domenica 1 novembre 2026

Il lunedì dopo


Wayne Rogers fu espulso dalla sua religione l’11 gennaio 1999 per quanto riguardava il sangue, non aveva fatto niente. 
Non aveva ricevuto una trasfusione. Non aveva consigliato a qualcun altro di riceverla. Non aveva organizzato una contestazione nella congregazione. Era un testimone di Geova.

Secondo il suo racconto, aveva confidato alla moglie di non condividere la posizione dell’organizzazione sul sangue. Aveva inoltre scritto privatamente a un gruppo di Testimoni che proponeva una riforma di quella dottrina. La moglie trovò la comunicazione e la consegnò agli anziani.

Rogers racconta che, durante il procedimento giuridico congregazionale, la questione finì per riguardare non ciò che aveva fatto, ma ciò che appunto credeva. Gli anziani avrebbero riconosciuto che non stava cercando di diffondere le proprie idee nella congregazione. Uno di loro avrebbe perfino osservato che le trasfusioni erano, in fondo, una questione di coscienza.

Ma il punto che interessa a noi è un altro: Rogers non accettava più come vera l’interpretazione dell’organizzazione.

Durante l’appello, riferisce, gli fu spiegato che, per conservare l’unità, i Testimoni non potevano interpretare autonomamente la Bibbia. Alla fine del processo la decisione venne confermata: le sue convinzioni, gli dissero, lo separavano dai Testimoni di Geova.

Questa è la versione di Rogers. Un verbale ufficiale del procedimento come sapete non è pubblicamente disponibile. La sua vicenda, però, veniva già richiamata nel 2000 in articoli del Journal of Medical Ethics. Non è quindi un racconto nato oggi per essere adattato ai successivi cambiamenti della politica sul sangue e non lo utilizzeremo per questo scopo.

Nel marzo 2026 il Corpo Direttivo come ricorderete aveva stabilito che ogni Testimone poteva decidere personalmente come impiegare il proprio sangue nelle cure mediche, compresa la possibilità di farlo prelevare, conservare e successivamente reinfondere.

Nel settembre dello stesso anno arrivò un secondo e piuttosto clamoroso cambiamento. Anche l’accettazione dei quattro componenti principali provenienti dal sangue di un’altra persona — globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine — è diventata una questione di coscienza individuale. Così come è diventata una scelta personale anche la donazione destinata a ricavare componenti o frazioni. Rimane invece esclusa la trasfusione di sangue intero.

Il comunicato ufficiale afferma che queste decisioni riguardano il rapporto tra ciascun Testimone e il suo Dio. La guida pubblicata dall’organizzazione aggiunge che la congregazione non deve intervenire e che gli altri cristiani non devono giudicare la decisione presa. Viene richiamato il principio di Galati 6:5: «ciascuno porterà il proprio carico».

Queste vicende si possono allora rileggere, una accanto all’altra.

Nel 1999, secondo Rogers, gli anziani gli dissero che, per avere unità, i Testimoni non potevano interpretare autonomamente la Bibbia.

Nel 2026 l’organizzazione afferma che ogni Testimone deve decidere personalmente davanti a Dio se accettare quei componenti del sangue.

Facciamo ora un’ipotesi.

Se nel 1998 un uomo, in una congregazione qualunque, arriva alla stessa conclusione di Rogers. È convinto che la Bibbia non proibisca necessariamente tutte le pratiche mediche allora vietate dall’organizzazione, non crede che Dio richieda che le persone non accettino trasfusioni di sangue. Ma come Roger non cerca di convincere nessuno. Non vuole provocare divisioni. Non considera falsa tutta la propria religione e non desidera perdere la comunità nella quale è cresciuto.

La sua opinione la conosce soltanto lui.

La domenica va all’adunanza. Canta, ascolta e alza la mano quando c’è da alzarla. Forse commenta usando le parole attese. Torna a casa e cena con la famiglia, che condivide la stessa fede e gli vuole bene.

Quest’uomo non ha accettato il sangue, non ha violato il divieto e non ha cercato seguaci. Eppure alla scena non manca nulla perché possa diventare un caso disciplinare. Tranne il dettaglio di non dire quello che pensa.

Il lunedì mattina è ancora considerato un fratello fedele. Se la domenica sera pronunciasse ad alta voce nella sala ad altri fratelli la propria opinione, sa benissimo che potrebbe diventare qualcuno dal quale si deve proteggere la congregazione.

Ora allarghiamo l’ipotesi. Prendiamo tutti coloro che in quegli anni potrebbero essere arrivati alla medesima conclusione. Non sappiamo quanti fossero. Conosciamo i nomi di alcuni che parlarono e sappiamo che più o meno tutti poi sono stati oggetto dell’interesse spirituale dei pastori del gregge.

Gli altri quanti saranno? La loro assenza dai procedimenti disciplinari non dimostrerebbe necessariamente la loro adesione. Dimostrerebbe soltanto che avevano compreso quale fosse la condizione per rimanere: conservando il dissenso dentro di sé.

Questa condizione o meglio situazione, non è un effetto collaterale o un eccesso di zelo locale. È strutturale. Gli incarichi interni — servitori di ministero, anziani, pionieri, sorveglianti di circoscrizione — non vengono assegnati per elezione né per semplice anzianità. Seguono i requisiti elencati in 1 Timoteo 3 e Tito 1. In particolare Tito 1:9 richiede che l’anziano «tenga saldamente la parola fedele». Nella pratica organizzativa queste espressioni non indicano soltanto l’assenza di gravi mancanze morali. Indicano e sono percepiti che la persona debba avere la piena e visibile coerenza con l’intero corpo di insegnamenti e direttive correnti. Come sapete un fratello che, anche privatamente, manifesta perplessità su una dottrina ancora vincolante non è più percepito come pienamente «esemplare». E l’esemplarità è la condizione necessaria non solo per ricevere un incarico, ma anche per conservarlo. Il sistema seleziona quindi, in modo automatico e continuativo, chi tace e chi parla. Chi nutre dubbi e li esprime, anche solo a un familiare o a un anziano, rischia di perdere la fiducia necessaria a qualsiasi privilegio. Chi mantiene la facciata di accettare l’adesione totale continuerà a essere considerato affidabile.

A questo punto si può obiettare che chi aderisce a una religione ad alto controllo ne accetta implicitamente anche l’autorità.

È questa un’obiezione seria.

È perfettamente plausibile che una persona scelga consapevolmente il sistema teocratico costruito dai Testimoni di Geova. Può credere che Dio abbia affidato a un’organizzazione il compito di interpretare la Bibbia, guidare una comunità mondiale e indicare come applicarne i princìpi.

Può anche ritenere che il proprio giudizio individuale debba essere secondario rispetto a quello del Corpo Direttivo. La lealtà, l’unità e la fiducia nell’autorità religiosa possono essere considerate valori superiori all’autonomia personale.

Quando questa scelta è informata, consapevole e realmente volontaria, merita rispetto. Non vi è necessariamente incoerenza in chi dice: «Non comprendo pienamente questa decisione, ma scelgo di fidarmi».

Il problema nasce quando quella risposta non rimane una scelta personale, ma diventa l’unica risposta moralmente consentita a prescindere.

Chi è sempre d’accordo con l’autorità non incontra mai questo conflitto. Non ha bisogno di distinguere tra ciò che crede e ciò che deve dichiarare di credere. La comunità e la coscienza procedono nella stessa direzione.

È soltanto nel momento del disaccordo e del disallineamento che si scopre la reale estensione dell’impegno assunto.

La frase decisiva potrebbe essere molto semplice:

«Rispetto questa comunità e condivido molte delle sue convinzioni, ma su questo punto non sono d’accordo.»

Non significa voler provocare una divisione, disprezzare gli altri o pretendere che tutti cambino idea. Eppure, in un sistema nel quale l’unità dipende anche dall’uniformità dottrinale e nel quale gli incarichi sono riservati a chi incarna la massima coerenza, una frase simile può diventare difficile da pronunciare continuando ad appartenere pienamente alla comunità.

A chi se ne va perché non crede più a un insegnamento viene spesso detto che sta buttando via il bambino con l’acqua sporca.

Dal punto di vista di chi rimane, la metafora sembra appropriata.

Il bambino è tutto ciò che quella religione rappresenta: la fede, la speranza, una spiegazione complessiva della vita, la comunità, gli affetti e forse la promessa di un futuro eterno.

L’acqua sporca è quel singolo insegnamento che la persona non riesce più ad accettare e che potrebbe essere ricondotto ad un tollerabile effetto collaterale.

Perché rinunciare a tutto per una sola dottrina? Perché perdere ciò che si considera ancora buono a causa di ciò che non si riesce più a credere? Visto dall’interno, chi lascia sembra sacrificare un’intera vita a un disaccordo particolare.

Ma dal punto di vista di chi se ne va la metafora si rovescia.

Per lui anche rimanere può significare buttare via il bambino con l’acqua sporca.

L’acqua sporca è l’ipocrisia e il compromesso necessari a nascondere il dissenso: tacere ciò che pensa, annuire quando non è convinto, usare parole che non gli appartengono e rappresentare pubblicamente un’adesione interiore che non esiste più.

All’inizio può sembrare un compromesso limitato. Si evita un argomento. Si formula una risposta abbastanza ambigua. Si conserva per sé un dubbio che, si pensa, non riguarda gli altri.

Ma un compromesso temporaneo può diventare una condizione permanente. Si impara a controllare le parole, poi le espressioni del viso e infine perfino le domande che ci si permette di formulare.

Il bambino che rischia di essere gettato insieme a quell’acqua è la coerenza con le proprie convinzioni: il rispetto per la propria coscienza, la sincerità e la possibilità di distinguere ciò che si crede da ciò che si è tenuti a dire.

Le paure sono duplici in entrambi i casi. Chi rimane teme di perdere la propria comunità. Chi se ne va teme che, per conservarla, debba perdere sé stesso.

È qui che la vicenda smette di riguardare soltanto la santità del sangue ma diventa una questione etica.

Attenzione perché l’etica non consiste semplicemente nello scegliere l’opinione per forza corretta. Una persona può dissentire e avere torto. Può obbedire e avere ragione. Anche una convinzione sincera può essere infondata.

Il problema etico viene prima della conclusione. Riguarda il modo in cui trattiamo la coscienza di una persona quando il suo giudizio non coincide con il nostro. Riguarda la differenza tra chiederle di rispettare gli altri e chiederle di simulare un accordo. Riguarda la possibilità di conservare dignità e relazioni senza dover rappresentare come vera una convinzione che non possiede più.

La Scrittura non lascia questo punto nell’ambiguità. Quando le autorità religiose del tempo ordinarono agli apostoli di smettere di parlare nel nome di Gesù, la risposta fu secca: «Dobbiamo obbedire a Dio come governante piuttosto che agli uomini» (Atti 5:29). Non era un invito alla ribellione per la ribellione. Era il riconoscimento che la coscienza davanti a Dio ha la precedenza su qualsiasi struttura umana, anche religiosa.

Un esempio ancora più vicino è quello dell’uomo nato cieco nel capitolo 9 di Giovanni. Guarito da Gesù, fu interrogato e intimidito dai farisei. Non aveva studiato teologia, non voleva fondare un movimento, non cercava di dividere la sinagoga. Sapeva soltanto una cosa: «Una cosa so: che ero cieco e ora vedo». Quando rifiutò di rinnegare ciò che sapeva essere vero, fu cacciato fuori. La sua esclusione non dipese da un atto di disobbedienza morale, ma dal fatto che la sua esperienza personale non coincideva più con l’interpretazione ufficiale. Eppure Gesù lo cercò proprio dopo che era stato espulso.

La Bibbia non presenta mai il timore degli uomini come una virtù. «Il timore dell’uomo pone un laccio, ma chi confida in Geova è protetto» (Proverbi 29:25). E ancora: «Geova è per me; non temerò. Che mi può fare l’uomo?» (Salmo 118:6). Queste parole non annullano il valore della comunità né autorizzano l’arroganza. Stabiliscono però un ordine di priorità: la fedeltà alla propria coscienza davanti a Dio non è un lusso che si può concedere solo quando noi siamo d’accordo con l’organizzazione. È il terreno su cui Dio stesso dichiara di benedire.

Il caso di Wayne Rogers sembra parlare di una trasfusione che non ricevette ma in realtà parla del prezzo che può avere una frase non detta.

Nel 2026 una parte di ciò che pensava è diventata una legittima scelta di coscienza. Questo non dimostra automaticamente che Rogers avesse ragione su tutto. Dimostra però che un’interpretazione presentata come vincolante poteva cambiare. E dimostra anche che, come riconosce oggi l’organizzazione stessa richiamando 1 Corinti 4:6, non si deve «andare oltre le cose che sono scritte».

Il problema non è che un’organizzazione possa sbagliare. Tutte le organizzazioni umane possono farlo.

Il problema è se una persona abbia il diritto di riconoscere un possibile errore prima che l’autorità religiosa lo riconosca; e se possa dirlo senza essere costretta a scegliere tra i propri legami e la propria integrità.

Il meccanismo degli incarichi interni rende questa scelta strutturalmente più pesante. Non è necessario che ogni dissenso privato finisca davanti a un comitato giudiziario. Basta che il sistema premi, in modo continuo e prevedibile, chi incarna la massima coerenza e renda costoso, sul piano relazionale e spirituale, il semplice fatto di non essere più pienamente d’accordo. In un tale sistema il silenzio non è soltanto prudenza: diventa la condizione stessa della permanenza.

Per chi se ne va, dunque, il dissenso non è l’acqua sporca. L’acqua sporca è l’ipocrisia necessaria a rimanere. Il bambino è il rispetto etico che una persona deve alla propria coscienza.

La domenica può cambiare la dottrina. Ma la domanda su quanto si possa chiedere a una persona di tradire la propria coscienza per continuare ad appartenere rimane, il lunedì dopo.

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