domenica 21 giugno 2026

CANTA, CHE TI PASSA

Cari tutti, in vista delle prossime meritate vacanze estive, volevo allietare le vostre menti rievocando un aspetto della nostra passata vita “teocratica”: i cantici.

Perdonate il tono ironico. Consideratelo un pensiero prefestivo.
 
C’è stato un tempo in cui, da bambini, bastava aprire il libretto dei cantici per sentirsi già dentro un mondo serio, ordinato… e, senza volerlo, anche sorprendentemente cinematografico.
 
Oggi fa sorridere ricordare come molte melodie dei cantici usati nelle adunanze, soprattutto quelli delle vecchie raccolte anni ’70–’80 del libricino color nocciola, avessero una qualità quasi “da colonna sonora d’epoca”.
 
Non nel senso tecnico, ma emotivo: bastava una sequenza di note per spostarti altrove.
 
Chi è cresciuto tra anni ’70, ’80 e primi ’90 lo ricorda bene: alcuni cantici avevano qualcosa di simile a una sigla anime o a uno sceneggiato televisivo.
 
Dolci, lenti, lineari. E inevitabilmente evocativi.
 
Il problema è che, da bambini, la mente non restava esattamente “spirituale”.
 
Bastavano quattro accordi e improvvisamente non eri più in Sala del Regno, ma tra prati alpini, orfanotrofi romantici e tramonti arancioni da sigla TV.
 
Heidi, Remì, Anna dai capelli rossi: la concorrenza emotiva era altissima.
 
E diciamolo: era difficile rimanere concentrati mentre il cervello stava già montando una serie animata.
 

“Insieme a noi lodate Iah!”

Un esempio tipico.

 
Melodia semplice, andamento cantilenato, atmosfera solenne… ma con una sorprendente aria da sigla pomeridiana RAI.
 
Ancora oggi, riascoltandolo, qualcuno potrebbe pensare:
“Questo l’ho già sentito…”
 
E la risposta è: probabilmente sì. Tra una puntata di cartoni e una merenda.
 

“Rimanete nel mio amore”

Qui l’effetto era ancora più evidente.
 
Dolce, fluido, contemplativo.
 
Perfetto per meditare… e perfetto anche per attivare in sottofondo la modalità “anime malinconico con vento tra gli alberi”.
 
Di quelli in cui qualcuno guarda il mare senza dire niente per tre minuti.
 


Il caso “Germania, calcio e cantico 64”

Poi c’era il cantico 64, “La gloriosa speranza di Sion”.
 
Qui la memoria si fa interessante: la Società stessa aveva riconosciuto la somiglianza con il Deutschlandlied, l’inno tedesco.
 
Per un adolescente il risultato era inevitabile.
 
Stadio mentale pieno, squadre in campo, Rummenigge e Littbarski pronti, e sotto una colonna sonora improvvisamente imperiale.
 
Nel frattempo, da qualche parte nella realtà, si cantava con grande convinzione qualcosa che suonava epico… ma nella testa era già finale mondiale.
 

Altri cantici e derive mentali

Altri brani aprivano scenari ancora più creativi:
 
  • Geova è il mio Pastore → praterie infinite, dissolvenze stile La casa nella prateria
  • Cantico della creazione → documentario naturalistico con voce di Piero Angela interiore che ci spiegava l'acido desossiribonucleico
  • Lodate Geova con canti → sigla di apertura di anime storico
  • Serviamo Geova con gioia → marcia allegra con coreografie immaginarie
  • Confidiamo in Geova → tempesta emotiva e vento cinematografico
  • Cantiamo a Geova → closing credits con fade out lento

Classifica non ufficiale dei cantici “pericolosi per la fantasia infantile”

  1. Insieme a noi lodate Iah! — sigla RAI del pomeriggio, verdi pascoli e caprette
  2. Rimanete nel mio amore — anime malinconico con vento fisso
  3. Geova è il mio Pastore — western emotivo, carovana di pionieri in marcia verso la Monument Valley
  4. Cantico della creazione — documentario naturale interiore
  5. Lodate Geova con canti — opening storico in stile epico
  6. Serviamo Geova con gioia — coreografia invisibile collettiva
  7. Confidiamo in Geova — colonna sonora da tempesta
  8. Cantiamo a Geova — finale anime con dissolvenza
  9. Rendete grazie a Geova — inno solenne da cerimonia
  10. Seguiremo Cristo — credits finali e luce che sfuma

La verità è che tutto questo non toglieva nulla al significato dei cantici.
 
Ma in parallelo esisteva un’altra esperienza, silenziosa e potentissima: quella dei bambini che ascoltano, immaginano e trasformano tutto in cinema mentale.
 
Forse è questo il ricordo più tenero, non la precisione delle note ma la capacità di una melodia semplice di diventare un intero mondo.
 
Oggi, riascoltando quei cantici, può ancora scappare un sorriso non per irriverenza, ma per memoria.
 
Perché tra uno “Iah” cantato con convinzione e un valzer da sigla giapponese, immagino che molti di noi siano cresciuti con la stessa cosa: orecchie serie e immaginazione completamente fuori controllo.
Vi saluto caramente

Beth Sarim

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