sabato 5 settembre 2026

10 domande a Rocco Politi

1. Per oltre quarant’anni hai ricoperto incarichi di grande responsabilità all’interno dei Testimoni di Geova. Guardando oggi a quel percorso, come vivevi il ruolo di anziano? In che misura sentivi di esercitare un’autentica responsabilità pastorale e quanto, invece, avvertivi il peso dell’autorità e della necessità di far rispettare le direttive dell’organizzazione?

Quando guardo indietro e ripenso alla mia vita, faccio quasi fatica a credere che tutto sia iniziato quando avevo dieci anni. Fu allora che conobbi i Testimoni di Geova. Mia moglie, che avrebbe poi condiviso con me gran parte di questa storia, li frequentava addirittura da quando aveva cinque anni. Seguendo le nostre famiglie, entrammo progressivamente in quel mondo e ne diventammo parte. E posso dire, senza esagerare, che quella organizzazione ha occupato e condizionato quasi tutta la mia vita.
Ho trascorso circa quarant'anni al suo interno, facendo gradualmente tutti i passi previsti dal Progresso Spirituale. Prima come semplice "interessato", poi iscritto alla Scuola di Ministero Teocratico, proclamatore, il battesimo, servitore di ministero e a circa ventitré anni, fui nominato anziano di congregazione. Per quanto ne so, ero il più giovane anziano dell'intera regione Emilia-Romagna. A quell'età ero già considerato un anziano un pastore.
Ma oggi, guardando indietro, mi pongo una domanda: che cosa significa diventare "anziano" quando hai appena ventitré anni se la tua intera vita è stata modellata all'interno di una organizzazione?
Da quel momento la mia vita diventò una successione ininterrotta di privilegi, incarichi e responsabilità. Conduttore della Scuola di Ministero Teocratico, dello studio della Torre di Guardia, segretario, contabile, sorvegliante che presiede. Ero responsabile del Comitato di Assistenza Sanitaria e membro di Comitati Giudiziari locali e speciali in altre città. In pratica, partecipavo a quelli che, all'interno delle congregazioni, allora erano veri e propri tribunali. Ero contabile nelle assemblee di circoscrizione e di distretto, e anche addetto stampa e oratore qualificato non solo ai congressi ma anche per celebrare matrimoni, funerali, e Commemorazione e mi occupato anche della regia di drammi biblici. Ebbi incarichi nei rapporti con le amministrazioni comunali per gli oneri di urbanizzazione e per la richiesta di costruzione delle Sale del Regno. E questi sono soltanto alcuni degli incarichi che ho ricoperto.
Oggi, una delle cose più dolorose è stata proprio questa: imparare a vivere dopo essere uscito da quel sistema che mi aveva formato. Non è stato facile e la guarigione è dolorosissima. Perché io non sono stato soltanto una vittima di quella mentalità, ma sono stato anche parte di quel meccanismo. Sono stato plagiato e manipolato mentalmente, ma da plagiato sono diventato, a mia volta, un plagiatore, da persona manipolata sono diventato, senza rendermene conto fino in fondo, un manipolatore di altre menti.
Questa è probabilmente una delle confessioni più difficili che posso fare. Perché non posso raccontare la mia storia fingendo di essere stato sempre dalla parte giusta. Io credevo sinceramente in ciò che facevo. Pensavo predicando di salvare le persone, di servire Dio e  proteggere la congregazione. Ma oggi so che molte delle cose che insegnavo e applicavo facevano parte di un sistema che condizionava profondamente la libertà delle persone che iniziavano lo studio e anche dei fratelli.
Come anziano, però, c'era anche una parte di me che cercava sinceramente di essere vicina a tutti; ero particolarmente attento alle necessità delle famiglie e dei singoli. Cercavo di ascoltare, ma era sempre come vivere continuamente su un confine. Da una parte c'era la persona che avevo davanti. Dall'altra c'erano le direttive dell'organizzazione. E la mia vita da anziano era segnata da una costante attenzione a non oltrepassare quel limite. Non mi ponevo semplicemente la domanda: "Qual è la cosa giusta da fare per questa persona?" Molto spesso, la domanda che condizionava la mia vita era anche un'altra: "Sto facendo tutto quello che mi viene richiesto di fare dalle regole dell'organizzazione? Sto rispettando le direttive? Rischio di perdere la mia nomina?"
Solo oggi riconosco pienamente quanto fosse pericoloso vivere in questo modo. Una vita continuamente attenta a non sbagliare secondo l'organizzazione, era diventata senza che me ne rendessi conto, una vita nella quale rischiavo di non fare ciò che era veramente giusto per il fratello o la sorella. Nei comitati giudiziari venivo richiesto molto spesso proprio perché non mi schieravo automaticamente con gli altri componenti del comitato. Non partivo dal presupposto che la persona davanti a me dovesse essere punita a priori, ma cercavo di capire se c'era pentimento, cercavo di vedere la persona, non soltanto la sua colpa. E proprio questo atteggiamento, molte volte, mi portò a scontrarmi con anziani molto più rigidi di me, anziani che ritenevano prioritario applicare le direttive così come erano state impartite dal libro degli anziani che in quegli anni ricevevo in fascicoli. Io non voglio dipingermi oggi come un eroe che si ribellava alla direttiva che avevo davanti. Ma vivevo anche con un controllo costante su me stesso, con il peso delle direttive, con la paura di sbagliare, con l'attenzione a non superare mai i confini che l'organizzazione aveva stabilito. E forse la cosa più triste è che per tanti anni non mi rendevo conto che quei confini non stavano soltanto delimitando il mio ruolo di anziano: stavano delimitando la mia libertà di essere un uomo libero.
Oggi non rinnego il ragazzo di ventitré anni che diventò il più giovane anziano della sua regione. Non lo considero stupido, non lo disprezzo, perché era sincero, credeva in Dio e voleva fare del bene. Ma oggi provo anche una profonda compassione per lui. Perché aveva una vita intera davanti e non si è reso conto che, mentre gli stavano dando sempre più privilegi, incarichi e responsabilità, gli stavano anche insegnando, lentamente e profondamente, a consegnare la propria coscienza all'organizzazione. E la mia vera rinascita è cominciata proprio quando ho dovuto riprendermela.

2. Uno degli episodi più noti della tua vicenda riguarda la decisione di autorizzare una trasfusione per salvare una vita. Quanto ha inciso quell’episodio nel tuo percorso personale? È stato il momento decisivo della tua uscita oppure ha rappresentato la conferma di dubbi che si erano già accumulati nel tempo?

Per molti anni sono stato responsabile del Comitato di Assistenza Sanitaria di Modena e provincia. Ho assistito tanti fratelli e sorelle e conservo ancora decine di lettere di ringraziamento per quello che facevo. Non ne vado orgoglioso: oggi, ripensandoci, ricordo soprattutto le persone che, spesso singhiozzando, mi chiedevano conforto e anche il mio parere. E io rispondevo: «Tu sai quello che devi fare». Per i Testimoni di Geova quella frase significava una cosa molto precisa: rifiutare la trasfusione. Oggi quella frase mi pesa. Perché mi chiedo quante volte, dicendola, abbia incoraggiato qualcuno a scegliere una strada che poteva significare lasciarsi morire.
Poi la vita mi mise dall'altra parte della barricata. Non c'era più un fratello ricoverato davanti a me. C'era un membro della mia famiglia. C'era una bambina di pochi mesi, la mia nipotina, affetta da un terribile sarcoma. Mia figlia, alla quale era stata affidata la bambina, mi chiese di starle vicino in quel momento terribile. I medici dissero che si poteva tentare di salvarla con un intervento, ma che sarebbe stata necessaria una trasfusione di sangue. Mia figlia decise immediatamente di farla e io la sostenni completamente.
E sapete qual è la cosa che ancora oggi mi colpisce di più? Non ricordo di aver dovuto combattere dentro di me per prendere quella decisione. Fu quasi istantanea. La mia mente, per un momento, sembrò cancellare tutto ciò che avevo imparato sulle direttive dell'organizzazione e su quanto avevo predicato e insegnato per anni sulle trasfusioni. Mi ripetevo una  semplicissima domanda: «Perché non provare a salvarla? Come potrei convivere con il peso di non aver fatto tutto il possibile?» Ero convinto che Dio volesse che la mia nipotina vivesse. La mia paura, però, non era quella di dispiacere a Dio, ma era un'altra: cosa sarebbe successo quando lo avessero saputo quelli che per quarant'anni avevo considerato la mia famiglia spirituale?
Quella paura fu enorme: era il panico di chi improvvisamente comprende che una decisione umana, una decisione dettata dall'amore per una bambina, può metterlo contro tutto il mondo nel quale ha creduto e vissuto. E dentro di me continuava a comparire un'immagine. Come se mi guardassi allo specchio e vedessi il mio stesso dito puntato, con quelle parole che avevo pronunciato tante volte ad altri fratelli: «Tu sai quello che devi fare». Quella frase non l'ho più dimenticata né la dimenticherò mai. Perché questa volta ero io a dover guardare negli occhi la conseguenza di quelle parole.
Quell'episodio non nacque dal nulla. Arrivò dopo anni nei quali la realtà dell'organizzazione si era fatta per me sempre più soffocante e dopo un lungo conflitto interiore. Ma fu il momento della verità. In quel momento qualcosa dentro di me si squarciò. Mi resi conto che avevo già iniziato a distinguere tra la coscienza davanti a Dio e l'obbedienza alle direttive di un'organizzazione. E quando le due cose entrarono definitivamente in conflitto, scelsi di stare dalla parte della vita. Non mi considero un eroe per questo. Sono un padre e un nonno che si è trovato davanti a una bambina che poteva morire, e ho fatto quello che, in quel momento, la mia coscienza mi diceva di fare.
Ma proprio per questo quell'episodio fu devastante per me: perché mi costrinse a chiedermi quante volte, prima di allora, avessi lasciato che una direttiva prevalesse sulla mia coscienza. E pensai anche a tutte le persone che avevo incontrato negli anni, a tutti quelli che avevano pianto davanti a me e ai quali avevo detto: «Tu sai quello che devi fare». Questa è forse la parte che ancora oggi mi fa più male. La trasfusione non fu la ragione della mia uscita, ma fu il mio punto di non ritorno. Fu la conferma definitiva di qualcosa che dentro di me era già maturato: non potevo più appartenere a un sistema nel quale una norma poteva arrivare a pesare più della vita e della compassione.
E forse fu proprio allora che nacque, ancora prima di saperlo, una delle ragioni per cui oggi mi occupo di chi esce dall'organizzazione. Perché noi, in quel momento, non avevamo nessuno a cui rivolgerci che potesse comprendere davvero quello che stavamo vivendo. Oggi penso a chi si trova davanti allo stesso dramma: almeno sa che può trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo e a comprenderlo. Questo, per me, dà un senso anche a quella parte dolorosissima della mia storia.

3. L’ostracismo rappresenta una delle esperienze più dolorose per molti ex Testimoni di Geova. Nei momenti più difficili hai mai pensato che sarebbe stato più semplice rimanere nell’organizzazione, magari continuando a interpretare un ruolo che ormai non sentivi più tuo? Cosa ti ha impedito di farlo?

Sì. Sarebbe ipocrita negarlo. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesto: «Chi me lo fa fare?» Quando sperimenti l’ostracismo e perdi improvvisamente affetti, parenti, amici e quella che per quarant’anni è stata la tua intera rete sociale, il dolore può diventare così forte da farti desiderare di tornare indietro, semplicemente per farlo cessare. E sapevo che sarebbe bastato poco. Un «mi pento». E avrei potuto riavere gli abbracci, le persone, le relazioni, quella che per tutta la vita avevo considerato la mia famiglia spirituale.
Il prezzo della libertà, in quei momenti, mi è sembrato davvero enorme. Ti ritrovi improvvisamente senza quei punti di riferimento che per tutta la vita ti hanno detto chi sei, cosa devi fare e persino chi puoi considerare un fratello. Per questo non voglio raccontare la libertà come qualcosa di romantico. La mia libertà è arrivata insieme a molto dolore e sofferenza. Ma proprio nei momenti in cui avrei voluto riavere tutto, dentro di me c’era una consapevolezza che mi impediva di tornare indietro. Pensavo: «Se torno, riavrò gli abbracci. Ma riavrò anche me stesso?»
Perché ormai avevo visto cose che non riuscivo più a non vedere. Avevo iniziato a riconoscere meccanismi, contraddizioni e dinamiche che prima accettavo senza metterle in discussione. Tornare indietro avrebbe significato far finta di non sapere. E forse questo era il punto più difficile. Non avrei più potuto tornare a essere l'uomo di prima con la stessa convinzione. Avrei dovuto sapere e, contemporaneamente, comportarmi come se non lo sapessi.
Anche la mia coscienza era cambiata. Per quarant'anni avevo cercato di essere un uomo fedele a Dio rispettando ciò che mi veniva impartito. Poi mi sono trovato davanti a situazioni nelle quali la mia coscienza non coincideva più con le direttive che avrei dovuto seguire. La vicenda della trasfusione fu una di queste. E anche l'unità di mia moglie e di mia figlia – rimanemmo una famiglia unita – mi costrinse a interrogarmi profondamente sul significato dell'amore e della libertà.
A quel punto, tornare indietro avrebbe significato qualcosa di più che rientrare in un'organizzazione: avrebbe significato rinunciare nuovamente alla mia coscienza e alla mia unità familiare per poter riavere la mia vecchia vita. Ed è stato questo che ho scelto di non fare. Non perché fossi diventato improvvisamente forte o non soffrissi più. Soffrivo, ma avevo capito che quella che avevo chiamato libertà per quarant'anni non era realmente libertà se la mia vita, le mie decisioni e perfino i miei rapporti con le persone erano condizionati dall'obbedienza a una organizzazione.
Oggi la mia libertà non ha un sapore trionfale: ha il sapore del coraggio e delle sofferenze. È costata il distacco di fratelli e sorelle che amavo. E questo è un dolore che non posso cancellare e che non voglio nemmeno fingere di aver superato completamente. Ma c'è una cosa che ho imparato: preferisco una verità che fa male a una prigione che mi offre conforto in cambio della mia coscienza. Perché tornare indietro avrebbe forse fatto cessare il dolore dell'ostracismo, ma sarebbe stato il dolore di qualcun altro a decidere nuovamente chi dovevo essere veramente. E io, dopo quarant'anni, avevo finalmente bisogno di imparare a vivere come Rocco. Non come la persona efficiente che una organizzazione si aspettava che fossi.

4. Dopo aver lasciato i Testimoni di Geova hai scelto di entrare nella Chiesa cattolica, una decisione che ha sorpreso molti ex appartenenti, i quali spesso si allontanano da ogni forma di religione organizzata. Quale percorso ti ha portato a questa scelta e come risponderesti a chi sostiene che si tratti semplicemente del passaggio da un sistema di credenze a un altro?

Capisco perfettamente chi potrebbe pensarlo. Dopo quarant'anni dentro un'organizzazione religiosa, uscire e poi entrare nella Chiesa Cattolica potrebbe sembrare, visto dall'esterno, semplicemente il passaggio da una “verità” a un'altra. Ma la mia storia, almeno per come l'ho vissuta io, è stata completamente diversa.
Quando uscii dai Testimoni di Geova non cercai un'altra religione. Al contrario. Per molti anni ho vissuto una sorta di deserto spirituale e psicologico. Ero profondamente ferito e, soprattutto, ero diventato diffidente verso qualsiasi forma di autorità religiosa. Avevo trascorso quarant'anni in un sistema nel quale avevo ricevuto risposte praticamente per ogni domanda della vita. Ora avevo bisogno di imparare qualcosa che non avevo mai imparato davvero: vivere con delle domande, imparare a tollerare il dubbio, il silenzio, l'incertezza. E soprattutto dovevo ricostruire di sana pianta me stesso.
Per questo non sono uscito dai Testimoni di Geova per andare immediatamente da qualche altra parte. Per un lungo periodo non sapevo nulla del mio futuro religioso; so però che non ho mai smesso di credere e di pregare. Ho sempre pensato che potevo fidarmi di Dio senza dover necessariamente affidare la mia coscienza a un'organizzazione.
Ed è stato proprio durante questo lungo percorso che è cambiato dentro di me anche il significato della parola “Verità”. Prima la verità era, per me, un insieme di dottrine da conoscere, predicare, difendere e insegnare. Era qualcosa che si poteva spiegare attraverso versetti, regole e interpretazioni precise contenuti in centinaia di libri e opuscoli dell'organizzazione che mi avevano condizionato. Poi ho cominciato a comprendere la Verità in un modo completamente diverso. Per me la Verità non è più soltanto un sistema di affermazioni corrette. È una Persona: è Cristo. E una persona non la possiedi. Con una persona hai una relazione. Non la puoi racchiudere completamente in un manuale: puoi conoscerla, incontrarla, seguirla, cercarla. Puoi anche attraversare momenti nei quali non comprendi tutto. Questa è stata una scoperta enorme per uno come me, abituato per quarant'anni a pensare che avere fede significasse soprattutto possedere risposte certe.
Nella mia esperienza nei Testimoni di Geova avevo imparato molto a fare, a rispettare, a dimostrare. Nella Chiesa cattolica ho incontrato invece un concetto che per me è diventato fondamentale: la grazia. L'idea che l'amore di Dio non sia qualcosa che si valuta sul piatto dell'efficienza, che devo conquistare attraverso le mie prestazioni, le mie ore, la mia fedeltà alle regole o la paura di sbagliare, ma che Dio mi ama anche nella mia fragilità. Questa scoperta ha avuto per me un significato profondo.
Ho scoperto anche un modo diverso di guardare alla coscienza. Dopo avere vissuto per decenni con il timore che il dubbio potesse mettere in discussione la mia appartenenza e che il dissenso potesse avere conseguenze dolorose, ho incontrato una tradizione nella quale ragione, ricerca e coscienza possono avere un posto.
E poi c'era un'altra cosa che per me è stata importante. Non cercavo più una comunità di persone perfette. Avevo già imparato, sulla mia pelle, quanto possa essere pericolosa l'idea di appartenere a una organizzazione che si considera depositaria esclusiva della verità e che tende a separare nettamente coloro che sono “dentro” da chi è “fuori”. Nella Chiesa cattolica ho incontrato una realtà fatta di uomini e donne, con le loro grandezze ma anche con le loro contraddizioni, le loro fragilità e i loro limiti. Non ho trovato una comunità perfetta, ma una comunità umana, e proprio questo mi ha aiutato.
Perciò, a chi mi dice: «Hai semplicemente sostituito una religione con un'altra», risponderei che non è stato così. Io non sono passato direttamente da una certezza a un'altra certezza. Sono passato attraverso un lungo periodo nel quale ho dovuto imparare nuovamente a cercare, a verificare, ad accertarmi. E ancora oggi considero questo un percorso, non un punto d'arrivo. La differenza più profonda, per me, è questa: prima avevo la sensazione di dover trovare un sistema che mi dicesse cosa credere; oggi sento di essere un uomo che cammina con Cristo. Non ho trovato una nuova prigione, ho finalmente iniziato a camminare. Ed è proprio questa la differenza tra sostituire semplicemente un sistema di direttive e prassi e ricominciare un autentico percorso di fede.

5. Più che cambiare religione, diresti di aver cambiato il tuo modo di concepire Dio? Quali differenze vedi oggi tra l’immagine di Dio che avevi come Testimone di Geova e quella che hai maturato nel tempo? E come distingui una fede autentica dal rischio di proiettare su Dio i propri bisogni o le propri aspettative?

Sì. Credo che più che cambiare religione, io abbia dovuto cambiare il modo stesso di concepire Dio. Per quarant'anni ho chiamato Dio “Geova”, ma oggi mi rendo conto che quella parola, dentro di me, aveva un significato molto diverso da quello che ha oggi.
Il Dio che avevo davanti era soprattutto il Sovrano Universale. Un Dio che doveva essere compiaciuto, al quale dovevo dimostrare continuamente la mia fedeltà. La paura di dispiacergli era diventata una presenza costante nella mia vita. Non era tanto il timore reverenziale verso Dio, ma era la sensazione di non fare mai abbastanza. Predicare, partecipare alle adunanze, assolvere gli incarichi, rispettare le direttive, essere d'esempio agli altri: tutto contribuiva a farmi sentire un buon servitore di Dio e al contrario, ogni mancanza poteva diventare motivo di inquietudine.
Anche nel mio ruolo di anziano questa trasformazione è avvenuta lentamente. All'inizio, quando dovevo prendere una decisione difficile, ero sinceramente convinto di chiedermi: «Qual è la volontà di Dio?» Poi, quasi senza accorgermene, la domanda diventò un'altra: «Cosa vuole l'organizzazione che io faccia in nome di Dio?» Ed è una differenza enorme. Perché a quel punto rischi di non guardare più soltanto la persona che hai davanti, con le sue fatiche e le sue debolezze, ma ti ritrovi ad applicare un regolamento, una direttiva scritta da altri, convinto di agire per conto del Creatore. Avevo confuso la voce dell'organizzazione con la voce di Dio.
Nel mio periodo di deserto spirituale, dopo l'uscita, anche il mio modo di pregare è cambiato profondamente. Non c'erano più le preghiere strutturate, i ringraziamenti formali o i linguaggi stereotipati a cui ero abituato. Spesso la mia preghiera era fatta di silenzio, a volte era un urlo muto o un'onesta espressione di smarrimento. Ho vissuto momenti di profonda rabbia. Mi chiedevo: «Se Dio esiste ed è amore, perché ha permesso che vivessi quarant'anni in questo modo? Perché ha permesso che i miei affetti e la mia vita venissero stravolti da questo sistema?» Permettermi di essere arrabbiato con Dio è stato, paradossalmente, l'inizio di una relazione più vera con Lui. Nella congregazione la rabbia sarebbe stata considerata un peccato o un segno di ribellione spirituale; nel deserto è stata la mia guarigione.
Quando ho conosciuto Cristo in modo diverso, è cambiato tutto concretamente. Oggi, quando dico “Dio mi ama”, non significa più ciò che significava quarant'anni fa. Allora voleva dire che Dio mi amava a condizione che fossi un anziano efficiente, che facessi abbastanza ore di predicazione e che rispettassi ogni singola norma. Era un amore basato sulle prestazioni e sul rendiconto dei rapporti di servizio. Oggi per me significa che Dio mi ama e basta, nella mia realtà di uomo ferito e imperfetto, senza chiedermi scadenze o registri mensili per decidere se salvarmi o distruggermi.
E riguardo all'ultima parte della domanda, che considero fondamentale: come faccio a sapere che il Dio in cui credo oggi non sia semplicemente ciò che io desidero che Egli sia? La verità è che non ho una certezza assoluta, matematica. E questa mancanza di certezze granitiche è la mia più grande tutela. Dopo essere stato condizionato e manipolato per quarant'anni, oggi ho imparato ad avere persino il sospetto delle mie certezze. Non cerco più una fede che mi dia risposte preconfezionate per eliminare il dubbio, ma una fede che lascia spazio alla domanda, alla coscienza e alla ricerca, piuttosto che una certezza che mi impedisca di pensare. Se quello che oggi chiamo Dio fosse soltanto una mia proiezione, dovrei accettare anche questa possibilità. Ma preferisco correre questo rischio cercando di amare, di essere libero e di essere autentico, piuttosto che tornare alla certezza di un Dio che io percepivo soprattutto attraverso la paura e le regole. Questo è proprio ciò che significa, per me, avere finalmente una fede che sento mia: non una fede che possiedo, ma una fede nella quale cammino.

6. Attraverso Quo Vadis APS e le altre tue iniziative continui ad ascoltare e sostenere persone che stanno uscendo dai Testimoni di Geova. Come vivi questo impegno? Hai mai avvertito il rischio che restare così vicino alle sofferenze dei fuoriusciti possa rendere più difficile chiudere definitivamente i conti con il tuo passato?

È una domanda legittima e, a dire la verità, è una domanda che mi pongo anch'io. Ci sono sere in cui spengo il computer e mi sento profondamente stanco. E allora mi domando se continuare a vivere così vicino alle storie di chi soffre non significhi, in qualche modo, continuare a vivere troppo vicino anche al mio passato. Il rischio c'è, ed è un rischio reale. Se dicessi che ascoltare tutte queste persone è facile, mentirei.
Ogni volta che accolgo la testimonianza di una famiglia divisa, di genitori che non parlano più ai figli o di persone che si ritrovano improvvisamente sole, sperimento una fatica emotiva notevole. Quelle storie riaprono inevitabilmente le mie ferite e mi ricordano il mio stesso percorso. Ci sono momenti di stanchezza in cui vorrei semplicemente allontanarmi da tutto questo, chiudere quel capitolo e godermi la mia libertà nel privato, senza dover continuamente fare i conti con le dinamiche dell'organizzazione.
Tuttavia, porto avanti l'impegno con l'associazione Quo Vadis aps perché ho compreso che questo è l'unico modo per dare un senso a quei quarant'anni. Se scegliessi l'indifferenza, quel tempo rimarrebbe soltanto una ferita sterile, un pezzo di vita perduto. Mettere la mia esperienza a disposizione di chi sta affrontando lo stesso trauma significa trasformare quella sofferenza in uno strumento utile per gli altri.
C'è una differenza sostanziale tra l'essere prigionieri del passato e l'esserne testimoni. Il prigioniero è colui che rimane bloccato dentro le mura della propria esperienza, senza riuscire a guardare oltre. Il testimone, invece, è colui che è uscito da quella realtà, si volta indietro e cerca di gettare una corda a chi è ancora all'interno o a chi sta faticosamente tentando di uscire. Per me l'attività di supporto non è un legame morboso con il passato, ma un dovere morale. Come anziano, in passato, ho applicato regole che hanno causato sofferenza; oggi, aiutare chi esce a ritrovare la propria dignità e la propria strada è anche un modo per riparare, per esprimere la mia solidarietà a chi soffre e per dimostrare che fuori da quel sistema è possibile ricostruire una vita piena e felice. Non vivo questa attività come una prigionia, ma come la conferma della mia libertà: solo chi è veramente guarito può aiutare qualcun altro nel processo di guarigione.

7. Come hai affrontato emotivamente situazioni di questo tipo e che effetto hanno avuto su di te nel corso degli anni? Incontrare persone che hai amato e che improvvisamente si comportano come se tu non esistessi.

Incontrare per strada, in un ufficio o in un luogo pubblico persone con cui ho condiviso quarant'anni di vita, affetti e confidenze, e accorgersi che abbassano lo sguardo, cambiano marciapiede o ti passano accanto come se fossi invisibile, come se fossi un fantasma, è un'esperienza dolorosa che toglie il respiro. È la realtà morte sociale.
L'effetto emotivo di queste situazioni è cambiato profondamente nel corso degli anni, attraversando fasi diverse. All'inizio l'impatto è stato caratterizzato da un senso di incredulità e di umiliazione. Poi mi domandavo come sia possibile che sentimenti e che legami così lunghi possano essere azzerati da una direttiva organizzativa. Mi sentivo rifiutato e sperimentai una sofferenza quasi fisica, che mise in discussione il mio valore come persona. Successivamente subentrò la rabbia: verso di loro per la freddezza dimostrata, e verso me stesso per essermi esposto a quel dolore.
Eppure tutto questo, improvvisamente, sembra non contare più niente. Ricordo in modo particolare il funerale di mia madre. Dopo dodici anni di non appartenenza all'organizzazione, io e la mia famiglia partecipammo al suo funerale. Eravamo lì per lei, eravamo una famiglia che aveva perso una madre e una nonna. Ma la nostra presenza fu chiaramente sgradita. Eravamo seduti davanti alla bara, vicini, uniti nel dolore, eppure per le centinaia di persone presenti sembravamo invisibili. Alla fine del discorso venne fatto persino un annuncio proprio da un famigliare, affinché le condoglianze venissero espresse in forma privata per non coinvolgerci. Ricordo la sensazione di sgomento. Non riuscivo a comprendere come, davanti alla morte di una madre, potesse esserci ancora qualcosa di più importante del semplice gesto umano di avvicinarsi a un figlio e dirgli: «Mi dispiace.» Quello fu uno dei momenti più dolorosi della mia vita.
All'inizio, ogni episodio di questo genere mi provocava una sofferenza quasi fisica. Mi sentivo rifiutato, mi sentivo umiliato. La mia mente faceva fatica ad accettare che rapporti costruiti in quarant'anni possano essere improvvisamente sospesi da una decisione che non dipende più da ciò che ero, da ciò che avevo fatto per quei fratelli o dall'affetto che avevamo condiviso. Poi è arrivata anche la rabbia, mi arrabbiavo con me stesso, perché ogni incontro mi faceva rivivere il rifiuto.
Ma con il passare degli anni qualcosa è cambiato. Oggi, quando incontro una persona che mi evita, non provo più rabbia, non mi sento più umiliato, provo soprattutto tristezza e, per certi aspetti, anche compassione, perché io conosco quel mondo. Non posso fingere di non sapere quanto possa essere forte la paura di fare qualcosa che si ritiene sbagliato davanti a Dio. Non posso dimenticare che anch'io, per quarant'anni, ho accettato e applicato quelle direttive. Per questo oggi cerco di non giudicare.
Ogni volta che qualcuno mi evita, mi fa valorizzare maggiormente quanto sia prezioso poter incontrare una persona e salutarla liberamente. Poter amare senza chiedere il permesso, poter abbracciare qualcuno senza domandarsi se un regolamento lo consenta. E forse è proprio questa una delle cose più preziose che ho imparato dopo essere uscito. La libertà non è soltanto poter scegliere che cosa credere: è anche poter continuare ad amare un essere umano quando non condivide più le tue convinzioni. Io oggi posso ancora amare le persone che mi evitano e, nonostante tutto, credo che questa sia una delle libertà più grandi che ho conquistato.

8. All’interno dell’organizzazione eri considerato una guida spirituale; dopo la tua uscita sei stato etichettato come “apostata”. Come si ricostruisce la propria identità e la propria dignità quando si passa, agli occhi di chi ti conosceva, dall’essere un esempio all’essere una persona da evitare?

È forse la parte più difficile della mia storia da raccontare. Perché qui non si tratta semplicemente di aver perso una nomina o una posizione. Si tratta di raccontare il momento in cui ho dovuto guardare dentro un vuoto assoluto.
Per quarant'anni, in un certo senso, io ero stato “l'anziano Rocco Politi”. Avevo responsabilità. Molti fratelli si rivolgevano a me per confidarmi i loro problemi. Le mie parole, i miei consigli e le mie decisioni potevano avere un peso nella loro vita. Ero considerato, almeno agli occhi di molti, un punto di riferimento. Poi, improvvisamente, tutto è scomparso. Quando vieni disassociato o ti dissoci, vieni successivamente etichettato come “apostata”, e il mondo nel quale hai costruito tutta la tua identità può sparire in un attimo. Passi dall'essere un fratello considerato esemplare, qualcuno da ascoltare e forse anche da imitare, all'essere una persona da evitare. E questo non avviene soltanto perché qualcuno cambia opinione su di te, ma perché un intero sistema decreta la tua cancellazione sociale.
In quel periodo ho vissuto una profonda crisi di identità. Mi capitava di guardarmi allo specchio e chiedermi: «Se non sono più un anziano, se non sono più un Testimoni di Geova, allora chi sono?» Privato dei ruoli, dei compiti e del riconoscimento che avevano riempito i miei giorni per decenni, mi percepivo come un guscio vuoto. Ho provato un sentimento irrazionale ma potente, dovuto al peso del giudizio collettivo di una comunità in cui ero cresciuto. Sapevo di non aver fatto nulla di male, eppure sentivo addosso il peso del giudizio di migliaia di persone che, per tanti anni, mi avevano conosciuto e stimato.
E la cosa più inquietante è che, per un certo periodo, ho sentito dentro di me tutta la potenza dell'indottrinamento. Una parte della mia mente sembrava sussurrarmi: “E se avessero ragione loro? E se fossi davvero diventato quella persona terribile che descrivono quando parlano degli apostati?” Razionalmente sapevo che non era così. Ma quarant'anni di condizionamento non scompaiono da un giorno all'altro.
Per un certo periodo ho provato un desiderio quasi disperato di difendermi. Volevo spiegare, volevo raccontare, volevo dimostrare alle persone che mi conoscevano che non ero improvvisamente diventato il malvagio che potevano immaginare. Poi, lentamente, ho capito che stavo cercando di giocare a un gioco nel quale le regole erano già state decise. Perché quando un sistema stabilisce che chi non si sottomette è automaticamente dalla parte sbagliata, non importa più ciò che dici. Puoi spiegare, puoi raccontare, puoi piangere, puoi mostrare tutta la tua storia. Ma, per chi ha già ricevuto una definizione di te, rischi di rimanere per sempre soltanto quella definizione, quel marchio. Ed è stato allora che ho smesso di cercare disperatamente di dimostrare qualcosa.
La svolta è arrivata quando ho toccato il fondo di quel dolore. Ed è lì che, paradossalmente, ho fatto una delle scoperte più importanti della mia vita. Ho capito che la mia dignità non dipendeva dalla nomina che mi era stata data prima. Ma non dipendeva nemmeno dall'etichetta che mi era stata appiccicata dopo. Ho capito che entrambe quelle definizioni, in fondo, non erano realmente Rocco. Prima ero “l'anziano”, poi ero “l'apostata”. Ma chi ero io, senza quelle due parole? Quella è stata la vera mia domanda, e trovare una risposta ha richiesto anni.
Oggi penso che la dignità che avevo ricevuto attraverso una nomina fosse, in parte, una dignità concessa, una specie di giacca che un'organizzazione può metterti addosso e, un giorno, te la toglie a piacimento. La vera dignità l'ho scoperta quando quella giacca non c'era più. Quando sono rimasto senza ruoli, senza incarichi, senza approvazione, senza il bisogno di apparire qualcosa agli occhi degli altri. È stato allora che ho dovuto imparare, lentamente, a guardarmi per quello che ero veramente: un uomo con molti errori, con ferite profonde, con responsabilità che oggi riconosco e sulle quali continuo a interrogarmi, ma anche con una coscienza che, a un certo punto, non potevo più tradire.
E forse la cosa che mi ha aiutato a ricostruirmi è stata proprio questa: capire che il mio valore non poteva dipendere dall'essere considerato un esempio, ma non poteva nemmeno essere cancellato dal fatto di essere considerato una persona da evitare. Per quarant'anni qualcun altro mi aveva detto chi dovevo essere. Prima mi era stato insegnato come diventare un buon Testimone di Geova. Poi, quando non ero più disposto a rientrare dentro quel modello, mi era stata attribuita un'altra identità. Ma nessuna delle due poteva sostituire completamente la mia persona. Rispondere alla domanda: “Chi sono, quando nessuno mi dice più chi devo essere?” ha richiesto molto tempo, ed è ancora una domanda alla quale continuo a rispondere. Non sono un eroe, non sono un uomo che è uscito da quella esperienza senza conseguenze. Sono semplicemente una persona che ha dovuto imparare a camminare di nuovo dopo aver trascorso gran parte della propria vita seguendo una strada indicata da altri. Oggi sono semplicemente Rocco: un uomo imperfetto, un uomo che ha commesso errori, un uomo che è stato ferito e che, in alcuni momenti della sua vita, ha anche contribuito, senza rendersene pienamente conto, a far funzionare un sistema che oggi considera profondamente dannoso; sono finalmente un uomo reale. E questa è la dignità più grande che ho conquistato: non dover più essere quello che qualcuno vuole che io sia. E questa dignità, oggi, non può più darmela né togliermela nessun incarico, nessun privilegio, nessuna organizzazione e nessun comitato giudiziario.

9. Chi lascia un’organizzazione fortemente strutturata può correre il rischio di sostituire un sistema di certezze con un altro, oppure di sviluppare posizioni altrettanto rigide in senso opposto. Come cerchi, ancora oggi, di mantenere uno spirito critico e di evitare questo rischio nel tuo percorso personale?

Questa, per me, è ancora oggi una sfida quotidiana. È una battaglia invisibile che continuo a combattere, anche a distanza di anni. Perché quando esci da un'organizzazione totalizzante dopo quarant'anni, il rischio più grande non è necessariamente diventare ateo o cambiare religione. Il rischio più grande è portarti fuori la stessa testa che avevi dentro. Il condizionamento può essere così profondo che, quando improvvisamente ti ritrovi senza le direttive che ti hanno guidato tutta la vita, la mente cerca istintivamente qualcosa che le restituisca sicurezza, cerca un altro sistema, un'altra certezza, qualcuno che ti dica cosa pensare, un'altra “verità” già pronta. Non perché necessariamente voglia essere nuovamente controllato, ma perché essere libero può fare paura. La libertà costringe a scegliere. E scegliere significa anche accettare la possibilità di sbagliare.
Io ho attraversato quel deserto: subito dopo la mia uscita ho vissuto un periodo nel quale non mi fidavo più nemmeno della mia ombra. Vedevo manipolazione ovunque, ho provato anche una rabbia così forte da rischiare di trasformare la mia esperienza in una nuova prigione mentale: quella del rancore. Era facile cadere nell'estremo opposto. Pensare che tutto ciò che riguardava il mio passato fosse soltanto malvagio, che tutto ciò che veniva dall'esterno fosse una minaccia e arrivare alla conclusione che tutte le religioni fossero Uguali e che, finalmente, io avessi capito tutto. Ma a un certo punto ho compreso una cosa che mi ha fermato: chi dice «Io ormai ho capito tutto» rischia di applicare lo stesso metodo mentale dal quale, forse, sta cercando di liberarsi.
Oggi cerco di difendermi da questo rischio prestando attenzione ai meccanismi rigidi. Se incontro una realtà, un'idea o una persona che si presenta dicendo: «Questa è la verità assoluta, devi fare così e non sono ammesse discussioni», dentro di me si attiva una forma di prudenza immediata. Ho sviluppato una sorta di sensibilità protettiva nei confronti dei toni dogmatici e delle risposte assolute. Prima di accogliere una convinzione, cerco di valutare il metodo con cui viene proposta: mi chiedo se lascia spazio alla riflessione personale, al dubbio e all'indipendenza di giudizio, o se richiede un allineamento acritico.
Ho dovuto imparare a considerare il "non sapere" non come una debolezza o una sconfitta, ma come una condizione legittima della vita. Dopo quarant'anni trascorsi a ricevere risposte, questa per me è diventata una delle forme più profonde della libertà: avere finalmente il diritto di continuare a cercare, non avere più bisogno di recintare ogni domanda dentro una dottrina. Significa poter continuare a cercare e poter cambiare idea, se mi accorgo di aver sbagliato.
Se dovessi riassumere il mio percorso personale in una frase, probabilmente direi questa: Per quarant'anni ho avuto paura di dubitare. Oggi ho imparato ad avere paura di chi non mi permette di dubitare.
Non considero lo spirito critico una qualità che possiedo naturalmente: è qualcosa che ho dovuto conquistare. Forse è una cicatrice, la cicatrice di un uomo che ha pagato un prezzo altissimo per riprendersi il diritto di pensare con la propria testa. E proprio perché so quanto è costato riprendermi quella libertà, oggi cerco di vigilare continuamente su me stesso, perché il rischio di trasformare una convinzione in una nuova prigione esiste sempre. Non voglio più vivere pensando di avere tutte le risposte, né sostituire un'autorità con un'altra, né voglio che il dolore che ho vissuto diventi il motivo per costruire nuovi muri. Voglio semplicemente conservare il diritto di cercare, di fare domande, di ascoltare chi non la pensa come me e, se necessario, di cambiare idea.

10. Se oggi potessi sederti di fronte al Rocco Politi di trent’anni fa — con la Bibbia sotto il braccio e la certezza di possedere “la Verità” — cosa gli diresti? Cercheresti di convincerlo subito oppure pensi che alcune convinzioni possano essere superate soltanto attraverso un percorso personale di ricerca e di esperienza?

Se potessi sedermi di fronte al Rocco Politi di trent'anni fa, la prima cosa che proverei non sarebbe rabbia e nemmeno vergogna. Proverei una profonda, immensa tenerezza. Vedrei un uomo sincero, con la Bibbia in mano, in giacca e cravatta, che correva da una parte all'altra del suo mondo sacrificando gran parte della propria vita, convinto di servire Dio e di fare del bene, in famiglia, alle persone predicando e nella congregazione con i confratelli. Oggi non disprezzo quell'uomo. Lo rispetto, perché so che la sua fede era sincera, anche se lo scrigno che la conteneva, senza che lui se ne rendesse conto, era diventato una prigione.
Cercherei di convincerlo subito che stava sbagliando? Gli griderei che era manipolato e che stava consegnando la propria vita a un sistema che un giorno gli avrebbe tolto tutto? No. Non lo farei, per due motivi.
Il primo è molto semplice: so benissimo che non mi ascolterebbe. Se arrivassi davanti a lui con le convinzioni che ho oggi, il Rocco di allora applicherebbe immediatamente gli stessi schemi mentali che gli erano stati inculcati da una organizzazione per tutta la vita. Vederebbe in me un pericolo, un traditore, un uomo da cui guardarsi e si chiuderebbe ancora di più dietro il muro delle sue certezze.
Il secondo motivo è più profondo. Se io potessi salvarlo da tutto il dolore che avrebbe dovuto attraversare, d'istinto vorrei farlo. Vorrei risparmiargli il crollo del suo mondo, l'ostracismo, le lacrime, la perdita di affetti che credeva indistruttibili. Vorrei risparmiargli tutto questo. Ma oggi so anche che, se potessi cancellare completamente quel percorso, forse gli toglierei anche la possibilità di diventare l'uomo libero che è oggi. Quel cammino terribile, doloroso e devastante è stato il mio travaglio, la mia seconda nascita.
Oggi, attraverso il lavoro che facciamo con Quo Vadis APS, incontro persone che, per molti aspetti, si trovano esattamente dove mi trovavo io trent'anni fa. E in questi anni ho imparato una lezione fondamentale: non si può liberare nessuno se non è lui, per primo, a desiderare di essere libero; non puoi sostituirti alla coscienza di un'altra persona, non puoi consegnarle una libertà che ancora non è pronta ad accogliere. Puoi raccontare la tua esperienza, puoi testimoniare, puoi ascoltare, puoi restare accanto a qualcuno quando comincia a farsi delle domande. Puoi esserci quando il muro delle sue certezze comincia a creparsi. Ma non puoi demolirlo al posto suo.
Per questo, non cercherei di distruggere il mondo del Rocco di trent'anni fa. Non gli porterei via i suoi libri o le sue pubblicazioni. Mi siederei semplicemente vicino a lui, gli metterei una mano sulla spalla e gli direi con tutta la dolcezza possibile:
«Rocco, non aver paura di farti una domanda. Una domanda sincera non può essere un tradimento nei confronti di Dio. Non aver paura della verità: se una cosa è veramente vera, non deve temere le tue domande. E ricordati che il Dio che cerchi ti ha fatto libero, ed è nella tua libertà che ti aspetta, non nella tua paura».
E poi mi alzerei e lo lascerebbe andare incontro alla sua vita. Sapendo che sarà difficilissimo, che farà un male tremendo, ma che alla fine di quel viaggio... ci sarò io ad abbracciarlo.

34 commenti:

  1. .Saroj sai benissimo che io con gli Apostati non ci parlo ahahahah Intanto saluto Politi voglio ampliare il punto 10 , che ho trattato superficialmente con il caro Stefano Greco , ma no citando questo esempio , e disputa sulla parola stauros (Classico palo trave albero ecc usato da Omero nell'Iliade al 24 essimo capitolo quando per protezione di Achille erigono una palizzata di pali citato nel libro La verità che conduce alla vita eterna. e dico che si possono accettare anche cose non vere ritenendole d'importanza minore. Mia moglie accetta i testimoni , per un motivo particolare che coinvolgeva anche me. si arriva a trattare sullo strumento usato per la morte di Gesù chi faceva lo studio oltre a una donna , c'era un uomo che come me aveva fatto il liceo classico in cui si studia oltre che il latino ,il greco , ma io come Stefano greco ( Di grado molto superiore a me). sia il greco che latino in tutte le loro sfumature , E mi dice che Gesù non è stato messo in croce perchè un simbolo pagano ma fu appeso a un palo. Io contestai e a ragione, e lui mi dice che qualsiasi dizionario Greco Italiano e viceversa , la parola stauros , veniva tradotta palo , perché anche Omero usava la parola stauros per palo , io gli chiedo di dimostrarmelo . siamo nel 1961, per dimostrarmelo mi porta il libro dell'iliade con il testo Greco _Italiano e il Dizionario Genoli. Si nell'Iliade ( Greco classico , significava certamente classico) anche io presi il mio dizionario Genoli , e si aprono alla parola stauros. e cosa c'era scritto , palo , palizzata albero.... ma nel nuovo testamento il parlare volgare del popolo Greco coinè . significava Croce. , quindi Gesù che fa parte degli scritti in Greco Coinè è stato messo su una croce , e non su in palo le prove i chiodi ( plurale 9 delle sue mani , nonostante le prove gli dessero contro lui continuava a insistere che Gesù fu messo su un palo. io continuai , perché ritenni di seconda importanza lo strumento usato , della morte di Gesù, , Grazie Rocco politi di avere accettato .

    RispondiElimina
  2. Ho conosciuto Rocco nel periodo in cui era ospite nella trasmissione Zona Bianca. Gli ho telefonato e sono stato colpito dal suo modo di fare gentile, educato e pacato. Dopo qualche mese ho discusso con il CO su alcuni argomenti dottrinali e ho posto alcune domande bibliche "scomode". Il CO, che non sapeva rispondere, pensava che i miei dubbi non derivassero da un mio studio della Bibbia ma fossero indotti dalla lettura di siti critici verso i TdG. Mi chiese: "Conosci Rocco Politi?" e poi aggiunse: "Era un nostro fratello, ora è una belva feroce". Dentro di me non ho potuto che interrogarmi su questo appellativo e cercare inutilmente di accostarlo alla persona tranquilla con cui avevo parlato poco tempo prima. L'impressione è che, non avendo argomenti validi, si attaccano le persone che hanno un'idea diversa per screditarle finendo per giudicarle non per chi sono veramente ma per lo stereotipo che rappresentano: Rocco Politi è il grande apostata e quindi una belva feroce... in realtà una persona tranquilla e pacifica che ha dovuto affrontare un grande crisi e nonostante ciò ha avuto la forza di rialzarsi

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Quando nel 1961 ci fu lo scontro sulla parola stauros(us) si studiava il libro Sia fatta la tua volontà in terra Capitolo IV prefigurazione del regno di Dio - paragrafo 43 " Ciò significa che doveva darlo all'unto Figlio di Davide , Gesù Cristo , che fu considerato il più abbietto degli uomini , tanto abbietto che fu infatti ingiustamente chiamato sacrilego , bestemmiatore , sedizioso beone e ghiottone , e fu messo al palo come uno schiavo colpevole....... e qui interruppi , come , messo al palo! Gesù fu messo in croce non al palo . ci fu un opera di convincimento nei miei confronto , ma fu inutile , il seguito è riportato nel primo commento sopra.

      Elimina

  3. (195) Intervista a Rolf Furuli, un vero fedele Testimone di Geova
    Fede & Credo

    5 set 2026 JW - i Testimoni di Geova
    Chi è veramente Rolf Furuli? Professore di antiche lingue semitiche, studioso della Bibbia e Testimone di Geova da 65 anni, Furuli racconta in questa intervista la sua lunga esperienza, il suo amore per la Bibbia e per Geova, ma anche le ragioni che lo hanno portato a criticare apertamente il Corpo Direttivo e a essere disassociato.

    Parleremo di fede, lingue bibliche, ricerca accademica, profezie, 1914, riscatto, risurrezione e del suo rapporto ancora profondo con i Testimoni di Geova.

    Un'intervista personale e senza filtri con un uomo che, nonostante tutto, continua a considerarsi un fedele Testimone di Geova.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ho ascoltato l’intervista. La cosa che mi ha colpito è che lui è stato cacciato e nonostante ciò li considera la vera religione. Conosce la Bibbia molto molto meglio dei membri del corpo direttivo e sa che non meritava la disassociazione. Li sostiene persino con l’insegnamento del 607, uno dei pochissimi accademici al mondo a farlo. Gli articoli della WT che parlano di questo probabilmente si basano sul libro che ha scritto lui. Ebbene loro hanno in Furuli un grande sostenitore che li critica solo sotto alcuni aspetti. Loro lo cacciano e lui li sostiene.

      Elimina
    2. Saroj ti ringrazio davvero per le tue parole, soprattutto per aver raccontato pubblicamente quella telefonata.
      La ricordo anch'io e mi fa piacere che tu abbia colto allora quello che sono semplicemente come persona, al di là delle etichette.
      La definizione che ti fu data di me dal CO mi fece certamente riflettere, ma oggi non provo rancore verso chi mi ha giudicato in quel modo. Una delle cose che ho imparato nel mio percorso è stata proprio questa: quando non si conosce una persona per quello che è realmente, diventa facile trasformarla in un'etichetta e poi giudicarla in base all'etichetta anziché alla persona.
      Ti ringrazio, in particolare per aver raccontato ciò che hai percepito da quella telefonata. Per me questo ha molto valore. Grazie!

      Elimina
  4. Ringraziamo Rocco per questa intervista e per il tempo che ci ha dedicato. I temi che ha portato con la sua esperienza, davvero difficile e indubbiamente sofferta, abbiamo la conferma che sono i soliti che hanno e stanno affrontando quotidianamente tanti fratelli. La sua figura, come purtroppo Saroj ha accennato, è stata decisamente osteggiata e potrei dire che a parte poche eccezioni in generale tutti da TG si giudicava negativamente in modo netto le posizioni di Rocco che con grande coraggio portava avanti nonostante l'ostracismo che ha subito e anche gli epiteti di "apostata" quando andava bene. Poi ovviamente ci asteniamo dal dare giudizi alle scelte che ognuno fa queste sono parte della propria vita e non sono e non possono essere oggetto di discussione a prescindere. Per ultimo ringrazio ancora per essersi di nuovo messo in discussione e aver condiviso con noi una parte così delicata e sofferta della vita. un caro saluto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio davvero per le tue parole e per il modo rispettoso con cui hai accolto la mia intervista.
      Raccontare alcuni momenti della mia vita non è stato semplice, perché certe ferite, anche quando sono passati molti anni, non scompaiono del tutto. Ma se ho deciso di farlo è soprattutto perché so che tante persone stanno vivendo, ancora oggi, interrogativi, sofferenze e situazioni molto simili alle mie.
      Non mi sento una persona speciale per quello che ho vissuto. Sono semplicemente un uomo che ha attraversato un percorso difficile, ha commesso anche i propri errori e, a un certo punto, ha dovuto imparare nuovamente a pensare e a vivere in autonomia e libertà.
      Se questa mia esperienza può servire anche a una sola persona per sentirsi meno sola o per trovare il coraggio di farsi una domanda sincera, allora penso che sia valsa la pena raccontarla.
      Grazie ancora per il tuo saluto e per la sensibilità con cui hai commentato.

      Elimina
  5. Ringrazio Rocco per questa intervista: se potessi, una domanda che vorrei fargli riguarda proprio il percorso sofferto: Nell' intervista dice che è stato contabile nelle assemblee di circoscrizione, e in quel periodo si usava raccogliere una cifra pro-capite a proclamatore che al mattino veniva consegnata da ogni congregazione al reparto contabilità assemblea. Esempio 5 euro a testa (per proclamatore) per 1500 presenti faceva 7500 euro, raccolti già prima della sessione mattutina. Di solito però un annuncio dal podio a metà giornata avvertiva di un deficit sulle spese di gestione rispetto alle contribuzioni ricevute nelle apposite cassette, con la certezza che entro la fine della giornata sarebbe stato ripianato. Non si faceva nessun accenno al fatto che le spese erano già state coperte fin dal mattino. La prova era che a fine assemblea avanzava sempre un cospicuo surplus che veniva scelto di inviare alla Betel invece di accantonarlo per coprire le spese delle assemblee successive o per la manutenzione del locale. Questa pratica è andata avanti per decenni. Mi metto nei panni di un contabile di assemblea, e mi immagino il conflitto con la coscienza sul mentire ed essere complice di questo trucco, per non definirlo peggio.
    Un contabile non ha alcun potere di astenersi o rifiutarsi di eseguire le direttive di mamma ORG, altrimenti sappiamo benissimo che fine fa. Mi piacerebbe sapere come Rocco, o chi come lui, ha affrontato questa situazione.

    RispondiElimina
  6. Assuero Ti ringrazio per la domanda, perché hai toccato un ricordo che, rileggendo le tue parole, è tornato dentro di me con una forza che non mi aspettavo.
    Sì, per diversi anni sono stato contabile nelle assemblee di Circoscrizione e di Distretto e posso confermare che la procedura che descrivi corrisponde a quella che ho personalmente applicato.
    Il sorvegliante di circoscrizione, il CO — e in passato anche il sorvegliante di distretto, il DO — mi consegnava il materiale e le istruzioni dettagliate sul funzionamento del reparto contabilità al momento dell'incarico molto tempo prima. Ricevevo durante il congresso l'elenco delle congregazioni, il numero dei proclamatori e il nome del sorvegliante che presiedeva. Ogni contabile della congregazione si presentava e consegnava l'assegno corrispondente alla quota pro capite e riceveva la relativa ricevuta, che veniva poi registrata nella contabilità della congregazione.
    Ma il ricordo che più mi colpisce oggi è quello di ciò che accadeva contemporaneamente con le contribuzioni raccolte durante l'assemblea.
    Ricordo ancora i fratelli incaricati del conteggio, spesso persone che lavoravano in banca, che insieme all'assistente e ai collaboratori contavano e ricontavano con la doppia verifica, il denaro separandolo per valuta e in blocchi. Tutto veniva controllato, vidimato e documentato con ricevute firmate da me e dall'assistente. Alla fine provvedevo al deposito in banca con procedure di sicurezza adeguate inclusa un'auto di scorta, perché gli importi erano tutt'altro che simbolici credetemi.
    Ed è proprio qui che nasceva il mio conflitto.
    Dopo aver visto con i miei occhi quanto denaro era già stato raccolto e dopo aver riportato sui fogli contabili i vari importi, mi capitava di ascoltare la lettura di un annuncio preparato dal CO nel quale si parlava di un "deficit" delle spese dell'assemblea e si invitavano i fratelli a contribuire ulteriormente, era oramai una prassi consolidata di sicuro successo tutte le volte.
    Ricordo che tutto questo mi faceva stare male. Dentro di me sentivo qualcosa che non riuscivo a mettere a tacere. Mi chiedevo: "Ma come posso parlare di un deficit quando so esattamente quali somme sono già state raccolte e contabilizzate?"
    Eppure ero lì per applicare le procedure che mi erano state impartite. Ero un anziano che aveva accettato e volevo continuare a esserlo ancora. Per me, allora, essere fedele significava anche dimostrare di essere ubbidiente alle disposizioni dell'organizzazione. Rifiutarmi di applicare quelle procedure avrebbe significato mettere in discussione la mia lealtà e, nella mia mente di allora, rischiare l'incarico e la fiducia che mi erano state accordate.
    Quindi continuavo a fare ciò che mi veniva richiesto, mentre dentro di me cresceva quella sensazione difficile da spiegare: mi sentivo sporco.
    Oggi riconosco che quello era uno dei segnali che la mia coscienza stava cercando di mandarmi. Per quarant'anni avevo cercato di essere un uomo fedele a Dio rispettando ciò che mi veniva impartito. Poi mi sono trovato davanti a situazioni nelle quali la mia coscienza non coincideva più con le direttive che avrei dovuto seguire.
    Ed è proprio questo il significato di quella frase nell'intervista.
    Non sto dicendo che allora avessi già capito tutto. Non lo avevo capito affatto. E non voglio nemmeno mettermi oggi nella posizione di giudicare le intenzioni di chi impartiva quelle disposizioni, a sua volte forse nelle mie stesse condizioni.
    Posso però dire una cosa con assoluta sincerità: quando una persona è costretta a scegliere tra ciò che la propria coscienza le dice essere corretto e ciò che deve fare per dimostrare di essere un "anziano fedele", prima o poi quella contraddizione presenta il conto.
    Per me, quel conto è arrivato.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Scusa Rocco ma le quote procapite di ogni proclamatore che le congregazioni vi dava per coprire le spese dell'assemblea che era una tassa obbligatoria.venivs conteggiata con le contribuzioni volontarie richieste a chi partecipava all'assemblea , o non facevano parte di tali contribuzioni?

      Elimina
    2. Ti ringrazio proprio tanto Rocco non solo per aver dato una ulteriore conferma a questa
      procedura molto discutibile, ma anche per aver condiviso con noi il tuo conflitto maturato
      in quelle situazioni. Quando ho scoperto questi stratagemmi, inizialmente me la sono presa con chi aveva le mani in pasta, a partire dai contabili in su, fino ad arrivare a chi aveva ideato un così scaltro meccanismo, considerandoli tutti complici. Poi però ho capito che anche persone oneste come te, non avrebbero potuto fare nulla per cambiare le cose, se non dimettersi dall'incarico. Mi sono immaginato una situazione dove un intero corpo di anziani si fosse rifiutato di partecipare alla quota prestabilita per l'assemblea, ecco cosa sarebbe successo:
      Il CO o il DO durante la verifica mattutina, si accorge che la congregazione TALDEITALI
      non ha effettuato il versamento procapite. Parte subito una indagine e l'intero corpo di anziani viene convocato d'urgenza giorni dopo: viene valutato se esiste un problema
      spirituale o di ribellione all'autorità teocratica, anche se si tratta in pratica del vil denaro.
      Gli anziani cercano di giustificarsi con il fatto che -stiamo mentendo ai fratelli-, ma
      questo li espone al rischio di creare divisioni interne, ribellione, mancanza di umiltà e
      di fiducia sul fatto che quel denaro è necessario per l'opera mondiale, e così lo stanno
      togliendo a Geova. Viene domandato loro se hanno ancora fede nella guida del Corpo Direttivo. Viene dato il tempo di provvedere entro poco a fare la loro parte. Gli anziani poi si riuniscono in privato e decidono di dare un forte segnale rifiutando questa pratica disonesta, soprattutto perchè sono ben visti e hanno l'appoggio di molti in congregazione che sono d'accordo col loro rifiuto, anche a motivo di problemi economici interni.
      Il CO invia un rapporto dettagliato alla filiale nazionale. Passano alcuni giorni e viene preso il provvedimento dal Comitato di Filiale di rimozione degli anziani non pentiti, con le motivazioni elencate sopra, la congregazione viene presa in carico da anziani e servitori delle congregazioni vicine. I fratelli però in maggioranza boicottano la nuova gestione e iniziano a radunarsi per discutere dell'accaduto: gli anziani rimossi per riconoscenza divulgano quanto loro accaduto. Scatta in breve l'accusa di apostasia e di creare divisioni, e partono le prime disassociazioni. La maggior parte dei fratelli non collabora coi nuovi nominati, così vengono sospese le parti dal podio, e gli incarichi. Vengono svolti discorsi sull'unità dei cristiani e sulla ribellione al pari di Cora. I fratelli per protesta bloccano tutte le contribuzioni. Dalla filiale procedono a modificare l'accesso ai conti bancari, e se la situazione persiste la congregazione viene sciolta, e i partecipanti riassegnati nelle città vicine dove saranno tenuti sotto osservazione. La sala del regno viene messa in vendita in quanto non esiste alcun appiglio legale che permetta ai membri locali di reclamarne la proprietà del locale o dei conti bancari.
      Quindi caro Rocco, una volta che si entra nel -giro- si rimane intrappolati, è stato ben congegnato.

      Elimina
    3. beth sarim..., Grazie, Rocco, prima di tutto per essere rimasto umano.
      Se non sbaglio ci siamo incrociati un paio di volte negli anni, se non ricordo male alla metà o fine degli anni ’80, alla Bethel di Roma.
      Tu accompagnavi un VIP, c'era un'adunanza in cui ricordo un commento molto forte e polemico di Magni e c'era anche un sorvegliante toscano che fu poi disassociato (non ne ricordo il nome) mi dicevano che per sopravvivere faceva il custode in qualche villa all'Elba o in Versilia, pare che fosse laureato in psicologia.
      Ti ho rivisto e ascoltato con piacere in Tv, ti chiederei come mai l'inchiesta de "La Zona Bianca" sia cessata così improvvisamente ma immagino tu non possa parlarne.
      Ma questo non è importante.
      La tua esperienza va ascoltata, non può essere commentata.
      Quanto alla gestione delle contribuzioni, lasciamo perdere, bisogna riconoscere che eravamo soltanto pecore al pascolo, chiamate a fornire lana e carne, niente di più.
      Nessuno di noi aveva davvero ruoli pastorali, né possedeva unguenti con cui lenire le ferite.
      Il sistema ci aveva relegati al ruolo di cani da pastore: dovevamo impedire al gregge di uscire dal recinto e riportare dentro chi provava ad allontanarsi.
      E a noi, cagnoni fedeli, bastavano due carezze sul muso per sentirci felici, scodinzolare e rimanere in attesa, ansiosi di essere ancora chiamati da quelle voci.

      Elimina
    4. Ciao Virgilio un caro saluto anche a te. Ti rispondo su questo punto, perché lo ricordo molto bene, avendolo gestito personalmente per diversi anni.
      Le due cose erano distinte.
      Prima dell’assemblea, le congregazioni ricevevano l’indicazione della cifra procapite prevista per ogni proclamatore. Il corpo degli anziani presentava alla congregazione una risoluzione per approvare il versamento dell’importo complessivo, che veniva prelevato direttamente dalla cassa della congregazione.
      Quando il contabile della congregazione arrivava al reparto contabilità dell’assemblea, consegnava quindi l’assegno relativo a quella somma e riceveva la regolare ricevuta del versamento.
      Queste somme, dunque, non facevano parte delle contribuzioni raccolte durante l’assemblea. I contabili delle congregazioni consegnavano gli assegni nel reparto contabilità all’inizio dell’assemblea e l'importo totale veniva contabilizzato separatamente dalle contribuzioni raccolte durante l’assemblea attraverso le apposite cassette.
      È proprio questa distinzione che, nel mio caso, rendeva ancora più forte il conflitto di coscienza di cui parlavo nel commento precedente: io vedevo e registravo personalmente le somme già versate dalle congregazioni sul modulo della gestione contabilità assemblea, successivamente, partecipavo anche alle procedure di conteggio e registrazione delle contribuzioni raccolte durante l’assemblea.
      Per questo, quando veniva poi comunicato dal podio che c'era un "deficit" e che occorreva contribuire ulteriormente, quella parola non mi lasciava indifferente. La mia difficoltà nasceva proprio dal fatto che conoscevo personalmente i numeri e le procedure.
      Questa è la mia esperienza diretta di quegli anni e per questo posso parlarne con certezza, senza avere la pretesa di dire come vengano gestite oggi le assemblee, perché sono fuori dall'organizzazione da molti anni.

      Elimina
    5. Intanto caro Rocco ti ringrazio per la precisazione anche io ero un anziano , ma mi sono dimesso , e quando si prelevava dal conto della congregazione . e si versava , come facevano tutte le congregazioni , , all'incirca con lo stesso numero di proclamatori , se era do circoscrizione una ventina di congregazioni e l'oratore menzionava all'inizio quanto costava l'assemblea , le contribuzioni ricevute e il deficit , a me i conti non tornavano , e mi facevo questa domanda se noi abbiamo versato 150 , e gli altri all'incirca la stessa cifra ( per indicare una cifra ipotetica) 150x20=3000, se la spesa dell'assemblea è di 2500. dovrebbero avanzare già 500 euro e non un deficit di 2000. Ecco spiegato l'arcano. Grazie caro Rocco della precisazione l'imbroglio della WTS e Cd ai loro adepti è doppio , i soldi li preleva più di due volte. di nuovo grazie.

      Elimina
    6. beth sarim..., sempre per Rocco, il sorvegliante di cui non ricordavo il nome era Casucci.
      Mi sembra che ci fossi anche tu a quella adunanza, fra il 1985 e il 1988.
      Perdonami se mi sono sbagliato, quando ti ho visto a "Zona Bianca" mi si é acceso un ricordo di questa adunanza molto brusca nei modi quanto come sempre inutile nella sostanza, io avevo una ventina d'anni, immagino tu fossi poco più grande.
      Un caro saluto

      Elimina
  7. Pubblicato l'elenco delle città che ospiteranno i congressi internazionali del 2027. Per l'Italia hanno scelto Bologna, perché? Si parla della buona cucina e della nuova sede betel (che non sarà ultimata); ma c'è una ragione che viene elencata prima di tutte: a Bologna è stata fondata la prima università del mondo occidentale! Sono passati 21 anni da quando a Monza Losh disse che andare all'università era come spararsi in bocca, ora l'università è diventata un luogo di pellegrinaggio. Mah

    RispondiElimina
    Risposte
    1. 1
      Rocco – Non ti conoscevo né sapevo di te, ho avuto il piacere di conoscerti ed apprezzare al talent show di “Zona Bianca”, dove sei stato un chiarissimo eccellente comunicatore, chiaro e incisivo, cristallino nelle spiegazioni documentate, capace di rendere semplici concetti complessi nei tuoi interventi e non come Don Chisciotte e Sancho Panza, erranti cavalieri della Trinacria.
      Il tuo racconto sull’ ESTORSIONE di denaro ai Congressi è molto accurato, ed è una critica pesante a cui la Betel italiana dovrebbe dare risposta e, a mio giudizio, giustificare, se può, il fatto che presenta un“deficit” in una situazione in cui erano già state raccolte e contabilizzate somme significative di denaro.
      Chiedo agli Angeli-Bricconi beteliti che avvallano il Rendiconto Contributivo del 5x1000 se non risulta fuorviante e moralmente problematico, l'annuncio che spinge i fedeli a versare altro denaro senza fornire loro un quadro trasparente delle somme già raccolte.
      Come ben osservi, la parte più preoccupante non è nemmeno la semplice richiesta di ulteriori contribuzioni, ma la pressione esercitata attraverso l'obbedienza all'organizzazione e il timore di perdere un incarico. Se un anziano riteneva di non poter seguire la propria coscienza senza rischiare la propria posizione, questo suggerisce un Sistema nel quale la lealtà organizzativa deve prevalere sulla libertà di giudizio e di coscienza individuale.
      Detto con altrettanta sincerità, la pratica appare quantomeno poco trasparente e merita una seria critica etica da parte di tutti i TdG che supinamente molto supinamente a 90°, “donano a Geova”.
      Rocco – Permettetemi di aggiungere e di esemplificare quanto hai scritto con qualcosa di estremamente concreto, numeri veri, denaro reale, contante sonante e, soprattutto, perfettamente liquido. Perché, a quanto pare, quando si parla di soldi nella WT è sempre utile fare un bel bagno di realtà (non umiltà). Il tutto, naturalmente, per rendere il quadro ancora più chiaro, limpido e trasparente ai TdG che, con encomiabile zelo e altrettanto encomiabile apertura del portafoglio, “donano a Geova” durante i congressi.

      Elimina
    2. 2
      Rocco - Permettetemi di tradurre quanto hai scritto nell’unico linguaggio che, stranamente, sembra diventare improvvisamente chiarissimo quando si parla di denaro: i numeri reali. Non metafore, non spiritualità, non generiche “benedizioni”, ma soldi veri, contanti sonanti, denaro liquido e rigorosamente prelevabile dal portafoglio.
      Perché, diciamocelo, per rendere il quadro davvero limpido ai TdG che partecipano ai Congressi e “donano a Geova”, nulla è più efficace di qualche cifra ben piazzata. A questo punto anche il più nebuloso dei concetti spirituali acquista una straordinaria concretezza, la fede può essere invisibile, ma il denaro che finisce nella cassetta delle contribuzioni è decisamente più tangibile.
      Insomma, mettiamo finalmente i DENARI sul tavolo, così magari, tra una “generosa disposizione del cuore” e un encomiabile zelo e altrettanto encomiabile apertura del portafoglio, “donato a Geova” durante i Congressi, qualcuno riesce persino a capire quanto costa concretamente tutta questa spiritualità.
      Esemplifichiamo > Congresso Circoscrizione di 1 giorno (cong. n. 22, procl. circ. n. 2.640)
      Contribuzioni (assegno) ricevute dalle 22 congregazioni € 10.560,00
      Ultimo congresso chiuso deficit € 601,00
      Fondo Circoscrizione € 7.358,00 (?)
      Spese Congresso sostenute € 4.813,00 (sottrarre € 1.750 per locale in affitto)
      Contribuzioni ricevute dalle cassette € 3.308,05
      Contribuzioni ricevute dalle cassette fine congresso € 4.108,00
      L’assemblea si chiude in deficit di € 1.045,00
      Denaro a CREDITO € 25.334,00
      Denaro a DEBITO € 6.459,00
      TOTALE € 25.334,00 - € 6.459,00 = € 18.875,00
      Così, i denari e le contribuzioni dei Testimoni di Geova (€ 18.875,00 denari di un solo giorno di Congresso) prendono la via dell’Irlanda. Altro che via del Regno dei Cieli! 😏
      A quanto pare, la destinazione finale delle generose donazioni non è proprio il paradiso, ma molto più prosaicamente l’Irlanda. “Donate alla WT”, perché evidentemente anche i soldi, prima o poi, devono compiere il loro viaggio spirituale… possibilmente oltre confine. 😂
      E non accenno nemmeno ai Congressi di due o tre giorni… Ma basta raddoppiare o triplicare gli importi e avrete già i totali. D’altronde, i numeri non sono poi così difficili da capire… almeno per i TdG che hanno voglia di farlo.

      Elimina
    3. C'è un altro aspetto da tenere presente @Olmo, mi è capitato diverse volte di ascoltare questi rendiconto di spese assemblea, a Leinì (TO) e più di una volta la cifra mi era parsa eccessiva poichè il locale non era in affitto ma di proprietà della CCTDG. Ma quanta energia elettrica si consuma in un giorno di 10 ore di programma? Mica avevano la potenza audio dei concerti di Vasco Rossi. E poi d'estate l'aria condizionata c'era solo per pochi eletti. Ipotizzando un consumo di 100 kW ogni ora si arriva a 500 euro, ma con 100 kW accendi 1000 lampade da 100 W, metti 1 kW per l'impianto audio... mah non capisco.
      Ok uno mi aveva spiegato che in quella cifra era spalmata anche la spesa per i lavori di ristrutturazione, ma da quanto ricordo non erano così frequenti, in ogni caso sarebbe stato corretto specificarlo nell'annuncio, e non dire "la spesa per questa assemblea è stata ... "


      Elimina
    4. 1
      Assuero C. – Per i locali di proprietà della CCTDG-WT, la pecunia, evidentemente, non si chiama semplicemente “denaro”. Sarebbe troppo diretto, troppo comprensibile. Il termine ufficiale, molto più elegante e spiritualmente rassicurante, è “Spese di Gestione” sale congressi. Durante un congresso, il DO Nenxxxi si premurò infatti di chiarire, testualmente: “Le spese di gestione NON sono le spese affrontate per un congresso, che ha dei costi limitati”. E fin qui tutto bene. O quasi.
      Poi arrivò il “pratico” esempio. Talmente pratico che me lo trascrissi pari pari negli appunti, così come ci fu sapientemente “imbonito” durante l’adunanza con gli anziani della circoscrizione. Il DO disse:
      • le Spese di Gestione di un congresso di un giorno ammontavano “attualmente” a 7.100,00 €, a fronte di un costo reale del congresso di 490,00 €;
      • le Spese di Gestione di un congresso di due giorni ammontavano “attualmente” a 13.500,00 €, a fronte di un costo reale di 1.070,00 €;
      • le Spese di Gestione di un congresso di tre giorni ammontavano “attualmente” a 21.200,00 €, a fronte di un costo reale di 3.420,00 €.
      Un sistema di gestione davvero ammirevole.
      Più il congresso costava poco, più le “Spese di Gestione” sembravano sentirsi moralmente obbligate a intervenire per colmare quella fastidiosa differenza. Una sorta di moltiplicazione finanziaria al contrario, meno si spendeva, più si pagava.
      Del resto, sarebbe ingeneroso definirla semplicemente una questione economica. C’era chiaramente dietro una sofisticata filosofia gestionale, fatta a tavolino, il costo reale è una cosa, quello che viene chiesto è un’altra, e chiamandolo “Spese di Gestione” tutto assume immediatamente un’aura di rispettabilità.
      Il DO ribadì poi più volte, quasi fosse necessario imprimercelo bene nella mente, che: “Le spese di gestione sono ripartite per ogni circoscrizione che ne fa uso durante l’anno”. Perfetto!
      Piccolo particolare, quasi insignificante, il locale era pure privo di aria condizionata. Ma evidentemente l’aria condizionata non rientrava nelle “Spese di Gestione”. Forse perché, a quelle cifre, sarebbe stato difficile giustificare anche il costo dell’aria.
      Con alcuni anziani di altre congregazioni, con i quali discutemmo successivamente della “faccenda”, il costo delle Spese di Gestione ci parve, diciamo così, alquanto generoso. E nacque spontanea una domanda, di quelle semplici ma evidentemente poco spirituali, chi aveva elaborato quei conti, rigorosamente a tavolino? Il DO, naturalmente, non ce lo disse. E guai, ovviamente, a chiedere spiegazioni. La trasparenza, evidentemente, aveva anch’essa le sue Spese di Gestione.

      Elimina
    5. 2
      Così il DO dispose che, alla fine di ogni mese, ogni congregazione che utilizzava la struttura contribuisse con 200,00 € per le Spese di Gestione, versandoli alla Congregazione Centrale e non al comitato della sala congressi. Perché?
      Perché evidentemente era importante che anche il percorso del denaro conservasse quel necessario alone di mistero. Mi fu poi riferito da alcuni anziani della circoscrizione, che molte congregazioni finirono immediatamente in passivo nei loro già modestissimi bilanci.
      Un risultato certamente degno di nota. Bastava applicare diligentemente le disposizioni del DO, avute dalla Betel, e, con un po’ di pazienza, il bilancio provvedeva da solo a diventare rosso nelle congreghe. Un vero miracolo amministrativo.
      Dopo circa due anni, finalmente, le Spese di Gestione furono ridotte da 200,00 € a 150,00 €, rispetto alle precedenti disposizioni del DO Nenxxxi. Una riduzione, quindi.
      A quel punto arrivammo persino a rimpiangere i locali presi in affitto, che all’epoca costavano, per un’intera giornata, meno di 700,00-800,00 €. Paradossalmente, il caro e vecchio affitto, con tutti i suoi difetti, aveva almeno il vantaggio di essere chiamato con il suo vero nome.
      Oggi, nei congressi, sembra invece che la CCTDG faccia un po’ come vuole, a seconda delle necessità finanziarie, delle richieste e, naturalmente, dei bisogni di denaro provenienti dai vertici Betel.
      Il meccanismo appare quindi straordinariamente semplice, si prende una spesa, la si definisce “gestione”, la si distribuisce, la si giustifica con qualche formula sufficientemente generica e, alla fine, qualcuno paga. E quel qualcuno, come da tradizione, sono sempre i fratelli e le sorelle. Perché, evidentemente, anche la pecunia ha bisogno della sua spiritualità. E, soprattutto, di un nome abbastanza elegante “Spese di Gestione” da non farla sembrare semplicemente e solo… pecunia.

      Elimina
    6. beth sarim..., La cosa strana è che ci eravamo resi conto di queste «stranezze», ma, nonostante alcuni ce le facessero notare e ci mettessero davanti alle incongruenze, eravamo pronti a tutto pur di difendere l’«opera divina», a combattere il tarlo del dubbio e persino a perseguitare chi aveva avuto il coraggio di farci semplici domande sul destino del denaro donato dai fedeli.
      Se a chiederci lumi erano parenti o amici del mondo, li evitavamo.
      Se a farci domande specifiche erano "fratelli" e "sorelle", li mettevamo a loro insaputa sotto sorveglianza speciale
      Vero, Olmo?
      Tutti quelli che sono stati anziani hanno, in qualche modo, difeso il sistema.
      Ma come è stato possibile arrivare a delegare ad altri la nostra coscienza?

      Elimina
    7. beth sarim… — Non solo ci eravamo resi conto di queste “stranezze”, ma ne eravamo diventati totalmente complici, se non addirittura esecutori consapevoli. Ed è verissimo quello che scrivi: «Se alcuni ce le facevano notare, eravamo pronti a tutto pur di difendere l’“opera divina”, a combattere il tarlo del dubbio e persino a perseguitare chi aveva avuto il coraggio di farci semplici domande».
      E se poi il fratello/sorella era recidivo nel chiedere spiegazioni, allora scattava inevitabilmente la procedura: all’Indice! E, se insisteva, un bel Sanbenito su misura, da indossare fino a vita natural durante. Perché, si sa, quando la Verità è assoluta, non c’è niente di meglio di un piccolo apparato inquisitorio come i CG, per tenerla al sicuro.
      Quante generazioni di giovani, bravi e capaci abbiamo distrutto in questo modo. Di questo mi rammarico profondamente. E forse il termine “rammarico” è persino troppo elegante per descrivere ciò che provo.
      -----
      beth sarim… — Leggendo il tuo post a Rocco, citi Caxxxxxi. L’ho conosciuto ed è stato ospite a casa mia più volte insieme alla moglie, deceduta. Non sapevo fosse stato disassociato, né che fosse laureato in psicologia (?); l’ho sempre ritenuto una brava persona.
      Prima del Covid, durante uno dei miei tanti viaggi da freelance, l’ho incontrato quasi per caso su un’isola dell’estremo sud dell’Italia, dove ora vive. Abbiamo discusso e ricordato tante cose. L’ho trovato stanco e demotivato, mi ha dato l’impressione di un distacco ragionato, maturato nel tempo.
      Mi fece davvero molto piacere incontrarlo. In fondo, a volte basta allontanarsi abbastanza dal “Paradiso Spirituale” per riuscire finalmente a vedere le cose con un po’ più di chiarezza.

      Elimina
    8. Esatto @Beth Sarim, la coscienza di chi era (o è ancora) a conoscenza del sistema: da una parte si giustifica che in tempo di guerra (teocratica) tutto è lecito, e ogni cosa va a Geova, come se Lui avesse bisogno di denaro, da un altro lato c'è la sicurezza direi matematica che chi si oppone alla "gestione" viene bloccato sul nascere. Io prima ho fatto un esempio di cosa succederebbe se un intero corpo di anziani si ribellasse (mi dicono sia successo in Francia) ma è un evento raro. Immaginiamo invece cosa capiterebbe a un solo anziano non collaborativo. E sono pure pochi quelli che rinunciano alla nomina o a alla carriera teocratica, che è sovente l'unica gratificazione che hanno nella vita.

      Elimina
    9. E' proprio così @Olmo, le assemblee viste come strutture genera-denaro sono una valida motivazione a un fatto che per anni non riuscivo a spiegarmi:
      Il 14 Ottobre 2000 si stava per abbattere sul Piemonte il ciclone Josefine, una tra le peggiori alluvioni, e ricordo bene la sera (era un sabato), la Protezione Civile aveva diramato sui telegiornali l'allerta e la disposizione di non mettersi in viaggio se non per motivi gravi. Il giorno dopo, Domenica, c'era l'assemblea a Leinì. Io mi sarei aspettato un giro di telefonate per annullare il congresso, a partire dall'ufficio stampa tdG verso le circorscizioni, e da qui i singoli anziani verso le famiglie. Non è successo nulla di tutto questo: la mattina di Domenica 15 Ottobre i fratelli han preso auto e bus per andare a Leinì, e (ma vah?) sono rimasti bloccati a causa dell'esondazione dei torrenti Malone e Stura. Ricordo che è dovuto intervenire un elicottero della Protezione Civile per portare farmaci ad alcuni partecipanti. Fortunatamente non vi furono feriti, ma quei deficienti degli organizzatori sbattendosene delle previsioni meteo e delle riprese satellitari che
      senza ombra di dubbio indicavano l'avvicinamento del ciclone Josefine, avevano
      preferito fare finta di niente, mica si poteva negare la cifra pattuita con il Moloch di Brooklyn. E ancora più deficienti i partecipanti, che al ritorno da quella esperienza elettrizzante, raccontavano di essersi sentiti come ai giorni di Noè. A me, che mi ero rifiutato di andare, mi era toccato pure ascoltare frasi del tipo: non sai che ti sei perso.

      Elimina
  8. Assemblee, congressi....per ogni singolo anno teocratico la filiale nazionale della WTS stila un piano di raccolta finanziaria nella costruzione del proprio bilancio (che ovviamente comprende anche quanto le viene chiesto da Patterson). Le assemblee, i congressi, sono i luoghi in cui viene applicata questa raccolta. Ci sono dei target finanziari da rispettare. I costi reali di conduzione sono il "cavallo di Troia" per inserire la realizzazione dei target di raccolta. E' una tecnica di mimetizzazione finanziaria. Per questo assemblee e congressi sono così importante per i bilanci della WTS. Non potrà farne a meno.


    RispondiElimina
    Risposte
    1. Infatti @Eraldo ieri nelle congregazioni della zona che sarà assegnata a Bologna sono stati letti alcuni lunghi e dettagliati annunci per i congresso internazionale. Quante disposizioni su hotel, servizio di volontariato, trasporti, logistica, accoglienza dei delegati… non finivano più! Si vede quanto ci tengono e il motivo principale lo hai detto tu. Poi servono anche a fidelizzare; l’unica cosa che ha un briciolo di appeal è la sensazione di far parte di una famiglia internazionale e su questa puntano per far restare gli adepti

      Elimina
    2. beth sarim..., Non ho idea di come venga concretamente preparato il bilancio annuale, ma non mi stupirei se le continue sollecitazioni a donare denaro contante avessero anche la funzione di sostenere o giustificare gli utili dichiarati.
      Il ricorso al contante, infatti, può rendere più difficile seguire con chiarezza la destinazione delle somme e, in determinate circostanze, può prestarsi a rappresentazioni del bilancio molto diverse dalla realtà economica sottostante.
      Non mi stupirei, quindi, se somme che durante l’anno risultano apparentemente “in attivo” finissero poi, attraverso la contabilizzazione delle varie voci, per trasformarsi in passività o comunque per non risultare più disponibili nel bilancio finale. Naturalmente non so se questo sia realmente ciò che accade: è proprio il modo in cui viene costruito il bilancio annuale che bisognerebbe poter verificare.
      Tutto può avvenire, miracolosamente.

      Elimina
  9. Ringrazio Rocco, Assuero C., Virgilio e Olmo per i contributi in questo thread. Le testimonianze sono precise, convergenti e, nel caso di Olmo, accompagnate da cifre concrete che rendono il meccanismo comprensibile a chiunque.

    Ho aggiornato la pagina del mio sito dedicata ai rendiconti pubblici del cinque per mille dei Testimoni di Geova aggiungendo una sezione specifica che cita questo thread come fonte, distinguendo come sempre tra ciò che è documentato ufficialmente e ciò che proviene da testimonianze dirette.

    https://www.infotdgeova.it/2organizzazione/cinque-per-mille.html#conferma

    (Se gli amministratori ritengono inopportuno questo tipo di segnalazione, cancellino pure il commento.)

    Achille Lorenzi

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Li ringrazio pure io per i loro contributi che rivelano il vero volto di questa organizzazione che ci ha resi schiavi per molto tempo prima di rompere le catene e mandarla a quel paese!
      Posto questo link che dimostra ulteriormente, vede circolare, quello che già è stato dimostrato con i vari commenti in questo post. Buona lettura.
      https://testimonidigeovachiedono.blogspot.com/2020/10/sollecitano-contribuzioni-anzi-no-o.html?m=0

      Elimina
    2. Grazie Achille. Nessun problema per la segnalazione. Per quanto ci riguarda, i riferimenti a contenuti esterni vengono valutati caso per caso, come facciamo normalmente con tutti i link. In questo caso riteniamo pertinente il riferimento, anche perché la tua pagina utilizza e cita contributi emersi proprio in questa discussione.

      Elimina
  10. Grazie Saroj, apprezzo la chiarezza. Mi fa piacere che il riferimento sia considerato pertinente.

    RispondiElimina

Grazie per il commento.