelli Testimoni di Geova, persone che avevo sempre amato profondamente. Ma non sapevo come fare. Un giorno supplicai il Signore di aiutarmi a poter parlare e aiutare almeno un Testimone di Geova. Mi sembrava una richiesta assurda e quasi impossibile da realizzare. Per questo Gli chiesi semplicemente di aiutarmi a parlare con una sola persona. Mi sembrava già qualcosa di enorme e umanamente quasi impossibile. Nei giorni successivi mi venne l'idea di realizzare dei video su YouTube. La respinsi immediatamente. Non avrei mai voluto fare una cosa del genere. Non è nella mia natura. Faccio fatica a esprimermi e non sapevo assolutamente come registrare o montare un video. Non avevo neppure le attrezzature necessarie. Eppure quel pensiero continuava a tornare. Dopo circa due mesi di resistenza, decisi di provare. Cominciai a realizzare video senza sapere praticamente nulla di montaggio, immagini, testi o editing. Mi sono semplicemente buttato. Qualche mese dopo conobbi un altro fuoriuscito, un fratello anziano molto bravo con la tecnologia, che si offrì amorevolmente di aiutarmi. Francesco mi fu di grandissimo aiuto e, con molta pazienza, mi insegnò le basi dell'editing. A quel punto la qualità dei miei video migliorò.

Inizialmente lo scopo dei miei video era rivolto quasi esclusivamente ai Testimoni di Geova. Nel primo anno fui letteralmente sommerso ogni giorno da moltissimi messaggi privati di Testimoni che mi ringraziavano per i video e mi raccontavano le loro difficoltà, alcuni dei quali cercavano anche aiuto per lasciare l'organizzazione. Per quanto ricordo, almeno una decina di persone mi ha scritto espressamente dicendomi che proprio attraverso i miei video aveva compreso alcuni problemi dell'organizzazione e aveva deciso di lasciarla. Questo mi fece pensare alla preghiera che avevo fatto. Non sto naturalmente affermando di essere uno strumento speciale attraverso il quale Dio fa conoscere la verità. Dico semplicemente che cerco di aiutare, secondo le mie capacità, chi si trova in difficoltà. Dio può usare molti mezzi e molte persone, e io sono soltanto una delle tante persone che cercano di fare qualcosa di buono.



8. Attraverso “Fede e Credo” hai avuto modo di incontrare e intervistare persone con esperienze molto diverse, comprese persone provenienti dal mondo dei Testimoni di Geova. C’è stata un’intervista, una testimonianza o un incontro che ti ha particolarmente toccato e che ha lasciato un segno nel tuo percorso? Che cosa hai imparato da quella persona?

Ho intervistato molte persone: Testimoni di Geova e non, credenti e non credenti. Ognuna di loro mi ha insegnato qualcosa, sia in positivo sia, qualche volta, anche in negativo. Mi ha colpito vedere come la fede e la ricerca di Dio abbiano influito sulla vita di persone molto diverse tra loro. Cerco di imparare da tutti, anche quando personalmente non condivido tutto ciò che dicono. Una delle cose che ho imparato è che non dobbiamo rinchiudere Dio in una scatola, come invece facevo quando ero Testimone di Geova. Se non comprendo qualcosa, questo non significa necessariamente che quella cosa sia falsa. Il limite potrebbe essere semplicemente mio. Per questo cerco di rimanere di mente aperta. Quando intervisto una persona non credente, per esempio, non parto dal presupposto che sia semplicemente “sbagliata”. Cerco di capire che cosa l'abbia portata a perdere la fede. Ho compreso che la ricerca della verità è un processo continuo. Io stesso non ho ancora ricevuto risposte soddisfacenti a tutte le mie domande. Ma questo non mi spaventa. Significa semplicemente che il mio percorso non è ancora terminato. Dalla mia esperienza ho imparato soprattutto a fidarmi di Dio, un po' come un bambino si fida dei propri genitori. Queste lezioni non le ho imparate da una sola persona, ma da molte delle persone che ho incontrato.



Ci sono però due esperienze specifiche che vorrei ricordare. La prima riguarda il mio amico Rolf Furuli. Rolf è una persona con una preparazione notevole nel campo delle lingue antiche e con la quale ho avuto modo di confrontarmi anche personalmente. Ciò che mi ha colpito della sua testimonianza è stato vedere come, nonostante la sua uscita dall'organizzazione e le sue forti critiche nei confronti di alcuni insegnamenti e decisioni del Corpo Direttivo, egli continui a considerare i Testimoni di Geova la vera religione. Io posso non condividere questa conclusione, e naturalmente ho le mie domande al riguardo. Ma non voglio giudicare le sue motivazioni né mettere in dubbio la sua sincerità. Anzi, proprio la sua posizione mi ha costretto a riflettere su qualcosa di molto importante. Ho capito che conoscere molte cose non significa necessariamente arrivare tutti alle stesse conclusioni. Le nostre convinzioni non dipendono soltanto dalle informazioni che possediamo. Entrano in gioco anche la nostra storia personale, le nostre esperienze, i nostri affetti e il modo in cui abbiamo costruito la nostra identità spirituale. Questo vale per Rolf, ma vale anche per me e, credo, per tutti noi. Negli anni gli avevo scritto ponendogli delle domande su come fosse possibile continuare a sostenere determinate posizioni dopo quelli che io consideravo fallimenti profetici. Ma l'intervista mi ha insegnato che non basta chiedersi: “Quali informazioni possiede questa persona?” Bisogna anche cercare di comprendere il percorso che l'ha portata a quelle conclusioni. E questo non significa necessariamente che quella persona abbia torto. Significa semplicemente che dobbiamo imparare a confrontarci con le persone senza presumere di conoscere il loro cuore.



La seconda esperienza riguarda un'intervista che, almeno per ora, non è mai stata realizzata. Avevo chiesto a un fratello, anche lui risvegliato e molto conosciuto sul web, di raccontare davanti alla telecamera sul mio canale il suo risveglio e il suo successivo impegno per aiutare i Testimoni di Geova. Lui però preferì rifiutare perché non voleva dare l'impressione di sostenere le mie convinzioni sulla natura di Dio. Gli proposi anche di specificare chiaramente nell'intervista che non condivideva tutte le mie convinzioni, ma decise comunque di non partecipare perché mi considerava un apostata. Non voglio giudicare neppure lui. Quell'esperienza, però, mi ha fatto riflettere profondamente sul rischio che corriamo tutti quando una convinzione teologica diventa un criterio per escludere una persona. Posso non condividere le tue idee senza per questo smettere di considerarti mio fratello. E posso essere convinto di qualcosa senza pretendere di avere compreso tutto. Dopotutto, come possiamo pensare di avere compreso pienamente la persona di Dio? Queste due esperienze mi hanno insegnato ancora di più quanto sia importante rimanere umili. La verità non dovrebbe renderci arroganti. Se ciò che crediamo ci porta a considerarci superiori agli altri o a escludere chi non la pensa come noi, allora credo che dovremmo fermarci e riesaminare noi stessi.

9. Vorrei ora parlare a chi si trova dall’altra parte del percorso. Immaginiamo un Testimone di Geova che comincia ad avere seri dubbi: scopre aspetti della storia dell’organizzazione che non conosceva, trova incongruenze dottrinali o non riesce più ad accettare alcune pratiche, ma ha paura di cercare informazioni perché teme di essere considerato apostata. Che cosa gli consiglieresti? Come può indagare onestamente senza farsi guidare né dalla paura né dalla rabbia?

Il mio consiglio principale è: confida in Dio. Credo che Dio ami sinceramente chi sta lottando per cercare risposte. Per questo non dobbiamo avere paura di fare domande. Io credo che Dio non guardi soltanto a ciò che abbiamo compreso, ma anche alla sincerità con cui Lo abbiamo cercato. Per me la verità ultima non è semplicemente un insieme di informazioni corrette: la verità ultima è Dio. Chi cerca sinceramente la verità, in un certo senso, sta cercando Dio, anche se non se ne rende conto. Nessuno di noi ha compreso tutta la verità. Perciò è puerile ergersi al di sopra degli altri come se noi possedessimo una conoscenza completa. Il mio consiglio, quindi, è di non avere paura di investigare e di rimanere sempre di mente aperta. C'è una famosa frase che dice che la mente è come un paracadute: funziona soltanto quando è aperta. La Bibbia stessa ci invita a esaminare ogni cosa e a ritenere ciò che è buono. E qui vedo una certa ironia: questo è esattamente ciò che i Testimoni di Geova consigliano alle persone che appartengono ad altre religioni. Ma la stessa libertà di investigare diventa molto più difficile quando la persona comincia a mettere in discussione l'organizzazione alla quale appartiene. Io direi quindi a quella persona di non avere paura delle domande. Se la verità viene da Dio, non può avere paura della verità.

10. Vorrei concludere proprio sul rapporto tra fede e organizzazione. Se oggi potessi parlare con il Massimo di quando eri Testimone di Geova, cosa gli diresti? E a una persona che sta scoprendo che l’organizzazione nella quale ha creduto per anni potrebbe essere in errore, ma che teme che abbandonarla significhi necessariamente perdere anche la fede in Dio, cosa diresti?

Direi innanzitutto al Massimo di allora di non avere paura di cercare. So quanto sia difficile accettare l'idea che quella che consideravamo l'organizzazione di Dio possa, in realtà, non esserlo. Ci sono persone all'interno dell'organizzazione che hanno compreso che vengono commessi degli errori, ma non sanno dove andare e questo le trattiene al suo interno. Tutto nasce, almeno in parte, dall'idea che Dio abbia sempre avuto un'unica organizzazione sulla terra e che, se non appartieni a quella organizzazione, non puoi essere salvato. Viene spesso fatto l'esempio dell'arca di Noè. Ma dobbiamo stare attenti a non trasformare un racconto biblico in una regola che la Bibbia stessa non stabilisce. Prima di Mosè troviamo uomini come Enoc, Noè, Abraamo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe che hanno avuto una relazione personale con Dio senza appartenere a un'organizzazione religiosa mondiale nel senso moderno del termine. Con Mosè Dio formò una nazione, Israele, con uno scopo preciso. Ma l'appartenenza a quella nazione non garantiva automaticamente il favore di Dio. La storia biblica mostra infatti che Israele si è frammentato, fu spesso infedele e che molti di coloro che appartenevano al popolo furono comunque giudicati da Dio. Gesù stesso fece una distinzione importantissima tra la posizione ufficiale dei capi religiosi e la loro condotta. In Matteo 23:2-3 disse degli scribi e dei farisei: «Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno». Quindi essere associati al popolo di Dio non significava automaticamente che Dio approvasse tutto ciò che facevano i suoi leader. E lo stesso principio deve spingerci a riflettere anche sulla storia del cristianesimo. La comunità cristiana nata con gli apostoli non rimase immune dall'infedeltà umana. Nel corso dei secoli anche il cristianesimo si è frammentato, si è istituzionalizzato e, in molti casi, ha tradito gli insegnamenti di Gesù. Questo mi ha portato a una conclusione importante: Dio non ci chiede di seguire degli uomini al posto di Cristo. Quando una struttura religiosa si allontana da Dio, la fedeltà a Dio può richiedere anche di prendere le distanze da quella struttura. Apocalisse 18:4-5 contiene un invito molto forte: «Uscite da essa, o popolo mio, affinché non siate complici dei suoi peccati». È interessante che Dio dica: “Uscite”, ma non dica immediatamente una nuova organizzazione alla quale aderire. Io ho applicato questo principio alla mia esperienza.

Per me, a un certo punto, l'organizzazione dei Testimoni di Geova era diventata ciò da cui dovevo uscire. Per qualcun altro potrebbe essere un'altra struttura religiosa. Non credo che tutti debbano necessariamente fare il mio stesso percorso. Credo però che ognuno debba essere disposto a riconoscere ciò che si è frapposto tra lui e Dio e avere il coraggio di allontanarsene. E qui arriviamo al punto più importante. Se esco da un'organizzazione, dove vado? Per me la risposta non è stata: “Devo trovare immediatamente un‘altra organizzazione”. La mia risposta è stata: “Vado da Gesù”. Gesù dice in Matteo 11:28: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo». “Venite a me”. Non dice: “Venite a una struttura religiosa”. Dice: “Venite a me”. Ed è quello che ho cercato di fare. Ho lasciato ciò che consideravo una struttura religiosa che mi impediva di seguire la mia coscienza davanti a Dio, ma non ho lasciato Cristo. Anzi, per me è accaduto esattamente il contrario: lasciando un’organizzazione, ho scoperto ancora di più la persona di Gesù. Conosco già l’obiezione che potrebbe essere fatta: Gesù ha comandato di predicare il Vangelo in tutto il mondo e, per farlo, servono persone, mezzi, denaro e una certa organizzazione. È vero. Ma una cosa è riconoscere che i cristiani hanno bisogno di organizzarsi per svolgere un’attività; un’altra cosa è trasformare quella struttura in un mediatore indispensabile tra Dio e l’uomo. La Bibbia ci mostra che Dio ha usato Israele, pur non approvando tutto ciò che Israele faceva. E nel corso della storia Dio ha permesso che il messaggio cristiano raggiungesse persone attraverso strutture e chiese diverse. Ma lo scopo della predicazione non è portare le persone a un’organizzazione o religione. Lo scopo è portarle a Cristo. E qui, per me, c’è la differenza fondamentale. La nostra salvezza non dipende dall’appartenenza a un’organizzazione umana. Dipende da Cristo. Gesù dice in Giovanni 10:9: «Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato». E in Giovanni 14:6: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Paolo scrive in 1 Timoteo 2:5: «Vi è infatti un solo Dio, e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo». Gesù dice in Giovanni 6:37: «Tutto quello che il Padre mi dà verrà a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori». E in Atti 16:31 leggiamo: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato». Infine, Atti 4:12 dice: «In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati». E allora, se oggi potessi parlare con il Massimo di quando ero Testimone di Geova, gli direi una cosa che allora non avrei mai immaginato: Non avere paura di perdere un’organizzazione, se nel farlo puoi trovare Cristo. Perché oggi credo che la nostra moderna “arca di Noè” non sia una religione umana. La nostra arca è Gesù. Come l’arca rappresentava per Noè il luogo della salvezza attraverso il giudizio, così per noi Cristo è colui nel quale troviamo salvezza. Non abbiamo bisogno di cercare un’altra organizzazione che ci garantisca la salvezza. Abbiamo bisogno di entrare attraverso la porta. E la porta è Cristo. “Venite a me”. Questa è stata, e continua a essere, la mia risposta.