Un racconto che mi ha sempre affascinato: Mefiboset, che aveva un nome importante. Questo, però, non gli era mai servito a molto. Era, questo é noto, figlio di Gionatan, nipote di Saul, discendente di re. Tutte cose rispettabili, naturalmente, ma che avevano il difetto di appartenere al passato. Il presente, invece, era Davide. E Davide era re.
Questo Mefiboset lo sapeva bene. Sapeva anche un’altra cosa: di essere zoppo. Non ricordava esattamente il giorno in cui era diventato così. Era ancora bambino quando, dopo la morte di Saul e di Gionatan, la nutrice lo aveva preso in braccio per fuggire. Nella fretta era caduto, da allora aveva camminato male. Ma forse la vera caduta non era stata quella. Quella caduta, almeno, era finita in pochi secondi. L’altra gli era durata tutta la vita.
Ricordate? Mefiboset viveva a Lodebar, lontano dalla corte. Un luogo adatto, pensava. Lontano dal nuovo re, lontano dai ricordi, lontano soprattutto da quel cognome che avrebbe potuto essere pericoloso. Perché essere figlio di Gionatan era una cosa, essere nipote di Saul, dopo che Saul era morto e Davide aveva preso il suo posto, era un’altra.
E Mefiboset aveva imparato una regola semplice: quando non puoi cambiare ciò che sei, cerca almeno di non farti vedere. Così era diventato prudente, poi discreto, poi umile, infine, quasi invisibile. Gli altri lo conoscevano semplicemente per ciò che gli era accaduto e lui stesso, ormai, si conosceva così. Mefiboset: quello zoppo, il figlio di Gionatan, il nipote di Saul, quello che è meglio non nominare, per vari motivi.
Un uomo può vivere molti anni dentro una definizione. Dopo un po’, la definizione comincia a vivere al posto suo.
Ma un giorno arrivò un uomo del re, chiese: «Mefiboset?» Mefiboset sentì pronunciare il proprio nome e, per un momento, ebbe quasi l’impressione che si fossero sbagliati persona. «Sì.» «Il re Davide ti manda a chiamare.»
Silenzio.
Gli vennero in mente molte cose, nessuna buona. Perché, sapete, quando un re manda a chiamare il nipote del re che lo aveva preceduto, è difficile immaginare che abbia voglia di parlare del tempo.
Partì e durante il viaggio pensò che forse avrebbe dovuto fuggire. Ma dove? E poi, pensò, uno che fugge conferma sempre di avere qualcosa da cui fuggire. Così continuò.
Davanti a Davide, Mefiboset si prostrò. Il re lo guardò. Mefiboset aspettò. Rassegnato, era pronto a ricevere il giudizio. Forse era proprio questo che aveva aspettato per tutta la vita: che finalmente qualcuno gli dicesse quale fosse il suo posto.
Davide invece disse: «Mefiboset.» E lui alzò appena gli occhi, «Non temere.»
Strano. Mefiboset aveva temuto per tutta la vita, aveva imparato a farlo. E adesso il re gli diceva di non farlo, poi Davide gli parlò di Gionatan. Gli disse che, per amore di suo padre, avrebbe restituito a Mefiboset tutte le terre appartenute a Saul.
Mefiboset non capiva. Le terre erano una cosa seria. Ma la cosa più incomprensibile doveva ancora arrivare, Davide disse che avrebbe mangiato sempre alla sua tavola. Sempre.
Mefiboset abbassò nuovamente il capo. E pronunciò le parole che forse riassumevano meglio di qualsiasi altra cosa la parte che aveva finito per assegnarsi: «Che cos’è il tuo servo, perché tu ti interessi a un cane morto come me?»
Un cane morto. Non un principe. Non il figlio di Gionatan. Non il nipote di Saul. Un cane morto.
Mefiboset, forse per la prima volta, si sentì guardare da un uomo che non vedeva in lui ciò che persino lui aveva imparato a vedere.
Da quel giorno Mefiboset si sedette alla tavola del re. Un uomo zoppo, figlio del vecchio principe, nipote del vecchio re, seduto alla tavola del nuovo re.
La vera stranezza era la giustizia, l’applicazione concreta di quello che doveva essere naturale per diritto, anche se Mefiboset continuava a essere Mefiboset. La gamba non era guarita. Il passato non era cambiato. Saul era rimasto morto. Gionatan era rimasto morto. La storia non era stata riscritta, tuttavia qualcosa era cambiato.
Mefiboset aveva scoperto che si può essere accolti senza essere trasformati. Che si può avere un posto senza averlo conquistato. Che si può essere qualcuno senza doverlo dimostrare.
Forse, nei primi giorni, continuò a sedersi composto, quasi chiedendo scusa alla tavola, guardava gli altri commensali e pensava che prima o poi qualcuno avrebbe detto: «Che ci fa lui qui?» Forse aspettava con terrore il momento in cui sarebbe stato smascherato.
Perché quando un uomo ha passato la vita a pensare di non meritare un posto, anche quando glielo offrono continua a guardarsi intorno per cercare chi glielo toglierà. Ma nessuno glielo tolse.
E allora Mefiboset dovette affrontare il problema più difficile. Non quello di essere stato rifiutato. Quello di essere stato accolto.
Perché essere rifiutati è semplice, conosci la tua parte e sai di essere fuori. Sai contro chi protestare. Sai chi accusare. Ma quando qualcuno ti apre la porta e ti dice: «Siediti.» Che cosa fai?
Dove metti tutta la vita trascorsa a convincerti di non essere degno? Dove metti le paure? Le umiliazioni? Le rinunce? Le definizioni che gli altri ti hanno dato e che tu, lentamente, hai trasformato nella tua identità?
Mefiboset non aveva più un nemico da combattere. Aveva soltanto un’immagine di sé da abbandonare, e questa, forse, era la battaglia più difficile.
C’è un’ultima ironia nella storia. Mefiboset aveva passato la vita a nascondersi perché era nipote di un re. Quando finalmente il re lo trovò, scoprì che non aveva più bisogno di nascondersi.
Ma scoprì anche qualcosa di più, per la pace interiore non era necessario tornare a essere principe. Non doveva recuperare il trono e neanche doveva diventare forte. Non doveva cancellare la propria debolezza doveva soltanto sedersi a tavola, come gli altri.
E forse fu proprio allora che Mefiboset smise, almeno per un momento, di essere il personaggio che la sua storia aveva costruito. Non più il figlio di Gionatan e neanche il nipote di Saul, non era più lo zoppo o il sopravvissuto, non era più la maschera, era semplicemente Mefiboset.
Un uomo. Seduto a tavola.
E nessuno gli chiedeva più chi avesse il diritto di essere.
L’immagine, la maschera che aveva interiorizzato non erano la Verità della sua persona, Mefiboset era altro, e forse, per la prima volta in vita sua, era libero!
Post di Beth Sarim
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