sabato 5 settembre 2026

10 domande a Rocco Politi

1. Per oltre quarant’anni hai ricoperto incarichi di grande responsabilità all’interno dei Testimoni di Geova. Guardando oggi a quel percorso, come vivevi il ruolo di anziano? In che misura sentivi di esercitare un’autentica responsabilità pastorale e quanto, invece, avvertivi il peso dell’autorità e della necessità di far rispettare le direttive dell’organizzazione?

Quando guardo indietro e ripenso alla mia vita, faccio quasi fatica a credere che tutto sia iniziato quando avevo dieci anni. Fu allora che conobbi i Testimoni di Geova. Mia moglie, che avrebbe poi condiviso con me gran parte di questa storia, li frequentava addirittura da quando aveva cinque anni. Seguendo le nostre famiglie, entrammo progressivamente in quel mondo e ne diventammo parte. E posso dire, senza esagerare, che quella organizzazione ha occupato e condizionato quasi tutta la mia vita.
Ho trascorso circa quarant'anni al suo interno, facendo gradualmente tutti i passi previsti dal Progresso Spirituale. Prima come semplice "interessato", poi iscritto alla Scuola di Ministero Teocratico, proclamatore, il battesimo, servitore di ministero e a circa ventitré anni, fui nominato anziano di congregazione. Per quanto ne so, ero il più giovane anziano dell'intera regione Emilia-Romagna. A quell'età ero già considerato un anziano un pastore.
Ma oggi, guardando indietro, mi pongo una domanda: che cosa significa diventare "anziano" quando hai appena ventitré anni se la tua intera vita è stata modellata all'interno di una organizzazione?
Da quel momento la mia vita diventò una successione ininterrotta di privilegi, incarichi e responsabilità. Conduttore della Scuola di Ministero Teocratico, dello studio della Torre di Guardia, segretario, contabile, sorvegliante che presiede. Ero responsabile del Comitato di Assistenza Sanitaria e membro di Comitati Giudiziari locali e speciali in altre città. In pratica, partecipavo a quelli che, all'interno delle congregazioni, allora erano veri e propri tribunali. Ero contabile nelle assemblee di circoscrizione e di distretto, e anche addetto stampa e oratore qualificato non solo ai congressi ma anche per celebrare matrimoni, funerali, e Commemorazione e mi occupato anche della regia di drammi biblici. Ebbi incarichi nei rapporti con le amministrazioni comunali per gli oneri di urbanizzazione e per la richiesta di costruzione delle Sale del Regno. E questi sono soltanto alcuni degli incarichi che ho ricoperto.
Oggi, una delle cose più dolorose è stata proprio questa: imparare a vivere dopo essere uscito da quel sistema che mi aveva formato. Non è stato facile e la guarigione è dolorosissima. Perché io non sono stato soltanto una vittima di quella mentalità, ma sono stato anche parte di quel meccanismo. Sono stato plagiato e manipolato mentalmente, ma da plagiato sono diventato, a mia volta, un plagiatore, da persona manipolata sono diventato, senza rendermene conto fino in fondo, un manipolatore di altre menti.
Questa è probabilmente una delle confessioni più difficili che posso fare. Perché non posso raccontare la mia storia fingendo di essere stato sempre dalla parte giusta. Io credevo sinceramente in ciò che facevo. Pensavo predicando di salvare le persone, di servire Dio e  proteggere la congregazione. Ma oggi so che molte delle cose che insegnavo e applicavo facevano parte di un sistema che condizionava profondamente la libertà delle persone che iniziavano lo studio e anche dei fratelli.
Come anziano, però, c'era anche una parte di me che cercava sinceramente di essere vicina a tutti; ero particolarmente attento alle necessità delle famiglie e dei singoli. Cercavo di ascoltare, ma era sempre come vivere continuamente su un confine. Da una parte c'era la persona che avevo davanti. Dall'altra c'erano le direttive dell'organizzazione. E la mia vita da anziano era segnata da una costante attenzione a non oltrepassare quel limite. Non mi ponevo semplicemente la domanda: "Qual è la cosa giusta da fare per questa persona?" Molto spesso, la domanda che condizionava la mia vita era anche un'altra: "Sto facendo tutto quello che mi viene richiesto di fare dalle regole dell'organizzazione? Sto rispettando le direttive? Rischio di perdere la mia nomina?"
Solo oggi riconosco pienamente quanto fosse pericoloso vivere in questo modo. Una vita continuamente attenta a non sbagliare secondo l'organizzazione, era diventata senza che me ne rendessi conto, una vita nella quale rischiavo di non fare ciò che era veramente giusto per il fratello o la sorella. Nei comitati giudiziari venivo richiesto molto spesso proprio perché non mi schieravo automaticamente con gli altri componenti del comitato. Non partivo dal presupposto che la persona davanti a me dovesse essere punita a priori, ma cercavo di capire se c'era pentimento, cercavo di vedere la persona, non soltanto la sua colpa. E proprio questo atteggiamento, molte volte, mi portò a scontrarmi con anziani molto più rigidi di me, anziani che ritenevano prioritario applicare le direttive così come erano state impartite dal libro degli anziani che in quegli anni ricevevo in fascicoli. Io non voglio dipingermi oggi come un eroe che si ribellava alla direttiva che avevo davanti. Ma vivevo anche con un controllo costante su me stesso, con il peso delle direttive, con la paura di sbagliare, con l'attenzione a non superare mai i confini che l'organizzazione aveva stabilito. E forse la cosa più triste è che per tanti anni non mi rendevo conto che quei confini non stavano soltanto delimitando il mio ruolo di anziano: stavano delimitando la mia libertà di essere un uomo libero.
Oggi non rinnego il ragazzo di ventitré anni che diventò il più giovane anziano della sua regione. Non lo considero stupido, non lo disprezzo, perché era sincero, credeva in Dio e voleva fare del bene. Ma oggi provo anche una profonda compassione per lui. Perché aveva una vita intera davanti e non si è reso conto che, mentre gli stavano dando sempre più privilegi, incarichi e responsabilità, gli stavano anche insegnando, lentamente e profondamente, a consegnare la propria coscienza all'organizzazione. E la mia vera rinascita è cominciata proprio quando ho dovuto riprendermela.

2. Uno degli episodi più noti della tua vicenda riguarda la decisione di autorizzare una trasfusione per salvare una vita. Quanto ha inciso quell’episodio nel tuo percorso personale? È stato il momento decisivo della tua uscita oppure ha rappresentato la conferma di dubbi che si erano già accumulati nel tempo?

Per molti anni sono stato responsabile del Comitato di Assistenza Sanitaria di Modena e provincia. Ho assistito tanti fratelli e sorelle e conservo ancora decine di lettere di ringraziamento per quello che facevo. Non ne vado orgoglioso: oggi, ripensandoci, ricordo soprattutto le persone che, spesso singhiozzando, mi chiedevano conforto e anche il mio parere. E io rispondevo: «Tu sai quello che devi fare». Per i Testimoni di Geova quella frase significava una cosa molto precisa: rifiutare la trasfusione. Oggi quella frase mi pesa. Perché mi chiedo quante volte, dicendola, abbia incoraggiato qualcuno a scegliere una strada che poteva significare lasciarsi morire.
Poi la vita mi mise dall'altra parte della barricata. Non c'era più un fratello ricoverato davanti a me. C'era un membro della mia famiglia. C'era una bambina di pochi mesi, la mia nipotina, affetta da un terribile sarcoma. Mia figlia, alla quale era stata affidata la bambina, mi chiese di starle vicino in quel momento terribile. I medici dissero che si poteva tentare di salvarla con un intervento, ma che sarebbe stata necessaria una trasfusione di sangue. Mia figlia decise immediatamente di farla e io la sostenni completamente.
E sapete qual è la cosa che ancora oggi mi colpisce di più? Non ricordo di aver dovuto combattere dentro di me per prendere quella decisione. Fu quasi istantanea. La mia mente, per un momento, sembrò cancellare tutto ciò che avevo imparato sulle direttive dell'organizzazione e su quanto avevo predicato e insegnato per anni sulle trasfusioni. Mi ripetevo una  semplicissima domanda: «Perché non provare a salvarla? Come potrei convivere con il peso di non aver fatto tutto il possibile?» Ero convinto che Dio volesse che la mia nipotina vivesse. La mia paura, però, non era quella di dispiacere a Dio, ma era un'altra: cosa sarebbe successo quando lo avessero saputo quelli che per quarant'anni avevo considerato la mia famiglia spirituale?
Quella paura fu enorme: era il panico di chi improvvisamente comprende che una decisione umana, una decisione dettata dall'amore per una bambina, può metterlo contro tutto il mondo nel quale ha creduto e vissuto. E dentro di me continuava a comparire un'immagine. Come se mi guardassi allo specchio e vedessi il mio stesso dito puntato, con quelle parole che avevo pronunciato tante volte ad altri fratelli: «Tu sai quello che devi fare». Quella frase non l'ho più dimenticata né la dimenticherò mai. Perché questa volta ero io a dover guardare negli occhi la conseguenza di quelle parole.
Quell'episodio non nacque dal nulla. Arrivò dopo anni nei quali la realtà dell'organizzazione si era fatta per me sempre più soffocante e dopo un lungo conflitto interiore. Ma fu il momento della verità. In quel momento qualcosa dentro di me si squarciò. Mi resi conto che avevo già iniziato a distinguere tra la coscienza davanti a Dio e l'obbedienza alle direttive di un'organizzazione. E quando le due cose entrarono definitivamente in conflitto, scelsi di stare dalla parte della vita. Non mi considero un eroe per questo. Sono un padre e un nonno che si è trovato davanti a una bambina che poteva morire, e ho fatto quello che, in quel momento, la mia coscienza mi diceva di fare.
Ma proprio per questo quell'episodio fu devastante per me: perché mi costrinse a chiedermi quante volte, prima di allora, avessi lasciato che una direttiva prevalesse sulla mia coscienza. E pensai anche a tutte le persone che avevo incontrato negli anni, a tutti quelli che avevano pianto davanti a me e ai quali avevo detto: «Tu sai quello che devi fare». Questa è forse la parte che ancora oggi mi fa più male. La trasfusione non fu la ragione della mia uscita, ma fu il mio punto di non ritorno. Fu la conferma definitiva di qualcosa che dentro di me era già maturato: non potevo più appartenere a un sistema nel quale una norma poteva arrivare a pesare più della vita e della compassione.
E forse fu proprio allora che nacque, ancora prima di saperlo, una delle ragioni per cui oggi mi occupo di chi esce dall'organizzazione. Perché noi, in quel momento, non avevamo nessuno a cui rivolgerci che potesse comprendere davvero quello che stavamo vivendo. Oggi penso a chi si trova davanti allo stesso dramma: almeno sa che può trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo e a comprenderlo. Questo, per me, dà un senso anche a quella parte dolorosissima della mia storia.

3. L’ostracismo rappresenta una delle esperienze più dolorose per molti ex Testimoni di Geova. Nei momenti più difficili hai mai pensato che sarebbe stato più semplice rimanere nell’organizzazione, magari continuando a interpretare un ruolo che ormai non sentivi più tuo? Cosa ti ha impedito di farlo?

Sì. Sarebbe ipocrita negarlo. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesto: «Chi me lo fa fare?» Quando sperimenti l’ostracismo e perdi improvvisamente affetti, parenti, amici e quella che per quarant’anni è stata la tua intera rete sociale, il dolore può diventare così forte da farti desiderare di tornare indietro, semplicemente per farlo cessare. E sapevo che sarebbe bastato poco. Un «mi pento». E avrei potuto riavere gli abbracci, le persone, le relazioni, quella che per tutta la vita avevo considerato la mia famiglia spirituale.
Il prezzo della libertà, in quei momenti, mi è sembrato davvero enorme. Ti ritrovi improvvisamente senza quei punti di riferimento che per tutta la vita ti hanno detto chi sei, cosa devi fare e persino chi puoi considerare un fratello. Per questo non voglio raccontare la libertà come qualcosa di romantico. La mia libertà è arrivata insieme a molto dolore e sofferenza. Ma proprio nei momenti in cui avrei voluto riavere tutto, dentro di me c’era una consapevolezza che mi impediva di tornare indietro. Pensavo: «Se torno, riavrò gli abbracci. Ma riavrò anche me stesso?»
Perché ormai avevo visto cose che non riuscivo più a non vedere. Avevo iniziato a riconoscere meccanismi, contraddizioni e dinamiche che prima accettavo senza metterle in discussione. Tornare indietro avrebbe significato far finta di non sapere. E forse questo era il punto più difficile. Non avrei più potuto tornare a essere l'uomo di prima con la stessa convinzione. Avrei dovuto sapere e, contemporaneamente, comportarmi come se non lo sapessi.
Anche la mia coscienza era cambiata. Per quarant'anni avevo cercato di essere un uomo fedele a Dio rispettando ciò che mi veniva impartito. Poi mi sono trovato davanti a situazioni nelle quali la mia coscienza non coincideva più con le direttive che avrei dovuto seguire. La vicenda della trasfusione fu una di queste. E anche l'unità di mia moglie e di mia figlia – rimanemmo una famiglia unita – mi costrinse a interrogarmi profondamente sul significato dell'amore e della libertà.
A quel punto, tornare indietro avrebbe significato qualcosa di più che rientrare in un'organizzazione: avrebbe significato rinunciare nuovamente alla mia coscienza e alla mia unità familiare per poter riavere la mia vecchia vita. Ed è stato questo che ho scelto di non fare. Non perché fossi diventato improvvisamente forte o non soffrissi più. Soffrivo, ma avevo capito che quella che avevo chiamato libertà per quarant'anni non era realmente libertà se la mia vita, le mie decisioni e perfino i miei rapporti con le persone erano condizionati dall'obbedienza a una organizzazione.
Oggi la mia libertà non ha un sapore trionfale: ha il sapore del coraggio e delle sofferenze. È costata il distacco di fratelli e sorelle che amavo. E questo è un dolore che non posso cancellare e che non voglio nemmeno fingere di aver superato completamente. Ma c'è una cosa che ho imparato: preferisco una verità che fa male a una prigione che mi offre conforto in cambio della mia coscienza. Perché tornare indietro avrebbe forse fatto cessare il dolore dell'ostracismo, ma sarebbe stato il dolore di qualcun altro a decidere nuovamente chi dovevo essere veramente. E io, dopo quarant'anni, avevo finalmente bisogno di imparare a vivere come Rocco. Non come la persona efficiente che una organizzazione si aspettava che fossi.

4. Dopo aver lasciato i Testimoni di Geova hai scelto di entrare nella Chiesa cattolica, una decisione che ha sorpreso molti ex appartenenti, i quali spesso si allontanano da ogni forma di religione organizzata. Quale percorso ti ha portato a questa scelta e come risponderesti a chi sostiene che si tratti semplicemente del passaggio da un sistema di credenze a un altro?

Capisco perfettamente chi potrebbe pensarlo. Dopo quarant'anni dentro un'organizzazione religiosa, uscire e poi entrare nella Chiesa Cattolica potrebbe sembrare, visto dall'esterno, semplicemente il passaggio da una “verità” a un'altra. Ma la mia storia, almeno per come l'ho vissuta io, è stata completamente diversa.
Quando uscii dai Testimoni di Geova non cercai un'altra religione. Al contrario. Per molti anni ho vissuto una sorta di deserto spirituale e psicologico. Ero profondamente ferito e, soprattutto, ero diventato diffidente verso qualsiasi forma di autorità religiosa. Avevo trascorso quarant'anni in un sistema nel quale avevo ricevuto risposte praticamente per ogni domanda della vita. Ora avevo bisogno di imparare qualcosa che non avevo mai imparato davvero: vivere con delle domande, imparare a tollerare il dubbio, il silenzio, l'incertezza. E soprattutto dovevo ricostruire di sana pianta me stesso.
Per questo non sono uscito dai Testimoni di Geova per andare immediatamente da qualche altra parte. Per un lungo periodo non sapevo nulla del mio futuro religioso; so però che non ho mai smesso di credere e di pregare. Ho sempre pensato che potevo fidarmi di Dio senza dover necessariamente affidare la mia coscienza a un'organizzazione.
Ed è stato proprio durante questo lungo percorso che è cambiato dentro di me anche il significato della parola “Verità”. Prima la verità era, per me, un insieme di dottrine da conoscere, predicare, difendere e insegnare. Era qualcosa che si poteva spiegare attraverso versetti, regole e interpretazioni precise contenuti in centinaia di libri e opuscoli dell'organizzazione che mi avevano condizionato. Poi ho cominciato a comprendere la Verità in un modo completamente diverso. Per me la Verità non è più soltanto un sistema di affermazioni corrette. È una Persona: è Cristo. E una persona non la possiedi. Con una persona hai una relazione. Non la puoi racchiudere completamente in un manuale: puoi conoscerla, incontrarla, seguirla, cercarla. Puoi anche attraversare momenti nei quali non comprendi tutto. Questa è stata una scoperta enorme per uno come me, abituato per quarant'anni a pensare che avere fede significasse soprattutto possedere risposte certe.
Nella mia esperienza nei Testimoni di Geova avevo imparato molto a fare, a rispettare, a dimostrare. Nella Chiesa cattolica ho incontrato invece un concetto che per me è diventato fondamentale: la grazia. L'idea che l'amore di Dio non sia qualcosa che si valuta sul piatto dell'efficienza, che devo conquistare attraverso le mie prestazioni, le mie ore, la mia fedeltà alle regole o la paura di sbagliare, ma che Dio mi ama anche nella mia fragilità. Questa scoperta ha avuto per me un significato profondo.
Ho scoperto anche un modo diverso di guardare alla coscienza. Dopo avere vissuto per decenni con il timore che il dubbio potesse mettere in discussione la mia appartenenza e che il dissenso potesse avere conseguenze dolorose, ho incontrato una tradizione nella quale ragione, ricerca e coscienza possono avere un posto.
E poi c'era un'altra cosa che per me è stata importante. Non cercavo più una comunità di persone perfette. Avevo già imparato, sulla mia pelle, quanto possa essere pericolosa l'idea di appartenere a una organizzazione che si considera depositaria esclusiva della verità e che tende a separare nettamente coloro che sono “dentro” da chi è “fuori”. Nella Chiesa cattolica ho incontrato una realtà fatta di uomini e donne, con le loro grandezze ma anche con le loro contraddizioni, le loro fragilità e i loro limiti. Non ho trovato una comunità perfetta, ma una comunità umana, e proprio questo mi ha aiutato.
Perciò, a chi mi dice: «Hai semplicemente sostituito una religione con un'altra», risponderei che non è stato così. Io non sono passato direttamente da una certezza a un'altra certezza. Sono passato attraverso un lungo periodo nel quale ho dovuto imparare nuovamente a cercare, a verificare, ad accertarmi. E ancora oggi considero questo un percorso, non un punto d'arrivo. La differenza più profonda, per me, è questa: prima avevo la sensazione di dover trovare un sistema che mi dicesse cosa credere; oggi sento di essere un uomo che cammina con Cristo. Non ho trovato una nuova prigione, ho finalmente iniziato a camminare. Ed è proprio questa la differenza tra sostituire semplicemente un sistema di direttive e prassi e ricominciare un autentico percorso di fede.

5. Più che cambiare religione, diresti di aver cambiato il tuo modo di concepire Dio? Quali differenze vedi oggi tra l’immagine di Dio che avevi come Testimone di Geova e quella che hai maturato nel tempo? E come distingui una fede autentica dal rischio di proiettare su Dio i propri bisogni o le propri aspettative?

Sì. Credo che più che cambiare religione, io abbia dovuto cambiare il modo stesso di concepire Dio. Per quarant'anni ho chiamato Dio “Geova”, ma oggi mi rendo conto che quella parola, dentro di me, aveva un significato molto diverso da quello che ha oggi.
Il Dio che avevo davanti era soprattutto il Sovrano Universale. Un Dio che doveva essere compiaciuto, al quale dovevo dimostrare continuamente la mia fedeltà. La paura di dispiacergli era diventata una presenza costante nella mia vita. Non era tanto il timore reverenziale verso Dio, ma era la sensazione di non fare mai abbastanza. Predicare, partecipare alle adunanze, assolvere gli incarichi, rispettare le direttive, essere d'esempio agli altri: tutto contribuiva a farmi sentire un buon servitore di Dio e al contrario, ogni mancanza poteva diventare motivo di inquietudine.
Anche nel mio ruolo di anziano questa trasformazione è avvenuta lentamente. All'inizio, quando dovevo prendere una decisione difficile, ero sinceramente convinto di chiedermi: «Qual è la volontà di Dio?» Poi, quasi senza accorgermene, la domanda diventò un'altra: «Cosa vuole l'organizzazione che io faccia in nome di Dio?» Ed è una differenza enorme. Perché a quel punto rischi di non guardare più soltanto la persona che hai davanti, con le sue fatiche e le sue debolezze, ma ti ritrovi ad applicare un regolamento, una direttiva scritta da altri, convinto di agire per conto del Creatore. Avevo confuso la voce dell'organizzazione con la voce di Dio.
Nel mio periodo di deserto spirituale, dopo l'uscita, anche il mio modo di pregare è cambiato profondamente. Non c'erano più le preghiere strutturate, i ringraziamenti formali o i linguaggi stereotipati a cui ero abituato. Spesso la mia preghiera era fatta di silenzio, a volte era un urlo muto o un'onesta espressione di smarrimento. Ho vissuto momenti di profonda rabbia. Mi chiedevo: «Se Dio esiste ed è amore, perché ha permesso che vivessi quarant'anni in questo modo? Perché ha permesso che i miei affetti e la mia vita venissero stravolti da questo sistema?» Permettermi di essere arrabbiato con Dio è stato, paradossalmente, l'inizio di una relazione più vera con Lui. Nella congregazione la rabbia sarebbe stata considerata un peccato o un segno di ribellione spirituale; nel deserto è stata la mia guarigione.
Quando ho conosciuto Cristo in modo diverso, è cambiato tutto concretamente. Oggi, quando dico “Dio mi ama”, non significa più ciò che significava quarant'anni fa. Allora voleva dire che Dio mi amava a condizione che fossi un anziano efficiente, che facessi abbastanza ore di predicazione e che rispettassi ogni singola norma. Era un amore basato sulle prestazioni e sul rendiconto dei rapporti di servizio. Oggi per me significa che Dio mi ama e basta, nella mia realtà di uomo ferito e imperfetto, senza chiedermi scadenze o registri mensili per decidere se salvarmi o distruggermi.
E riguardo all'ultima parte della domanda, che considero fondamentale: come faccio a sapere che il Dio in cui credo oggi non sia semplicemente ciò che io desidero che Egli sia? La verità è che non ho una certezza assoluta, matematica. E questa mancanza di certezze granitiche è la mia più grande tutela. Dopo essere stato condizionato e manipolato per quarant'anni, oggi ho imparato ad avere persino il sospetto delle mie certezze. Non cerco più una fede che mi dia risposte preconfezionate per eliminare il dubbio, ma una fede che lascia spazio alla domanda, alla coscienza e alla ricerca, piuttosto che una certezza che mi impedisca di pensare. Se quello che oggi chiamo Dio fosse soltanto una mia proiezione, dovrei accettare anche questa possibilità. Ma preferisco correre questo rischio cercando di amare, di essere libero e di essere autentico, piuttosto che tornare alla certezza di un Dio che io percepivo soprattutto attraverso la paura e le regole. Questo è proprio ciò che significa, per me, avere finalmente una fede che sento mia: non una fede che possiedo, ma una fede nella quale cammino.

6. Attraverso Quo Vadis APS e le altre tue iniziative continui ad ascoltare e sostenere persone che stanno uscendo dai Testimoni di Geova. Come vivi questo impegno? Hai mai avvertito il rischio che restare così vicino alle sofferenze dei fuoriusciti possa rendere più difficile chiudere definitivamente i conti con il tuo passato?

È una domanda legittima e, a dire la verità, è una domanda che mi pongo anch'io. Ci sono sere in cui spengo il computer e mi sento profondamente stanco. E allora mi domando se continuare a vivere così vicino alle storie di chi soffre non significhi, in qualche modo, continuare a vivere troppo vicino anche al mio passato. Il rischio c'è, ed è un rischio reale. Se dicessi che ascoltare tutte queste persone è facile, mentirei.
Ogni volta che accolgo la testimonianza di una famiglia divisa, di genitori che non parlano più ai figli o di persone che si ritrovano improvvisamente sole, sperimento una fatica emotiva notevole. Quelle storie riaprono inevitabilmente le mie ferite e mi ricordano il mio stesso percorso. Ci sono momenti di stanchezza in cui vorrei semplicemente allontanarmi da tutto questo, chiudere quel capitolo e godermi la mia libertà nel privato, senza dover continuamente fare i conti con le dinamiche dell'organizzazione.
Tuttavia, porto avanti l'impegno con l'associazione Quo Vadis aps perché ho compreso che questo è l'unico modo per dare un senso a quei quarant'anni. Se scegliessi l'indifferenza, quel tempo rimarrebbe soltanto una ferita sterile, un pezzo di vita perduto. Mettere la mia esperienza a disposizione di chi sta affrontando lo stesso trauma significa trasformare quella sofferenza in uno strumento utile per gli altri.
C'è una differenza sostanziale tra l'essere prigionieri del passato e l'esserne testimoni. Il prigioniero è colui che rimane bloccato dentro le mura della propria esperienza, senza riuscire a guardare oltre. Il testimone, invece, è colui che è uscito da quella realtà, si volta indietro e cerca di gettare una corda a chi è ancora all'interno o a chi sta faticosamente tentando di uscire. Per me l'attività di supporto non è un legame morboso con il passato, ma un dovere morale. Come anziano, in passato, ho applicato regole che hanno causato sofferenza; oggi, aiutare chi esce a ritrovare la propria dignità e la propria strada è anche un modo per riparare, per esprimere la mia solidarietà a chi soffre e per dimostrare che fuori da quel sistema è possibile ricostruire una vita piena e felice. Non vivo questa attività come una prigionia, ma come la conferma della mia libertà: solo chi è veramente guarito può aiutare qualcun altro nel processo di guarigione.

7. Come hai affrontato emotivamente situazioni di questo tipo e che effetto hanno avuto su di te nel corso degli anni? Incontrare persone che hai amato e che improvvisamente si comportano come se tu non esistessi.

Incontrare per strada, in un ufficio o in un luogo pubblico persone con cui ho condiviso quarant'anni di vita, affetti e confidenze, e accorgersi che abbassano lo sguardo, cambiano marciapiede o ti passano accanto come se fossi invisibile, come se fossi un fantasma, è un'esperienza dolorosa che toglie il respiro. È la realtà morte sociale.
L'effetto emotivo di queste situazioni è cambiato profondamente nel corso degli anni, attraversando fasi diverse. All'inizio l'impatto è stato caratterizzato da un senso di incredulità e di umiliazione. Poi mi domandavo come sia possibile che sentimenti e che legami così lunghi possano essere azzerati da una direttiva organizzativa. Mi sentivo rifiutato e sperimentai una sofferenza quasi fisica, che mise in discussione il mio valore come persona. Successivamente subentrò la rabbia: verso di loro per la freddezza dimostrata, e verso me stesso per essermi esposto a quel dolore.
Eppure tutto questo, improvvisamente, sembra non contare più niente. Ricordo in modo particolare il funerale di mia madre. Dopo dodici anni di non appartenenza all'organizzazione, io e la mia famiglia partecipammo al suo funerale. Eravamo lì per lei, eravamo una famiglia che aveva perso una madre e una nonna. Ma la nostra presenza fu chiaramente sgradita. Eravamo seduti davanti alla bara, vicini, uniti nel dolore, eppure per le centinaia di persone presenti sembravamo invisibili. Alla fine del discorso venne fatto persino un annuncio proprio da un famigliare, affinché le condoglianze venissero espresse in forma privata per non coinvolgerci. Ricordo la sensazione di sgomento. Non riuscivo a comprendere come, davanti alla morte di una madre, potesse esserci ancora qualcosa di più importante del semplice gesto umano di avvicinarsi a un figlio e dirgli: «Mi dispiace.» Quello fu uno dei momenti più dolorosi della mia vita.
All'inizio, ogni episodio di questo genere mi provocava una sofferenza quasi fisica. Mi sentivo rifiutato, mi sentivo umiliato. La mia mente faceva fatica ad accettare che rapporti costruiti in quarant'anni possano essere improvvisamente sospesi da una decisione che non dipende più da ciò che ero, da ciò che avevo fatto per quei fratelli o dall'affetto che avevamo condiviso. Poi è arrivata anche la rabbia, mi arrabbiavo con me stesso, perché ogni incontro mi faceva rivivere il rifiuto.
Ma con il passare degli anni qualcosa è cambiato. Oggi, quando incontro una persona che mi evita, non provo più rabbia, non mi sento più umiliato, provo soprattutto tristezza e, per certi aspetti, anche compassione, perché io conosco quel mondo. Non posso fingere di non sapere quanto possa essere forte la paura di fare qualcosa che si ritiene sbagliato davanti a Dio. Non posso dimenticare che anch'io, per quarant'anni, ho accettato e applicato quelle direttive. Per questo oggi cerco di non giudicare.
Ogni volta che qualcuno mi evita, mi fa valorizzare maggiormente quanto sia prezioso poter incontrare una persona e salutarla liberamente. Poter amare senza chiedere il permesso, poter abbracciare qualcuno senza domandarsi se un regolamento lo consenta. E forse è proprio questa una delle cose più preziose che ho imparato dopo essere uscito. La libertà non è soltanto poter scegliere che cosa credere: è anche poter continuare ad amare un essere umano quando non condivide più le tue convinzioni. Io oggi posso ancora amare le persone che mi evitano e, nonostante tutto, credo che questa sia una delle libertà più grandi che ho conquistato.

8. All’interno dell’organizzazione eri considerato una guida spirituale; dopo la tua uscita sei stato etichettato come “apostata”. Come si ricostruisce la propria identità e la propria dignità quando si passa, agli occhi di chi ti conosceva, dall’essere un esempio all’essere una persona da evitare?

È forse la parte più difficile della mia storia da raccontare. Perché qui non si tratta semplicemente di aver perso una nomina o una posizione. Si tratta di raccontare il momento in cui ho dovuto guardare dentro un vuoto assoluto.
Per quarant'anni, in un certo senso, io ero stato “l'anziano Rocco Politi”. Avevo responsabilità. Molti fratelli si rivolgevano a me per confidarmi i loro problemi. Le mie parole, i miei consigli e le mie decisioni potevano avere un peso nella loro vita. Ero considerato, almeno agli occhi di molti, un punto di riferimento. Poi, improvvisamente, tutto è scomparso. Quando vieni disassociato o ti dissoci, vieni successivamente etichettato come “apostata”, e il mondo nel quale hai costruito tutta la tua identità può sparire in un attimo. Passi dall'essere un fratello considerato esemplare, qualcuno da ascoltare e forse anche da imitare, all'essere una persona da evitare. E questo non avviene soltanto perché qualcuno cambia opinione su di te, ma perché un intero sistema decreta la tua cancellazione sociale.
In quel periodo ho vissuto una profonda crisi di identità. Mi capitava di guardarmi allo specchio e chiedermi: «Se non sono più un anziano, se non sono più un Testimoni di Geova, allora chi sono?» Privato dei ruoli, dei compiti e del riconoscimento che avevano riempito i miei giorni per decenni, mi percepivo come un guscio vuoto. Ho provato un sentimento irrazionale ma potente, dovuto al peso del giudizio collettivo di una comunità in cui ero cresciuto. Sapevo di non aver fatto nulla di male, eppure sentivo addosso il peso del giudizio di migliaia di persone che, per tanti anni, mi avevano conosciuto e stimato.
E la cosa più inquietante è che, per un certo periodo, ho sentito dentro di me tutta la potenza dell'indottrinamento. Una parte della mia mente sembrava sussurrarmi: “E se avessero ragione loro? E se fossi davvero diventato quella persona terribile che descrivono quando parlano degli apostati?” Razionalmente sapevo che non era così. Ma quarant'anni di condizionamento non scompaiono da un giorno all'altro.
Per un certo periodo ho provato un desiderio quasi disperato di difendermi. Volevo spiegare, volevo raccontare, volevo dimostrare alle persone che mi conoscevano che non ero improvvisamente diventato il malvagio che potevano immaginare. Poi, lentamente, ho capito che stavo cercando di giocare a un gioco nel quale le regole erano già state decise. Perché quando un sistema stabilisce che chi non si sottomette è automaticamente dalla parte sbagliata, non importa più ciò che dici. Puoi spiegare, puoi raccontare, puoi piangere, puoi mostrare tutta la tua storia. Ma, per chi ha già ricevuto una definizione di te, rischi di rimanere per sempre soltanto quella definizione, quel marchio. Ed è stato allora che ho smesso di cercare disperatamente di dimostrare qualcosa.
La svolta è arrivata quando ho toccato il fondo di quel dolore. Ed è lì che, paradossalmente, ho fatto una delle scoperte più importanti della mia vita. Ho capito che la mia dignità non dipendeva dalla nomina che mi era stata data prima. Ma non dipendeva nemmeno dall'etichetta che mi era stata appiccicata dopo. Ho capito che entrambe quelle definizioni, in fondo, non erano realmente Rocco. Prima ero “l'anziano”, poi ero “l'apostata”. Ma chi ero io, senza quelle due parole? Quella è stata la vera mia domanda, e trovare una risposta ha richiesto anni.
Oggi penso che la dignità che avevo ricevuto attraverso una nomina fosse, in parte, una dignità concessa, una specie di giacca che un'organizzazione può metterti addosso e, un giorno, te la toglie a piacimento. La vera dignità l'ho scoperta quando quella giacca non c'era più. Quando sono rimasto senza ruoli, senza incarichi, senza approvazione, senza il bisogno di apparire qualcosa agli occhi degli altri. È stato allora che ho dovuto imparare, lentamente, a guardarmi per quello che ero veramente: un uomo con molti errori, con ferite profonde, con responsabilità che oggi riconosco e sulle quali continuo a interrogarmi, ma anche con una coscienza che, a un certo punto, non potevo più tradire.
E forse la cosa che mi ha aiutato a ricostruirmi è stata proprio questa: capire che il mio valore non poteva dipendere dall'essere considerato un esempio, ma non poteva nemmeno essere cancellato dal fatto di essere considerato una persona da evitare. Per quarant'anni qualcun altro mi aveva detto chi dovevo essere. Prima mi era stato insegnato come diventare un buon Testimone di Geova. Poi, quando non ero più disposto a rientrare dentro quel modello, mi era stata attribuita un'altra identità. Ma nessuna delle due poteva sostituire completamente la mia persona. Rispondere alla domanda: “Chi sono, quando nessuno mi dice più chi devo essere?” ha richiesto molto tempo, ed è ancora una domanda alla quale continuo a rispondere. Non sono un eroe, non sono un uomo che è uscito da quella esperienza senza conseguenze. Sono semplicemente una persona che ha dovuto imparare a camminare di nuovo dopo aver trascorso gran parte della propria vita seguendo una strada indicata da altri. Oggi sono semplicemente Rocco: un uomo imperfetto, un uomo che ha commesso errori, un uomo che è stato ferito e che, in alcuni momenti della sua vita, ha anche contribuito, senza rendersene pienamente conto, a far funzionare un sistema che oggi considera profondamente dannoso; sono finalmente un uomo reale. E questa è la dignità più grande che ho conquistato: non dover più essere quello che qualcuno vuole che io sia. E questa dignità, oggi, non può più darmela né togliermela nessun incarico, nessun privilegio, nessuna organizzazione e nessun comitato giudiziario.

9. Chi lascia un’organizzazione fortemente strutturata può correre il rischio di sostituire un sistema di certezze con un altro, oppure di sviluppare posizioni altrettanto rigide in senso opposto. Come cerchi, ancora oggi, di mantenere uno spirito critico e di evitare questo rischio nel tuo percorso personale?

Questa, per me, è ancora oggi una sfida quotidiana. È una battaglia invisibile che continuo a combattere, anche a distanza di anni. Perché quando esci da un'organizzazione totalizzante dopo quarant'anni, il rischio più grande non è necessariamente diventare ateo o cambiare religione. Il rischio più grande è portarti fuori la stessa testa che avevi dentro. Il condizionamento può essere così profondo che, quando improvvisamente ti ritrovi senza le direttive che ti hanno guidato tutta la vita, la mente cerca istintivamente qualcosa che le restituisca sicurezza, cerca un altro sistema, un'altra certezza, qualcuno che ti dica cosa pensare, un'altra “verità” già pronta. Non perché necessariamente voglia essere nuovamente controllato, ma perché essere libero può fare paura. La libertà costringe a scegliere. E scegliere significa anche accettare la possibilità di sbagliare.
Io ho attraversato quel deserto: subito dopo la mia uscita ho vissuto un periodo nel quale non mi fidavo più nemmeno della mia ombra. Vedevo manipolazione ovunque, ho provato anche una rabbia così forte da rischiare di trasformare la mia esperienza in una nuova prigione mentale: quella del rancore. Era facile cadere nell'estremo opposto. Pensare che tutto ciò che riguardava il mio passato fosse soltanto malvagio, che tutto ciò che veniva dall'esterno fosse una minaccia e arrivare alla conclusione che tutte le religioni fossero Uguali e che, finalmente, io avessi capito tutto. Ma a un certo punto ho compreso una cosa che mi ha fermato: chi dice «Io ormai ho capito tutto» rischia di applicare lo stesso metodo mentale dal quale, forse, sta cercando di liberarsi.
Oggi cerco di difendermi da questo rischio prestando attenzione ai meccanismi rigidi. Se incontro una realtà, un'idea o una persona che si presenta dicendo: «Questa è la verità assoluta, devi fare così e non sono ammesse discussioni», dentro di me si attiva una forma di prudenza immediata. Ho sviluppato una sorta di sensibilità protettiva nei confronti dei toni dogmatici e delle risposte assolute. Prima di accogliere una convinzione, cerco di valutare il metodo con cui viene proposta: mi chiedo se lascia spazio alla riflessione personale, al dubbio e all'indipendenza di giudizio, o se richiede un allineamento acritico.
Ho dovuto imparare a considerare il "non sapere" non come una debolezza o una sconfitta, ma come una condizione legittima della vita. Dopo quarant'anni trascorsi a ricevere risposte, questa per me è diventata una delle forme più profonde della libertà: avere finalmente il diritto di continuare a cercare, non avere più bisogno di recintare ogni domanda dentro una dottrina. Significa poter continuare a cercare e poter cambiare idea, se mi accorgo di aver sbagliato.
Se dovessi riassumere il mio percorso personale in una frase, probabilmente direi questa: Per quarant'anni ho avuto paura di dubitare. Oggi ho imparato ad avere paura di chi non mi permette di dubitare.
Non considero lo spirito critico una qualità che possiedo naturalmente: è qualcosa che ho dovuto conquistare. Forse è una cicatrice, la cicatrice di un uomo che ha pagato un prezzo altissimo per riprendersi il diritto di pensare con la propria testa. E proprio perché so quanto è costato riprendermi quella libertà, oggi cerco di vigilare continuamente su me stesso, perché il rischio di trasformare una convinzione in una nuova prigione esiste sempre. Non voglio più vivere pensando di avere tutte le risposte, né sostituire un'autorità con un'altra, né voglio che il dolore che ho vissuto diventi il motivo per costruire nuovi muri. Voglio semplicemente conservare il diritto di cercare, di fare domande, di ascoltare chi non la pensa come me e, se necessario, di cambiare idea.

10. Se oggi potessi sederti di fronte al Rocco Politi di trent’anni fa — con la Bibbia sotto il braccio e la certezza di possedere “la Verità” — cosa gli diresti? Cercheresti di convincerlo subito oppure pensi che alcune convinzioni possano essere superate soltanto attraverso un percorso personale di ricerca e di esperienza?

Se potessi sedermi di fronte al Rocco Politi di trent'anni fa, la prima cosa che proverei non sarebbe rabbia e nemmeno vergogna. Proverei una profonda, immensa tenerezza. Vedrei un uomo sincero, con la Bibbia in mano, in giacca e cravatta, che correva da una parte all'altra del suo mondo sacrificando gran parte della propria vita, convinto di servire Dio e di fare del bene, in famiglia, alle persone predicando e nella congregazione con i confratelli. Oggi non disprezzo quell'uomo. Lo rispetto, perché so che la sua fede era sincera, anche se lo scrigno che la conteneva, senza che lui se ne rendesse conto, era diventato una prigione.
Cercherei di convincerlo subito che stava sbagliando? Gli griderei che era manipolato e che stava consegnando la propria vita a un sistema che un giorno gli avrebbe tolto tutto? No. Non lo farei, per due motivi.
Il primo è molto semplice: so benissimo che non mi ascolterebbe. Se arrivassi davanti a lui con le convinzioni che ho oggi, il Rocco di allora applicherebbe immediatamente gli stessi schemi mentali che gli erano stati inculcati da una organizzazione per tutta la vita. Vederebbe in me un pericolo, un traditore, un uomo da cui guardarsi e si chiuderebbe ancora di più dietro il muro delle sue certezze.
Il secondo motivo è più profondo. Se io potessi salvarlo da tutto il dolore che avrebbe dovuto attraversare, d'istinto vorrei farlo. Vorrei risparmiargli il crollo del suo mondo, l'ostracismo, le lacrime, la perdita di affetti che credeva indistruttibili. Vorrei risparmiargli tutto questo. Ma oggi so anche che, se potessi cancellare completamente quel percorso, forse gli toglierei anche la possibilità di diventare l'uomo libero che è oggi. Quel cammino terribile, doloroso e devastante è stato il mio travaglio, la mia seconda nascita.
Oggi, attraverso il lavoro che facciamo con Quo Vadis APS, incontro persone che, per molti aspetti, si trovano esattamente dove mi trovavo io trent'anni fa. E in questi anni ho imparato una lezione fondamentale: non si può liberare nessuno se non è lui, per primo, a desiderare di essere libero; non puoi sostituirti alla coscienza di un'altra persona, non puoi consegnarle una libertà che ancora non è pronta ad accogliere. Puoi raccontare la tua esperienza, puoi testimoniare, puoi ascoltare, puoi restare accanto a qualcuno quando comincia a farsi delle domande. Puoi esserci quando il muro delle sue certezze comincia a creparsi. Ma non puoi demolirlo al posto suo.
Per questo, non cercherei di distruggere il mondo del Rocco di trent'anni fa. Non gli porterei via i suoi libri o le sue pubblicazioni. Mi siederei semplicemente vicino a lui, gli metterei una mano sulla spalla e gli direi con tutta la dolcezza possibile:
«Rocco, non aver paura di farti una domanda. Una domanda sincera non può essere un tradimento nei confronti di Dio. Non aver paura della verità: se una cosa è veramente vera, non deve temere le tue domande. E ricordati che il Dio che cerchi ti ha fatto libero, ed è nella tua libertà che ti aspetta, non nella tua paura».
E poi mi alzerei e lo lascerebbe andare incontro alla sua vita. Sapendo che sarà difficilissimo, che farà un male tremendo, ma che alla fine di quel viaggio... ci sarò io ad abbracciarlo.

sabato 29 agosto 2026

Quando Dio parla: la vita nei suoi comandi

Nella Bibbia, l’interlineare ebraico usa il termine מִצְוָה (mitzvah), che significa “comando, precetto”. Indica ciò che Dio ordina, prescrizioni che mostrano la via della vita e proteggono l’uomo da ciò che lo distrugge. I comandi di Dio non sono semplici consigli: hanno autorità e valore vincolante. Nel Nuovo Testamento, l’interlineare greco usa il termine ἐντολή (entolē), che significa “comando, ordine, prescrizione”. È il termine che richiede obbedienza.

I comandi di Dio formano il cuore nell’ubbidienza, nella fedeltà e nell’adorazione esclusiva del vero Dio. Non tutti i comandamenti hanno lo stesso peso: alcuni riguardano la relazione con Dio, verità, giustizia, umiltà; altri sono secondari, legati a rituali o forme esterne, come norme sull’igiene, regole sulla salute o indicazioni sull’abbigliamento.

In questo studio vedremo che l’ubbidienza ad alcuni comandi di Dio può determinare la salvezza dell’uomo, e che alcuni di essi riguardano direttamente il nostro futuro.


I Comandi di Dio ad Adamo


All’inizio della storia umana, Dio affida ad Adamo comandi che definiscono il suo ruolo di amministratore nel creato: custodire il giardino, lavorarlo, tenere sottoposti gli animali e dare loro un nome. Sono responsabilità che stabiliscono ordine e armonia. 

È ragionevole pensare che Dio, che incontrava Adamo nella brezza del giorno, gli abbia spiegato con chiarezza ogni incarico, e tanto più il comando di vitale importanza: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché nel giorno che ne mangerai, morirai” (Genesi 2:17). L’interlineare ebraico rafforza la gravità del comando: מוֹת תָּמוּת (mot tamut), “morendo morirai”, una formula intensiva che indica certezza assoluta. Adamo trasmette a Eva quel comando che rappresenta il confine tra la vita e la morte.

“La donna fu ingannata” (1 Timoteo 2:14), Adamo no, ma la conseguenza fu la stessa. L’inganno perpetrato da Satana non esenta dalla punizione. Il termine ebraico per “ingannare” è נָשָׁא (nāshàʼ), “sviare, sedurre, far credere il falso”. La responsabilità morale rimane personale, perché la tentazione non impone: propone una scelta. Satana può alterare la percezione e distorcere la verità, ma non può annullare il libero arbitrio. L’uomo decide, e proprio questa decisione, libera, consapevole, non forzata, è ciò che rende la responsabilità reale davanti a Dio.


I Comandi di Dio ai suoi servitori: Noè, Abramo e Mosè


Noè riceve istruzioni precise da Dio: costruire l’arca, prepararsi al diluvio, condurre gli animali nell’arca e infine entrarvi. La Scrittura specifica le dimensioni dell’arca: “la lunghezza dell’arca sarà di trecento cubiti; la larghezza, di cinquanta cubiti, e l’altezza, di trenta cubiti” (Genesi 6:15). Se consideriamo il cubito di circa 45 centimetri, significa un natante lungo più di 130 metri, largo oltre 22 e alto circa 13 metri: una struttura enorme, che rende evidente la mole di lavoro, il tempo e la perseveranza necessari per costruirla. Dio parla in forma imperativa: “La farai di legno di cedro” (Gen 6:14), “La farai a tre piani” (Gen 6:16). Ogni frase è un comando.

“E Noè fece tutto ciò che Dio gli aveva comandato. Fece proprio così” (Genesi 6:22). Non interpretò, non modificò, non adattò. L’interlineare usa il verbo עָשָׂה (asah) “fare, compiere”, ripetuto due volte per indicare completezza. Una vita di lavoro e sacrificio sostenuta da otto anime, sua moglie, i tre figli e le loro mogli.

Abramo riceve il comando di lasciare la sua terra: “Vattene dal tuo paese, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre” (Genesi 12:1). L’imperativo “vattene” לֶךְ־לְךָ (lekh lekha), che significa “va’, parti”, vuol dire: muoviti davvero. Non è un invito: è un comando.

Ur dei Caldei, come confermano archeologia e storia, era una città avanzata: case solide, acqua, cibo, commercio, cultura e sicurezza. 

Ebrei 11:9: “Per fede dimorò nella terra promessa come in terra straniera, abitando in tende.” Dimorare in tende significava una vita esposta alle intemperie, con spostamenti continui per trovare pascoli, acqua e luoghi sicuri. Una vita che richiedeva vigilanza, adattamento e fatica quotidiana.

Abramo percorse probabilmente oltre 2.500 chilometri, un cammino immenso per un uomo che viaggiava con greggi, servi, tende e tutta la sua casa. Un comando che non offre dettagli, senza indicazioni di percorso né di destinazione: Abramo parte “senza sapere dove andava” (Ebrei 11:8). Dio gli mostra il cammino passo dopo passo. Poi gli ordina di circoncidere ogni maschio (Genesi 17:10–14), un atto che richiede obbedienza immediata.

Infine un comando incomprensibile: offrire Isacco. “Prendi tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, e offrilo” (Genesi 22:2). Isacco non è un bambino: secondo la cronologia biblica e la tradizione ebraica, ha circa venticinque anni. Coopera con suo padre, porta la legna (Genesi 22:6), si lascia legare. Abramo alza il coltello, ma Dio interviene: “Non stendere la tua mano contro il ragazzo.” L’interlineare di Genesi 22:12 è potente: כִּי עַתָּה יָרֵא אֱלֹהִים (ki ‘atta yare’ Elohim), “ora so che tu temi Dio”, dove “yare’” indica un timore reverente che si manifesta “nell’obbedienza”. 

Mosè fu cresciuto nella casa del faraone, educato come un principe e circondato da ricchezze, cultura e sicurezza, viveva in un ambiente di prestigio. La Scrittura lo descrive come “potente in parole e in opere” (Atti 7:22), segno della formazione elevata tipica della corte egiziana. Ma quando difende un ebreo e uccide un egiziano, deve fuggire per salvarsi la vita.

Si rifugia nel deserto di Madian, dove vive quarant’anni come pastore: una vita solitaria e dura, lontana da ogni comodità. In quel luogo Dio lo addestra: lo rende umile e mansueto.

Dio gli appare nel roveto ardente e gli dà un comando che richiede coraggio: tornare in Egitto. Mosè obbedisce. Affronta il faraone, guida il popolo, attraversa il deserto, sopporta mormorii, fatica e responsabilità immense, perché Dio glielo ha comandato.

Un giorno, però, in un momento di pressione, commette un errore grave. Dio gli aveva detto di parlare alla roccia affinché desse acqua (Numeri 20:8). Mosè invece colpisce la roccia due volte e dice al popolo: “Vi faremo uscire acqua da questa roccia?” (Numeri 20:10). Mosè attribuisce l’azione a sé e a suo fratello, come se fossero loro a compiere il miracolo. Così si appropria di un frammento della gloria che appartiene solo a Dio. Per questo Dio lo disciplina: “Poiché non avete creduto in me per santificarmi davanti agli occhi dei figli d’Israele, voi non entrerete nel paese” (Numeri 20:12). Mosè accetta la disciplina senza rancore.

  • Ubbidire ai comandi di Dio significa essere disposti a vivere una vita di sacrifici e di abnegazione, senza necessariamente comprendere ogni cosa e senza porre limiti a ciò che Dio richiede. Dio plasma il cuore dei suoi servitori nelle prove: l’uomo impara l’ubbidienza dalle cose che soffre, come ricorda la Scrittura riguardo a Cristo: “Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì” (Ebrei 5:8). 


Conseguenze della disubbidienza ai Comandi di Dio


Numerosi uomini persero la vita perché violarono ciò che Dio aveva stabilito, quali: la moglie di Lot; Nadab e Abiu; Cora, Datan e Abiram; Acan; Anania e Saffira.

Il profeta inviato da Dio a Betel ricevette un ordine chiaro e inequivocabile: “Non mangiare pane, né bere acqua, e non tornare per la strada per cui sei venuto” (1 Re 13:17). Sebbene un vecchio profeta lo abbia raggiunto e tratto in inganno (1 Re 13:11), il raggiro non ha cancellato la sua responsabilità personale. A causa della disubbidienza a quel comando diretto, l'uomo di Dio fu sbranato da un leone lungo la via (1 Re 13:24). Quando Dio parla in modo chiaro, nessun uomo e nessuna istituzione può annullare ciò che Egli ha stabilito, né evitare le conseguenze della disubbidienza.

Lo stesso principio emerge nella vicenda di Uzza. L’Arca del patto era stata caricata su un carro nuovo. Dio aveva stabilito un metodo preciso: “Metterai le stanghe negli anelli ai lati dell’Arca, per portarla” (Esodo 25:14). Le stanghe erano infilate negli anelli e i leviti la sollevavano senza toccare l’Arca stessa. Era un ordine chiaro: “Non toccheranno le cose sante, perché non muoiano” (Numeri 4:15). Uzza non era levita, e anche i leviti, in quel contesto, non potevano toccarla. Quando il carro vacillò, Uzza stese la mano per sostenere l’Arca. Sembrava un gesto buono, un gesto di protezione, ma violò un comando preciso. La buona intenzione non annullò la disubbidienza: “Allora l’ira di Dio divampò contro Uzza; il vero Dio lo abbatté per il suo gesto irriverente”(2 Samuele 6:7).


I Comandi di Dio alla Nazione d’Israele


Quando Dio forma la nazione d’Israele, le insegna un modo di vivere. La Legge è un insieme di comandi che regolano ogni aspetto della vita spirituale, sociale e familiare, culto, giustizia e misericordia. La tradizione ebraica riconosce nella Torah circa seicento comandamenti.

I comandi più importanti riguardano la relazione con Dio. “Non avrai altri dèi davanti a me” (Esodo 20:3) è il fondamento: Dio chiede fedeltà assoluta. Seguono comandi che custodiscono verità, giustizia e purezza: non pronunciare il nome di Dio invano, non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dare falsa testimonianza. La Legge parla ripetutamente di amore e compassione. Dio chiede di avere cura di chi è vulnerabile: “Amerai il forestiero” (Deuteronomio 10:19) e “Non opprimerai il povero e il bisognoso” (Deuteronomio 24:14). 


Cristo e i due Grandi Comandamenti


Al tempo di Gesù tutto converge sulla sua persona, sull’amore verso Dio e il prossimo. 

Tutto converge su Cristo. Cristo dichiara: “Io sono la via, colui che conduce a Dio; la verità, la luce e la piena comprensione di ciò che Dio rivela; e la vita, cioè lo strumento attraverso cui si ottiene la vita eterna; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.               “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. (Giovanni 14:15). Cristo è l’unico mediatore che permette di accedere al Padre (Giovanni 14:6) e il capo della congregazione (Efesini 5:23). 


Questa centralità e semplicità emerge chiaramente anche da due episodi significativi nel libro degli Atti. Il carceriere di Filippi chiese: “Signori, che devo fare per essere salvato?”, e la risposta fu: “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia” (Atti 16:30-31). Anche il centurione Cornelio, desideroso di conoscere la via della salvezza, ascoltò da Pietro che: “chiunque ripone fede in Lui riceve il perdono dei peccati” (Atti 10:33; 10:43). 

Non sorprende, quindi, che i discepoli venissero identificati dal nome di Colui nel quale riponevano fede: “Fu ad Antiòchia che per la prima volta i discepoli furono per volontà divina chiamati cristiani” (Atti 11:26). L’interlineare greco rivela che “cristiani” (χριστιανούς / christianous) è un termine formato direttamente dal nome “Cristo” (Χριστός) con il suffisso -ιανός, che indica “appartenenza, adesione, schieramento”. Significa letteralmente: “quelli del Cristo, i seguaci del Cristo”. Anche la grande folla di Apocalisse riconosce: “La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, e all’Agnello!” (Rivelazione 7:10).

Lo stesso principio era già stato prefigurato nel deserto, quando Dio disse a Mosè di innalzare il serpente di rame: chiunque lo guardava viveva (Numeri 21:8-9). Gesù applica direttamente quell’immagine a sé: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna” (Giovanni 3:14-15). Come allora la vita veniva dal guardare ciò che Dio aveva innalzato, così oggi la salvezza viene dal rivolgersi a Cristo con fede.

Amore per Dio. Alla domanda sul più grande comandamento, Gesù riassume tutto ciò che Dio ha detto nei secoli: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza” (Deuteronomio 6:5; Matteo 22:37). “Da questo comandamento dipende tutta la Legge e i Profeti” (Matteo 22:40). 

Amore verso il prossimo. Il secondo grande comandamento: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Matteo 22:39). Gesù lo riassume nella regola aurea: “Tutto ciò che volete che gli uomini facciano a voi, fatelo anche voi a loro” (Matteo 7:12). L’interlineare evidenzia ποιεῖτε (poieite), “fatelo”: un imperativo al presente che indica un’azione continua. L’amore verso il prossimo è iniziativa, bene attivo.

È il segno distintivo dei discepoli: “Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35). L’interlineare usa ἀγάπη (agape), “amore basato sul principio, che cerca il bene dell’altro e si dona in modo disinteressato”. Cristo ne ha dato l’esempio supremo: “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici (Giovanni 15:13). Da questi due comandamenti, amore per Dio e amore per il prossimo, dipendono tutta la Legge e i Profeti (Matteo 22:40). Sono la sintesi della volontà di Dio, il cuore del Vangelo, la misura della vera fede. 


Comandi Apocalittici


“L’angelo gridò a gran voce: “È caduta! Babilonia la Grande è caduta. Poi sentii un’altra voce dal cielo dire: “Uscite da lei, popolo mio, se non volete partecipare ai suoi peccati e se non volete subire anche voi le sue piaghe!” (Apocalisse 18).                                                     

È un ordine urgente. A quel tempo si comprenderà chiaramente chi è Babilonia la Grande, cosa rappresenta e cosa comporta non uscire quando si parla di subire le sue piaghe. Babilonia la Grande incoraggerà i credenti a non uscire, promettendo che lì ci sarà protezione, benedizione e salvezza? Indipendentemente dalla sua identità, il principio è sempre lo stesso: non seguire organizzazioni che pretendono di essere indispensabili per la salvezza. La salvezza non è legata a seguire uomini, ma all’obbedienza ai comandi di Dio.

 

“Vidi salire dal mare una bestia feroce con 10 corna e 7 teste; la bestia ricevette la sua potenza, il suo trono e grande autorità dal dragone. Le fu permesso di dare il respiro all’immagine della bestia feroce, così che questa parlasse e facesse uccidere tutti quelli che si rifiutavano di adorare l’immagine della bestia feroce. Fa in modo che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, ricevano un marchio sulla mano destra o sulla fronte, e che nessuno possa comprare o vendere se non chi ha il marchio, cioè il nome della bestia feroce o il numero del suo nome. Il suo numero è 666”. Apocalisse 13.

Qui la prova diventa assoluta: o adori Dio o adori la bestia. Chi adora la bestia e la sua immagine e riceve il marchio sulla fronte o sulla mano berrà il vino dell’ira di Dio (Apocalisse 14:9-10). L’interlineare del termine marchio è χάραγμα (charagma), “un’incisione, un segno di appartenenza, una dichiarazione di lealtà”. Chi la sosterrà sarà escluso dalla salvezza promessa da Dio. 

In quel momento l’unica cosa che determinerà la salvezza sarà la fedeltà assoluta, la disposizione a perdere anche la propria vita pur di rimanere dalla parte di Dio. “Chi vorrà salvare la sua vita la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia la troverà” (Matteo 16:25). Apocalisse 2:10 “Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.” Allora si vedrà la distinzione tra il giusto e l’ingiusto, tra chi serve Dio e chi non lo serve (Malachia 3:18). Qui è richiesta la perseveranza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e mantengono la fede in Gesù (Apocalisse 14:12). La Scrittura mostra che nel giorno stabilito da Dio la qualità della fede sarà resa evidente: “l’opera di ciascuno sarà manifesta, sarà rivelata mediante il fuoco” (1 Corinzi 3:13). 

Gesù avvertì i suoi apostoli di vigilare dicendo che tutti lo avrebbero abbandonato, e così avvenne: non furono i loro buoni propositi a sostenerli nella prova (Marco 14:50). La fedeltà non nasce all’improvviso e non si improvvisa nel momento critico: si costruisce ora.

Satana, il maestro dell’inganno, “che svia l’intera terra abitata” (Apocalisse 12:9), e che “si trasforma in angelo di luce” (2 Corinti 11:14), cercherà di “sviare, se possibile, anche gli eletti” (Matteo 24:24). È un aspetto che dobbiamo tenere presente: dietro queste organizzazioni vi è il grande burattinaio.

La fedeltà cresce mentre scegliamo ogni giorno di rimanere dalla parte di Dio. Per questo è indispensabile rafforzare oggi la fede e rendere risoluto il cuore, perché l’ubbidienza rivela ciò che siamo davvero. “Il giusto vivrà per la sua fede” (Ebrei 10:38). 

Dio ha rivelato l’essenziale: ciò che serve davvero per avere la sua approvazione. La Bibbia dice di “accertarsi delle cose più importanti” (Filippesi 1:10). Tra queste: uscire quando Dio ordina di uscire e non prendere ciò che Dio proibisce di prendere. 


Mettere al primo posto le cose più importanti 


  • Amare Dio e il prossimo.
  • Adorare il Padre in spirito e verità.
  • Aprire il cuore a Cristo, riconoscere chi è, ascoltare le sue parole.
  • Coltivare una relazione viva con il Padre e il Figlio.                                           
  • Custodire la Parola, le leggi, i principi e i comandamenti di Dio.
  • Non conformarsi alla mentalità del mondo, seguendo solo Cristo.
  • Salvaguardare il cuore.
  • Edificare la fede.
  • Rimanere fedeli sino alla morte.


Alla fine, tutto si riduce a questo: rimanere saldi e incrollabili dalla parte di Dio nel momento della prova. La fedeltà che coltiviamo oggi sarà la forza che ci sosterrà domani, perché solo chi persevera ed è ubbidiente fino alla fine riceverà la vita che il Padre ha promesso. 


“Spero nei tuoi atti di salvezza, o Dio, e metto in pratica i tuoi comandamenti”. Salmo 119: 165.


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