La morte di un genitore, ad esempio, è uno spartiacque netto nella vita di una persona. Segna un prima e un dopo. Ti costringe a guardare chi sei senza più quella figura che ha influenzato la tua vita, senza più quel punto di riferimento — anche quando magari il rapporto era complesso, irrisolto o persino conflittuale. Nella vita di un individuo ci sono perdite che funzionano allo stesso modo, anche se nessuno le chiama "funerale".
Quali sono ?
Sono quelle che accadono quando una parte della nostra struttura di vita cambia radicalmente ad esempio — una famiglia con un divorzio, oppure quella più sentita da questo gruppo di persone una fede totalizzante con una esplusione o con una presa di coscienza consapevole, oppure infine un lavoro impegnativo con un licenziamento—. Quando accadono questo tipo di eventi non perdi una cosa sola ne perdi molte insieme. Fra le tante quella più inaspettata è l'identità che avevi dato a quella cosa: spesso ci sentiamo o meglio ci riconosciamo solo il quel sistema frutto in molti casi della nostra immaginazione.
Con questo tipo eventi ci si trova spiazzati perchè si scopre l'incapacità di essere autentici: Perché ti rendi conto, spesso tardi, di quante parti di te erano state adattate, smussate o messe a tacere per sopravvivere.
Perdi opportunità: Anni vissuti seguendo un percorso che non porterai a termine.
Perdi relazioni: Non solo le persone, ma il modo stesso in cui ti relazionavi con il mondo.
Perdi sicurezza economica e progettuale: Perché molte scelte erano state fatte sulla base di presupposti che non esistono più.
Questa somma di perdite non arriva tutta in una volta. Arriva come un appuntamento.
Le fasi che nessuno ti spiega
Perdi sicurezza economica e progettuale: Perché molte scelte erano state fatte sulla base di presupposti che non esistono più.
Questa somma di perdite non arriva tutta in una volta. Arriva come un appuntamento.
Le fasi che nessuno ti spiega
All'inizio c'è la negazione. Non quella drammatica, ma quella silenziosa: "Non è così grave", "In fondo sto meglio", "Ho solo bisogno di tempo".
Poi arriva la rabbia. Rabbia per ciò che è stato tolto, per ciò che non tornerà, per non aver capito prima. A volte è rabbia verso gli altri. A volte è rabbia verso se stessi.
Segue il patteggiamento. Il cervello cerca vie d'uscita: "Se avessi fatto diversamente...", "Se potessi almeno salvare questo...". È il tentativo disperato di non perdere tutto.
La depressione non è sempre buia e rumorosa. Spesso è piatta. È stanchezza. È la sensazione che nulla abbia più lo stesso peso di prima. E solo molto più tardi, forse, arriva l'accettazione. Che non è pace. È coesistenza. Accettare non significa giustificare. Accettare una perdita non significa dire "andava bene così". Significa smettere di combattere contro una realtà che non può essere annullata. È il momento in cui smetti di chiederti perché e inizi a chiederti come. Sei vivo, adesso? Chi sono io senza ciò che ho perso? Cosa posso ricostruire, anche se non sarà mai più come prima?
Ricostruire non è un atto eroico. È fatto di piccole scelte, spesso banali: imparare a dire di no, concedersi nuove relazioni, progettare il futuro senza sentirsi in colpa.
La depressione non è sempre buia e rumorosa. Spesso è piatta. È stanchezza. È la sensazione che nulla abbia più lo stesso peso di prima. E solo molto più tardi, forse, arriva l'accettazione. Che non è pace. È coesistenza. Accettare non significa giustificare. Accettare una perdita non significa dire "andava bene così". Significa smettere di combattere contro una realtà che non può essere annullata. È il momento in cui smetti di chiederti perché e inizi a chiederti come. Sei vivo, adesso? Chi sono io senza ciò che ho perso? Cosa posso ricostruire, anche se non sarà mai più come prima?
Ricostruire non è un atto eroico. È fatto di piccole scelte, spesso banali: imparare a dire di no, concedersi nuove relazioni, progettare il futuro senza sentirsi in colpa.
In ogni storia potente c'è un momento in cui qualcosa muore davvero. A volte è una persona. A volte è un'illusione. A volte è l'idea che il mondo fosse ordinato e giusto. La morte di un padre, reale o simbolica, costringe il personaggio a fare ciò che nessuno vuole fare: diventare adulto in un mondo che non offre più protezione che abbiamo idealizzato. È lì che la storia inizia davvero. Andare avanti non è dimenticare. Portiamo con noi ciò che abbiamo perso. Non come un peso morto, ma come una cicatrice: qualcosa che non scompare, ma che smette di sanguinare. E forse, a un certo punto, smettiamo di chiederci cosa abbiamo perso e iniziamo a chiederci cosa possiamo finalmente diventare.
Post in collaborazione con l'australiano
Ho inviato un messaggio per Saroj.
RispondiEliminaUn testo potente, che dà voce a quelle perdite silenziose che spesso nessuno riconosce ma che cambiano la vita in profondità. Grazie per aver descritto con tanta lucidità e umanità ciò che molti vivono senza riuscire a esprimerlo. Parole che non consolano soltanto: aiutano a capire.