Nel linguaggio apocalittico, il verbo εἶδον (“vidi”) non indica mai un luogo reale, ma introduce sempre una scena visionaria. Ogni volta che Giovanni dice “vidi”, come in Apocalisse 13:1 “e vidi una bestia salire dal mare”, sta descrivendo ciò che gli appare nella visione, non il luogo in cui si trova. Per questo, vedere la grande folla “davanti al trono” non significa che essa sia fisicamente in cielo, ma che la scena gli viene mostrata così nella visione.
Un esempio aiuta a capire il punto: dire “vedo il precipizio davanti a me” non significa trovarsi davvero su un dirupo; è un modo metaforico per esprimere una situazione difficile.
In questo tipo di visioni, ciò che appare “davanti al trono” non indica automaticamente dove quel gruppo si trova. La visione potrebbe comunicare un messaggio, più che una destinazione.
La Bibbia non dice esplicitamente che la grande folla ascende o si trovi in cielo. Se questa fosse davvero la loro destinazione, come mai la Scrittura non lo afferma maiin modo chiaro e diretto?
Si potrebbe concludere che, se la grande folla appare “davanti al trono”, ciò implichi una collocazione celeste. Tuttavia, la Bibbia mostra che questa espressione non descrive sempre una destinazione. In Matteo 25:31, 32 leggiamo: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, allora siederà sul trono della sua gloria. E tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui”. Qui “tutte le nazioni” si trovano davanti al trono del Figlio dell’uomo, ma si tratta chiaramente di persone sulla terra. Questo suggerisce che “stare davanti al trono” possa indicare non tanto il luogo in cui ci si trova, quanto la condizione in cui si è esaminati, giudicati o ricompensati, a seconda del contesto della visione.
“Davanti al trono” può quindi esprimere una condizione di approvazione o riconoscimento davanti a Lui, come quando si dice che qualcuno è “al cospetto del re”. In questo senso, l’espressione descrive la posizione che quel gruppo occupa nel giudizio o nel favore divino, non necessariamente la sua collocazione geografica. La visione mette in evidenza il loro rapporto con Dio, non il luogo. E il testo non dà alcuna indicazione che li collochi in cielo.
Apocalisse 7:11 dice che “tutti gli angeli stavano intorno al trono”. La Bibbia parla di “miriadi di miriadi” di angeli, un numero incalcolabile. Il testo non descrive per quanto tempo vi rimangano o con quale scopo.
2. Il naós: non un luogo, ma il tipo di servizio
Apocalisse 7:15 afferma che la grande folla “serve Dio giorno e notte nel suo tempio (naós)”. L’interlineare mostra che naós indica il santuario interno, ma nel linguaggio apocalittico non descrive necessariamente un luogo fisico: può indicare una funzione sacra. Inoltre, l’interlineare non usa verbi come “entrare” o “abitare”: il testo dice solo che servono Dio nel naós, non che vi entrano o vi risiedono. Questo mostra che il naós, nelle visioni, descrive il tipo di servizio e non la collocazione geografica.
L’immagine sacerdotale richiama il ruolo di guida e riconciliazione verso i risuscitati e verso coloro che nasceranno nel millennio, in armonia con figure come i “principi” di Isaia 32:1. Se questo collegamento fosse corretto, la visione potrebbe suggerire una funzione più che una collocazione.
Un esempio aiuta a capire il punto: dire “lavoro per il governo italiano” non significa trovarsi fisicamente a Palazzo Chigi. Si può operare da un’altra città o da casa: ciò che conta è la funzione svolta, non il luogo in cui si opera.
Allo stesso modo, in Apocalisse 7:15 il naós potrebbe indicare più il tipo di servizio che dove si trova la grande folla.
3. Vesti bianche e servizio “giorno e notte”: simboli di approvazione, non di destinazione
Sebbene indossino vesti bianche, il testo non parla di perfezione. E la perfezione è una condizione necessaria per vivere in cielo. Lo si vede in 1 Corinti 15:50, dove l’interlineare mostra che l’espressione “carne e sangue”, σὰρξ καὶ αἷμα (sarx kai haima), non indica semplicemente il corpo fisico, ma la condizione umana corruttibile e imperfetta, che “non può ereditare il regno di Dio”. Nei versetti successivi Paolo aggiunge che “questo corruttibile deve rivestire incorruttibilità e questo mortale deve rivestire immortalità” (vv. 53,54), indicando che solo attraverso questa trasformazione si può accedere alla sfera celeste.
Lo stesso simbolo ricorre in Apocalisse 3:4,5 dove Cristo promette ai vincitori: “chi vince sarà così vestito di vesti bianche”. Anche qui le vesti bianche evidenziano la perseveranza e la fedeltà, non una destinazione celeste.
Si potrebbe obiettare che, se la grande folla serve Dio “giorno e notte nel naós”, ciò implichi un servizio sacerdotale nel santuario celeste. Tuttavia, la Bibbia mostra che “servire Dio giorno e notte” è spesso un’espressione idiomatica che indica dedizione costante, non un luogo o una funzione celeste. E anche se la visione colloca la grande folla nel naós per indicarne il significato sacerdotale, ci si potrebbe chiedere se la Scrittura richieda davvero che questo servizio debba svolgersi in cielo, poiché il testo non afferma in modo diretto che questo servizio debba svolgersi in cielo.
L’espressione ha lo stesso significato che troviamo in Luca 2:37, dove Anna “serviva Dio notte e giorno”. Il termine usato non è naós ma hierón, i cortili del tempio accessibili a tutti: Anna non era sacerdotessa e non svolgeva funzioni cultuali. La frase descrive semplicemente la sua dedizione continua.
Lo stesso uso idiomatico compare in Salmo 1:2, dove dell’uomo di Dio si dice che “nella sua legge medita giorno e notte”. Anche qui l’espressione indica continuità e impegno costante.
4. La grande tribolazione: provenienza, non destinazione
L’obiezione che viene sollevata è che il testo non dice “attraversano la grande tribolazione”, ma “vengono dalla grande tribolazione”, come se l’espressione implicasse un cambio di luogo: “vengo da Roma e ora mi trovo altrove”.
Apocalisse 7:14 afferma che la grande folla “viene dalla grande tribolazione”. L’interlineare usa il participio presente ἐρχόμενοι (erchómenoi), che indica un’azione in corso (“quelli che stanno venendo”), non un trasferimento già avvenuto. Il testo descrive la provenienza, non la destinazione. Nella Scrittura, “venire da” indica un percorso formativo, non un cambiamento di dimora.
L’esempio chiarisce perfettamente il punto: dire “io vengo dalla gavetta” non significa che da un precedente luogo ora mi trovo in un altro, ma che provengo da un percorso difficile che ha formato la mia identità e le mie capacità. Così anche la grande folla “viene dalla tribolazione”: non indica dove si trovano ora, ma da quale esperienza provengono.
5. “Di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”: universalità, non destinazione
Apocalisse 7:9 descrive la grande folla come composta “da ogni nazione, tribù, popolo e lingua”, e l’universalità del gruppo viene presa come indicazione della loro presenza in cielo. La stessa formula ricorre in Apocalisse 5:9,10: Cristo ha acquistato ‘persone di ogni tribù, lingua, popolo e nazione’ e le ha fatte essere ‘un regno e sacerdoti’. Questa espressione viene spesso intesa come riferita a un gruppo celeste.Il parallelismo linguistico viene quindi interpretato come prova di una medesima collocazione.
Tuttavia, il testo sottolinea l’identità della grande folla, non la sua destinazione. L’accento è sulla provenienza eterogenea e globale del gruppo, mostrando che il favore divino non è limitato a un solo popolo o a una sola etnia. Lo si vede chiaramente osservando come la Scrittura utilizzi la stessa formula in altri contesti. In Apocalisse 14:6 l’angelo annuncia la buona notizia “a ogni nazione, tribù, lingua e popolo”; in Daniele 7:14 il dominio del Figlio dell’uomo si estende a “popoli, nazioni e lingue”.
In questi casi l’espressione non indica una destinazione celeste, ma la portata universale del messaggio o del dominio. Allo stesso modo, in Apocalisse 7:9 la formula descrive la composizione globale della grande folla, non il luogo in cui essa vivrà.
Aspetti terreni nella visione
La visione di Apocalisse 7:9,16,17 presenta la grande folla con elementi che appartengono chiaramente alla sfera terrena, e ci si può chiedere come mai questi non possano collocarla sulla terra: “vestiti di lunghe vesti bianche, e tenevano in mano rami di palma”. “Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà più il sole né alcuna calura”. “L’Agnello li guiderà alle sorgenti delle acque della vita”. Sono immagini di sollievo, ristoro e guarigione: bisogni tipicamente umani. Se la visione utilizza un linguaggio simbolico, non risulta più coerente leggerla tutta come tale? E, in definitiva, non è il lettore a decidere cosa sia simbolico e cosa letterale per sostenere il proprio credo?
La questione della perfezione
La Bibbia non parla mai di perfezione in relazione alla grande folla. Secondo il testo, questo popolo viene preservato grazie alla sua perseveranza, devozione e fedeltà a Dio. La Bibbia non presenta la grande folla come parte dei “chiamati”, la futura sposa di Cristo. Paolo afferma: “Lo spirito stesso attesta insieme al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Romani 8:16), e la Scrittura identifica i chiamati come coloro che formano un “regno e sacerdoti” (Apocalisse 1:6).
Apocalisse 5:9,10 riporta: “Hai acquistato persone per Dio con il tuo sangue da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e sacerdoti, e regneranno sulla terra”. Questo ruolo regale e sacerdotale è attribuito ai chiamati, non alla grande folla, che non viene mai descritta come parte della sposa o del gruppo celeste incaricato di regnare.
Un punto importante è che nell’antichità i sacerdoti servivano come sacerdoti e non come re. Le due funzioni erano distinte: il sacerdozio apparteneva alla casa di Aronne, mentre la regalità alla casa di Davide. Nel Nuovo Patto, invece, solo i chiamati sono descritti come “re e sacerdoti”. In Apocalisse 5:9, 10 l’interlineare usa due termini precisi: βασιλεῖς (basileîs) per “re” e ἱερεῖς (hiereîs) per “sacerdoti”, e aggiunge che essi “regneranno”, reso nell’interlineare con βασιλεύσουσιν(basileúsousin), che indica esercizio reale di autorità. Questo mostra che regnare è prerogativa dei chiamati, non della grande folla, che la Scrittura presenta come un gruppo che serve, non che regna.
Che dire dei figli, dei bambini e perfino dei neonati? Anche loro farebbero parte della grande folla e, se così fosse, andrebbero in cielo a servire Dio nel naós come i sacerdoti dell’antichità, che erano uomini adulti?
Conclusione
L’analisi di Apocalisse 7 mostra che il testo non fornisce elementi sufficienti per stabilire con certezza la destinazione della grande folla. Per questo, qualunque posizione si assuma rimane nel campo della teologia e dell’interpretazione.
Di fronte a temi complessi, che presentano lacune e domande aperte, il credente è chiamato a non proclamare certezze che la Scrittura non afferma, ma a coltivare umiltà, prudenza e rispetto per la Parola, e per chi con sincerità arriva a conclusioni diverse. Come ricordava Pietro, alcune cose sono “difficili da capire” 2 Pietro 3:16, e il libro apocalittico, ricco di simbolismi, ne è un esempio evidente.
Ma ciò che rimane limpido è il cuore del messaggio: Dio salva, protegge e accoglie chi lo cerca. La grande folla, qualunque sia la sua destinazione finale, è la prova che il suo amore raggiunge davvero “ogni nazione, tribù, popolo e lingua”.
Ilresiliente1914

