sabato 12 settembre 2026

10 domande a Massimo Impieri

1. Partiamo dall’inizio della tua storia. Come sei arrivato a conoscere i Testimoni di Geova e cosa ti convinse, allora, che quella fosse la vera religione? Che cosa ti aveva colpito maggiormente del loro messaggio?



Ho conosciuto i Testimoni di Geova da bambino, quando avevo nove anni. Cercavo Dio e mi ero allontanato dalla Chiesa Cattolica perché avevo visto dell’ipocrisia. Così, quando i proclamatori vennero a casa nostra, chiesi ai miei genitori di accettare uno studio biblico. Dopo qualche mese i miei genitori interruppero lo studio, mentre io continuai con grande entusiasmo. Ben presto mi iscrissi alla Scuola di Ministero Teocratico e, a dieci anni, tenni il mio primo discorsetto nella Sala del Regno. Iniziai anche come proclamatore e, a tredici anni, chiesi di battezzarmi. Avevo il sostegno dei miei genitori, anche se loro rimasero semplicemente interessati, senza coinvolgersi direttamente. Essendo solo un bambino, naturalmente non avevo gli strumenti per valutare criticamente tutto ciò che stavo imparando. Ai miei occhi, i Testimoni di Geova sembravano gli unici veri cristiani: erano persone che si impegnavano nella predicazione della buona notizia e che, almeno per quanto mi era stato insegnato, avevano mantenuto una posizione di neutralità durante le guerre mondiali che avevano sconvolto il mondo.


Dopo il tuo ingresso, hai iniziato a progredire all’interno dell’organizzazione. Come si è sviluppato il tuo percorso? Quali incarichi e responsabilità hai avuto e quanto eri coinvolto nella vita della congregazione? In quegli anni quanto eri convinto che l’organizzazione fosse effettivamente guidata da Dio?


Dopo il mio battesimo, durante le festività natalizie e nei periodi estivi mi impegnavo come pioniere ausiliario. A sedici anni divenni pioniere regolare. Poi, a diciannove anni, dopo aver trascorso quattro mesi in prigione a motivo della mia posizione di neutralità cristiana come Testimone di Geova, decisi di andare all’estero a predicare in Albania, perché in quel periodo era appena caduta la dittatura comunista atea. Ero convinto che la fine fosse imminente e desideravo salvare quante più persone possibile. Vi andai come volontario e pioniere regolare, ma, a motivo del grande bisogno che c’era in quel periodo, fui presto nominato pioniere speciale, servitore di ministero e, in seguito, anziano di congregazione. A quel tempo l’organizzazione era coinvolta praticamente nel cento per cento della mia vita. A parte qualche momento di svago, ogni mia attività era dedicata all’organizzazione. Fui anche incaricato di visitare le carceri albanesi, dove predicavo ai detenuti. Svolgevo regolarmente discorsi alle assemblee di circoscrizione e di distretto e, in un’occasione, fui mandato in Macedonia insieme ad altri fratelli per portarvi clandestinamente letteratura religiosa dell’organizzazione, da consegnare ai fratelli di quella nazione che erano al bando. Fino a quel momento avevo studiato praticamente tutte le pubblicazioni dell’organizzazione dagli anni Cinquanta fino al 2000. Ero quindi pienamente convinto che quella fosse l’unica via di salvezza per l’umanità. Credevo che la fine fosse imminente e anch’io predicavo con convinzione che, prima che fosse passata la generazione vivente nel 1914, sarebbe arrivata la fine di questo sistema umano, con l’avvento del Regno di Dio sulla terra. Tuttavia, ero una persona di mente aperta. Ogni anno leggevo una Bibbia diversa e non soltanto la Traduzione del Nuovo Mondo. Lessi persino il libro di Raymond Franz, Crisi di coscienza. Mi lasciò perplesso sotto alcuni aspetti, ma continuavo a vedere nel Corpo Direttivo una certa sincerità nelle sue intenzioni. Mi ripromisi di studiare con maggiore attenzione alcune delle Scritture citate da Raymond Franz, come Efesini 4:4, che sembravano indicare che per i cristiani esistesse una sola speranza e non due, come insegnava la Torre di Guardia. In quel momento non sapevo come rispondere a quelle obiezioni, ma accantonai la questione per mancanza di tempo.

3. A un certo punto, però, qualcosa ha iniziato a farti riflettere. Ci sono state esperienze che hai vissuto personalmente, oppure situazioni alle quali hai assistito, che hanno cominciato a mettere in crisi le tue convinzioni? C’è un episodio che, ripensandoci oggi, consideri particolarmente importante nell’inizio del tuo percorso di ricerca?

Essendo anziano e pioniere speciale, avevo veramente poco tempo per fermarmi a riflettere. Vivendo poi in un paese povero, in quel periodo, ho sempre visto l’amore genuino e sincero che esisteva tra i fratelli che vivevano in condizioni difficili. Questo non faceva altro che rafforzare la mia convinzione di essere nella “verità” e di essere protetto dal mondo. Inoltre, ho sempre percepito la mano di Dio nella mia vita in modi che per me erano meravigliosi. A quel tempo pensavo che questo fosse dovuto al fatto che stavo facendo esattamente ciò che Dio richiedeva da me. Ogni tanto, però, mi chiedevo come fosse possibile che l’organizzazione di Dio avesse annunciato in passato date precise per la fine del mondo senza che queste si fossero avverate. Cercavo comunque di spiegarmi la cosa ricordando che anche gli apostoli avevano avuto l’impressione che la fine sarebbe arrivata ai loro giorni.

Poi, all’inizio di ottobre del 2019, arrivò il nuovo intendimento sulle locuste di Gioele. Per circa settant’anni era stato insegnato che quelle locuste rappresentassero il popolo di Dio impegnato nella predicazione di casa in casa. In quella occasione, invece, fu spiegato che le locuste rappresentavano i nemici del popolo di Dio. L’aggiornamento venne pubblicato in italiano nella rivista di aprile 2020, ma, conoscendo l’inglese, avevo già avuto modo di conoscere la novità mentre veniva annunciata. Questo mi creò un problema di coscienza. Avevo in casa due antichi commentari biblici del Settecento e, con mia sorpresa, mi resi conto che entrambi presentavano interpretazioni molto più vicine a quella che l’organizzazione stava appena adottando. In quei commentari le locuste potevano essere interpretate come gli eserciti nemici del popolo d’Israele oppure come locuste letterali che avevano invaso la nazione al tempo del profeta. Rilessi quindi con grande attenzione il libro di Gioele e, per la prima volta, cominciai a mettere seriamente in discussione la vecchia interpretazione dell’organizzazione.

Mi chiesi: come era possibile che, oltre trecento anni prima, studiosi e chiese della cristianità — che secondo ciò che avevo imparato erano sotto l’influenza di satana — avessero potuto comprendere un aspetto che il presunto canale di Dio sulla terra aveva compreso soltanto nel 2019? Questo mi fece sorgere seri dubbi. A quel punto iniziai a studiare le varie dottrine alla luce della Bibbia, cercando di mettere da parte, per quanto possibile, ciò che avevo sempre dato per scontato. Per la prima volta mi resi conto che forse avevo costruito tutto il mio ragionamento su un presupposto che non avevo mai veramente verificato: che il Corpo Direttivo fosse il canale di Dio sulla terra. E se quello fosse stato il presupposto sbagliato? Dovevo verificarlo.

4. Quando una persona è profondamente coinvolta in un’organizzazione religiosa, tende spesso a spiegare le situazioni problematiche come errori di singoli individui. Nel tuo caso, quando hai iniziato a chiederti se alcuni problemi non fossero invece legati all’organizzazione stessa? E quali sono state le questioni che ti hanno spinto maggiormente ad approfondire?



Dopo aver compreso che l’interpretazione delle locuste di Gioele era cambiata radicalmente, volli leggere il libro di Carl Olof Jonsson, The Gentile Times Reconsidered. Quello studio ebbe un effetto molto importante su di me. Le evidenze storiche, archeologiche e astronomiche che esaminai mi convinsero che la data del 607 a.C. per la distruzione di Gerusalemme non fosse sostenibile e che la distruzione di Gerusalemme da parte dell’impero neobabilonese fosse avvenuta nel 587 a.C. Per me questo metteva in discussione una parte fondamentale della cronologia che portava al 1914 e, di conseguenza, anche molte delle interpretazioni profetiche costruite su quella data. Inoltre, le parole di Gesù in Luca 21:8 mi fecero riflettere profondamente. Gesù aveva avvertito i suoi discepoli di non seguire coloro che avrebbero annunciato la Sua venuta attribuendole caratteristiche che lui stesso non aveva indicato. Queste scoperte mi scossero profondamente. Lessi anche il secondo libro di Raymond Franz, Alla ricerca della libertà cristiana. Lo trovai molto interessante e, soprattutto, ricco di argomentazioni scritturali che mi spinsero a riesaminare molte delle mie convinzioni.

Poi accadde qualcosa di ancora più importante per me. Una notte, mentre stavo leggendo Apocalisse, capitoli 4 e 5, mi trovai davanti a una scena nella quale il Padre riceve adorazione e onore, ma nella quale anche il Figlio viene posto al centro della lode e dell’adorazione celeste. Quella lettura mi costrinse a riconsiderare radicalmente ciò che avevo sempre creduto riguardo a Gesù. Compresi che non potevo più considerarlo semplicemente come una creatura. Dovevo prendere molto più seriamente ciò che il Nuovo Testamento dice sulla Sua natura, sulla Sua relazione con il Padre e sull’onore che Gli viene attribuito. Quella notte, per la prima volta nella mia vita, mi rivolsi direttamente a Gesù e Gli chiesi perdono per non averLo mai ringraziato personalmente per ciò che aveva fatto per me: per essere morto per me. Era la fine del 2019 e, nel giro di appena due mesi, mi era crollato addosso un mondo intero. Le certezze che avevo considerato per decenni praticamente inattaccabili si erano sbriciolate. A quel punto compresi che il problema non riguardava semplicemente l’imperfezione degli uomini. Dovevo esaminare le fondamenta stesse del sistema dottrinale nel quale avevo creduto. L’imperfezione umana potevo comprenderla e tollerarla. Quello che non potevo più fare era insegnare come verità ciò che, dopo averlo studiato, ritenevo contrario alle Scritture.

5. Arriviamo al momento della tua uscita. Come si è sviluppato quel processo? È stata una decisione maturata lentamente oppure c’è stato un momento decisivo? E quanto è stato difficile separare ciò che avevi creduto per tanti anni dalla tua identità personale e dai rapporti con le persone che avevano condiviso con te quella vita?

Come anziano molto impegnato, negli ultimi anni, dopo essere tornato in Italia, avevo assistito anche a comportamenti molto deludenti da parte di alcuni di coloro che si definivano sorveglianti e anziani del gregge. Avevo visto favoritismi e lotte di potere che non mi appartenevano e che rendevano il mio incarico di anziano un peso sempre più difficile da sostenere. Tuttavia, voglio essere chiaro: non furono quei comportamenti a farmi lasciare l’organizzazione. Il punto decisivo fu ciò che avevo scoperto studiando le dottrine. Una volta che ebbi maturato la convinzione che alcuni insegnamenti fondamentali dell’organizzazione fossero sbagliati, in coscienza non me la sentivo più di farne parte come insegnante. Non potevo salire sul podio e insegnare cose che ormai ritenevo chiaramente sbagliate. Così, nell’aprile del 2020, diedi le mie dimissioni da anziano di congregazione, dopo ventinove anni dalla mia prima nomina ad anziano. Per la prima volta nella mia vita partecipai anche alla Cena del Signore, sebbene su Zoom, a motivo della pandemia. Senza dare spiegazioni, smisi di consegnare il rapporto di servizio come proclamatore e, dopo circa sei mesi, risultavo inattivo e non frequentavo più le adunanze. Amavo profondamente i fratelli e, proprio perché non volevo perderli, inizialmente non dissi nulla a nessuno.

Poi, circa tre anni dopo, leggendo Marco 4:21-22, dove Gesù parla della lampada che non deve essere messa sotto il moggio ma sul candeliere, compresi che non potevo continuare a nascondere ciò che Gesù aveva acceso nel mio cuore. Fino a quel momento avevo parlato con sei persone di cui mi fidavo e cinque di loro lasciarono l’organizzazione. A quel punto sentii però che dovevo parlare liberamente. Cominciai quindi a pubblicare nel mio stato giornaliero alcune pubblicazioni dell’organizzazione che, a mio giudizio, mostravano chiaramente quanto fossero cambiate alcune sue affermazioni nel corso del tempo. Per esempio, mostrai la copertina della Torre di Guardia del 15 ottobre 1984, che affermava in copertina che la generazione del 1914 non sarebbe mai passata. Dopo appena tre giorni, nei quali avevo pubblicato tre diversi messaggi, fui convocato telefonicamente dagli anziani per un comitato giudiziario che si sarebbe tenuto il giorno successivo. Dissi chiaramente che mi sarei presentato a una sola condizione: essere giudicato sulla base della Bibbia e non sulla base della letteratura dell'organizzazione. Quando questa condizione non venne accettata, decisi di non presentarmi e, proprio quel giorno, fui disassociato. Avevo sette giorni per presentare un reclamo e scrissi quindi un SMS alle persone che conoscevo in Italia, spiegando che ero stato disassociato dopo aver evidenziato quelle che consideravo false predizioni dell’organizzazione. Ricordai loro Luca 21:8 e Deuteronomio 18:20-22. Nonostante i numerosi messaggi che inviai, ricevetti una sola risposta. Mi venne detto che erano delusi perché stavo lasciando Geova. Da quel momento mi ritrovai completamente solo. Avevo servito l’organizzazione per oltre quarant’anni, rinunciando a molte cose e dedicando ad essa praticamente tutta la mia vita. Avevo portato nell’organizzazione decine di persone e avevo sempre cercato di servire in prima linea. Eppure, quando tutto finì, nessuno si prese il tempo di venirmi a parlare personalmente e in modo amichevole. Non provo rabbia per questo, ma certamente fu un momento estremamente doloroso.

6. Molte persone che lasciano i Testimoni di Geova, dopo aver perso fiducia nell’organizzazione, finiscono per mettere in discussione anche l’esistenza di Dio o la religione in generale. Il tuo percorso è stato diverso: hai lasciato l’organizzazione, ma sei rimasto un credente. Come sei riuscito a distinguere la delusione nei confronti dell’organizzazione dalla tua fede in Dio? E che cosa è rimasto della tua fede dopo quell’esperienza?


Comprendo benissimo chi perde la fede in Dio dopo un’esperienza simile alla mia. Io credo di non aver mai perso la fede in Dio, soprattutto a motivo della relazione personale con Lui che ho coltivato durante tutta la mia vita. Ho attraversato molte difficoltà personali e mi sono sempre rivolto a Dio per chiedere aiuto e per ringraziarLo. Ho percepito molte volte la Sua presenza e la Sua mano nella mia vita. Dopo così tante esperienze, per me è diventato difficile pensare che Dio non esista. Esperienze simili le ho avute anche dopo il mio risveglio dai Testimoni di Geova. Per molti anni avevo interpretato queste esperienze come una conferma del fatto che mi trovavo nel “popolo di Dio”. Ma già quando ero ancora Testimone avevo conosciuto persone sincere e credenti che non erano Testimoni di Geova e che raccontavano esperienze molto simili alle mie. Questo mi aveva già fatto sorgere una domanda: e se Dio amasse le persone molto più di quanto io avessi immaginato? E se la salvezza non dipendesse dall'appartenenza a una determinata organizzazione? Dopo la mia fuoriuscita questa convinzione si è rafforzata. Ho compreso che Dio guarda il cuore e la fede della persona, non semplicemente l'etichetta religiosa che porta. Ho anche compreso che gli uomini, nel corso della storia, hanno spesso costruito strutture religiose attorno alla fede e, a volte, hanno finito per identificare quelle strutture con Dio stesso. La tendenza umana è quella di seguire uomini. Io, invece, ho compreso sempre più chiaramente che l'unico che merita di essere seguito senza riserve è Gesù. In Marco 9:38-41, infatti, vediamo Gesù correggere i suoi discepoli proprio quando questi pensavano che una persona dovesse appartenere al loro gruppo per poter operare nel Suo nome. È per questo che non ho perso la fede. Dio non ha nessuna colpa per gli errori che gli uomini possono commettere in Suo nome. Se avessi prestato maggiore attenzione alle parole di Gesù quando ero più giovane, probabilmente avrei fatto molte scelte diverse. Ma quando ho conosciuto i Testimoni avevo soltanto nove anni. Quindi oggi cerco di non guardare a quegli anni con rabbia. Riconosco anche la mia responsabilità, ma riconosco soprattutto che Dio mi ha accompagnato durante tutto il percorso, anche attraverso i miei errori. La mia fede non è cambiata: si è arricchita. Il mio lungo percorso tra i Testimoni di Geova mi ha reso, credo, una persona migliore. Non provo odio né rancore nei loro confronti. Al contrario, continuo ad amare molte delle persone che ho conosciuto in quel mondo. Porto nel cuore tantissime esperienze belle che ho vissuto e, invece di guardare continuamente indietro con amarezza, preferisco andare avanti verso una maggiore maturità, desideroso di continuare a imparare.

7. È proprio questo percorso che sembra aver caratterizzato anche la tua attività successiva, fino alla nascita e alla gestione di “Fede e Credo”. Come è nato il canale e quale obiettivo ti sei posto? Oggi che cosa cerchi di offrire alle persone che ti seguono: una critica ai Testimoni di Geova, un approfondimento biblico, una ricerca della verità cristiana, oppure qualcosa che va oltre queste definizioni?

Il mio canale, “Fede e Credo”, è nato in un momento di grande disperazione. Mi trovavo completamente solo. Lavoravo stabilmente di notte, spesso da solo, e, dopo essere stato disassociato, non avevo più persone con cui parlare della mia fede, né di notte né di giorno. Eppure avevo un grande desiderio di poter parlare ai miei fratelli Testimoni di Geova, persone che avevo sempre amato profondamente. Ma non sapevo come fare. Un giorno supplicai il Signore di aiutarmi a poter parlare e aiutare almeno un Testimone di Geova. Mi sembrava una richiesta assurda e quasi impossibile da realizzare. Per questo Gli chiesi semplicemente di aiutarmi a parlare con una sola persona. Mi sembrava già qualcosa di enorme e umanamente quasi impossibile. Nei giorni successivi mi venne l'idea di realizzare dei video su YouTube. La respinsi immediatamente. Non avrei mai voluto fare una cosa del genere. Non è nella mia natura. Faccio fatica a esprimermi e non sapevo assolutamente come registrare o montare un video. Non avevo neppure le attrezzature necessarie. Eppure quel pensiero continuava a tornare. Dopo circa due mesi di resistenza, decisi di provare. Cominciai a realizzare video senza sapere praticamente nulla di montaggio, immagini, testi o editing. Mi sono semplicemente buttato. Qualche mese dopo conobbi un altro fuoriuscito, un fratello anziano molto bravo con la tecnologia, che si offrì amorevolmente di aiutarmi. Francesco mi fu di grandissimo aiuto e, con molta pazienza, mi insegnò le basi dell'editing. A quel punto la qualità dei miei video migliorò.

Inizialmente lo scopo dei miei video era rivolto quasi esclusivamente ai Testimoni di Geova. Nel primo anno fui letteralmente sommerso ogni giorno da moltissimi messaggi privati di Testimoni che mi ringraziavano per i video e mi raccontavano le loro difficoltà, alcuni dei quali cercavano anche aiuto per lasciare l'organizzazione. Per quanto ricordo, almeno una decina di persone mi ha scritto espressamente dicendomi che proprio attraverso i miei video aveva compreso alcuni problemi dell'organizzazione e aveva deciso di lasciarla. Questo mi fece pensare alla preghiera che avevo fatto. Non sto naturalmente affermando di essere uno strumento speciale attraverso il quale Dio fa conoscere la verità. Dico semplicemente che cerco di aiutare, secondo le mie capacità, chi si trova in difficoltà. Dio può usare molti mezzi e molte persone, e io sono soltanto una delle tante persone che cercano di fare qualcosa di buono.



8. Attraverso “Fede e Credo” hai avuto modo di incontrare e intervistare persone con esperienze molto diverse, comprese persone provenienti dal mondo dei Testimoni di Geova. C’è stata un’intervista, una testimonianza o un incontro che ti ha particolarmente toccato e che ha lasciato un segno nel tuo percorso? Che cosa hai imparato da quella persona?

Ho intervistato molte persone: Testimoni di Geova e non, credenti e non credenti. Ognuna di loro mi ha insegnato qualcosa, sia in positivo sia, qualche volta, anche in negativo. Mi ha colpito vedere come la fede e la ricerca di Dio abbiano influito sulla vita di persone molto diverse tra loro. Cerco di imparare da tutti, anche quando personalmente non condivido tutto ciò che dicono. Una delle cose che ho imparato è che non dobbiamo rinchiudere Dio in una scatola, come invece facevo quando ero Testimone di Geova. Se non comprendo qualcosa, questo non significa necessariamente che quella cosa sia falsa. Il limite potrebbe essere semplicemente mio. Per questo cerco di rimanere di mente aperta. Quando intervisto una persona non credente, per esempio, non parto dal presupposto che sia semplicemente “sbagliata”. Cerco di capire che cosa l'abbia portata a perdere la fede. Ho compreso che la ricerca della verità è un processo continuo. Io stesso non ho ancora ricevuto risposte soddisfacenti a tutte le mie domande. Ma questo non mi spaventa. Significa semplicemente che il mio percorso non è ancora terminato. Dalla mia esperienza ho imparato soprattutto a fidarmi di Dio, un po' come un bambino si fida dei propri genitori. Queste lezioni non le ho imparate da una sola persona, ma da molte delle persone che ho incontrato.



Ci sono però due esperienze specifiche che vorrei ricordare. La prima riguarda il mio amico Rolf Furuli. Rolf è una persona con una preparazione notevole nel campo delle lingue antiche e con la quale ho avuto modo di confrontarmi anche personalmente. Ciò che mi ha colpito della sua testimonianza è stato vedere come, nonostante la sua uscita dall'organizzazione e le sue forti critiche nei confronti di alcuni insegnamenti e decisioni del Corpo Direttivo, egli continui a considerare i Testimoni di Geova la vera religione. Io posso non condividere questa conclusione, e naturalmente ho le mie domande al riguardo. Ma non voglio giudicare le sue motivazioni né mettere in dubbio la sua sincerità. Anzi, proprio la sua posizione mi ha costretto a riflettere su qualcosa di molto importante. Ho capito che conoscere molte cose non significa necessariamente arrivare tutti alle stesse conclusioni. Le nostre convinzioni non dipendono soltanto dalle informazioni che possediamo. Entrano in gioco anche la nostra storia personale, le nostre esperienze, i nostri affetti e il modo in cui abbiamo costruito la nostra identità spirituale. Questo vale per Rolf, ma vale anche per me e, credo, per tutti noi. Negli anni gli avevo scritto ponendogli delle domande su come fosse possibile continuare a sostenere determinate posizioni dopo quelli che io consideravo fallimenti profetici. Ma l'intervista mi ha insegnato che non basta chiedersi: “Quali informazioni possiede questa persona?” Bisogna anche cercare di comprendere il percorso che l'ha portata a quelle conclusioni. E questo non significa necessariamente che quella persona abbia torto. Significa semplicemente che dobbiamo imparare a confrontarci con le persone senza presumere di conoscere il loro cuore.



La seconda esperienza riguarda un'intervista che, almeno per ora, non è mai stata realizzata. Avevo chiesto a un fratello, anche lui risvegliato e molto conosciuto sul web, di raccontare davanti alla telecamera sul mio canale il suo risveglio e il suo successivo impegno per aiutare i Testimoni di Geova. Lui però preferì rifiutare perché non voleva dare l'impressione di sostenere le mie convinzioni sulla natura di Dio. Gli proposi anche di specificare chiaramente nell'intervista che non condivideva tutte le mie convinzioni, ma decise comunque di non partecipare perché mi considerava un apostata. Non voglio giudicare neppure lui. Quell'esperienza, però, mi ha fatto riflettere profondamente sul rischio che corriamo tutti quando una convinzione teologica diventa un criterio per escludere una persona. Posso non condividere le tue idee senza per questo smettere di considerarti mio fratello. E posso essere convinto di qualcosa senza pretendere di avere compreso tutto. Dopotutto, come possiamo pensare di avere compreso pienamente la persona di Dio? Queste due esperienze mi hanno insegnato ancora di più quanto sia importante rimanere umili. La verità non dovrebbe renderci arroganti. Se ciò che crediamo ci porta a considerarci superiori agli altri o a escludere chi non la pensa come noi, allora credo che dovremmo fermarci e riesaminare noi stessi.

9. Vorrei ora parlare a chi si trova dall’altra parte del percorso. Immaginiamo un Testimone di Geova che comincia ad avere seri dubbi: scopre aspetti della storia dell’organizzazione che non conosceva, trova incongruenze dottrinali o non riesce più ad accettare alcune pratiche, ma ha paura di cercare informazioni perché teme di essere considerato apostata. Che cosa gli consiglieresti? Come può indagare onestamente senza farsi guidare né dalla paura né dalla rabbia?

Il mio consiglio principale è: confida in Dio. Credo che Dio ami sinceramente chi sta lottando per cercare risposte. Per questo non dobbiamo avere paura di fare domande. Io credo che Dio non guardi soltanto a ciò che abbiamo compreso, ma anche alla sincerità con cui Lo abbiamo cercato. Per me la verità ultima non è semplicemente un insieme di informazioni corrette: la verità ultima è Dio. Chi cerca sinceramente la verità, in un certo senso, sta cercando Dio, anche se non se ne rende conto. Nessuno di noi ha compreso tutta la verità. Perciò è puerile ergersi al di sopra degli altri come se noi possedessimo una conoscenza completa. Il mio consiglio, quindi, è di non avere paura di investigare e di rimanere sempre di mente aperta. C'è una famosa frase che dice che la mente è come un paracadute: funziona soltanto quando è aperta. La Bibbia stessa ci invita a esaminare ogni cosa e a ritenere ciò che è buono. E qui vedo una certa ironia: questo è esattamente ciò che i Testimoni di Geova consigliano alle persone che appartengono ad altre religioni. Ma la stessa libertà di investigare diventa molto più difficile quando la persona comincia a mettere in discussione l'organizzazione alla quale appartiene. Io direi quindi a quella persona di non avere paura delle domande. Se la verità viene da Dio, non può avere paura della verità.

10. Vorrei concludere proprio sul rapporto tra fede e organizzazione. Se oggi potessi parlare con il Massimo di quando eri Testimone di Geova, cosa gli diresti? E a una persona che sta scoprendo che l’organizzazione nella quale ha creduto per anni potrebbe essere in errore, ma che teme che abbandonarla significhi necessariamente perdere anche la fede in Dio, cosa diresti?

Direi innanzitutto al Massimo di allora di non avere paura di cercare. So quanto sia difficile accettare l'idea che quella che consideravamo l'organizzazione di Dio possa, in realtà, non esserlo. Ci sono persone all'interno dell'organizzazione che hanno compreso che vengono commessi degli errori, ma non sanno dove andare e questo le trattiene al suo interno. Tutto nasce, almeno in parte, dall'idea che Dio abbia sempre avuto un'unica organizzazione sulla terra e che, se non appartieni a quella organizzazione, non puoi essere salvato. Viene spesso fatto l'esempio dell'arca di Noè. Ma dobbiamo stare attenti a non trasformare un racconto biblico in una regola che la Bibbia stessa non stabilisce. Prima di Mosè troviamo uomini come Enoc, Noè, Abraamo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe che hanno avuto una relazione personale con Dio senza appartenere a un'organizzazione religiosa mondiale nel senso moderno del termine. Con Mosè Dio formò una nazione, Israele, con uno scopo preciso. Ma l'appartenenza a quella nazione non garantiva automaticamente il favore di Dio. La storia biblica mostra infatti che Israele si è frammentato, fu spesso infedele e che molti di coloro che appartenevano al popolo furono comunque giudicati da Dio. Gesù stesso fece una distinzione importantissima tra la posizione ufficiale dei capi religiosi e la loro condotta. In Matteo 23:2-3 disse degli scribi e dei farisei: «Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno». Quindi essere associati al popolo di Dio non significava automaticamente che Dio approvasse tutto ciò che facevano i suoi leader. E lo stesso principio deve spingerci a riflettere anche sulla storia del cristianesimo. La comunità cristiana nata con gli apostoli non rimase immune dall'infedeltà umana. Nel corso dei secoli anche il cristianesimo si è frammentato, si è istituzionalizzato e, in molti casi, ha tradito gli insegnamenti di Gesù. Questo mi ha portato a una conclusione importante: Dio non ci chiede di seguire degli uomini al posto di Cristo. Quando una struttura religiosa si allontana da Dio, la fedeltà a Dio può richiedere anche di prendere le distanze da quella struttura. Apocalisse 18:4-5 contiene un invito molto forte: «Uscite da essa, o popolo mio, affinché non siate complici dei suoi peccati». È interessante che Dio dica: “Uscite”, ma non dica immediatamente una nuova organizzazione alla quale aderire. Io ho applicato questo principio alla mia esperienza.

Per me, a un certo punto, l'organizzazione dei Testimoni di Geova era diventata ciò da cui dovevo uscire. Per qualcun altro potrebbe essere un'altra struttura religiosa. Non credo che tutti debbano necessariamente fare il mio stesso percorso. Credo però che ognuno debba essere disposto a riconoscere ciò che si è frapposto tra lui e Dio e avere il coraggio di allontanarsene. E qui arriviamo al punto più importante. Se esco da un'organizzazione, dove vado? Per me la risposta non è stata: “Devo trovare immediatamente un‘altra organizzazione”. La mia risposta è stata: “Vado da Gesù”. Gesù dice in Matteo 11:28: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo». “Venite a me”. Non dice: “Venite a una struttura religiosa”. Dice: “Venite a me”. Ed è quello che ho cercato di fare. Ho lasciato ciò che consideravo una struttura religiosa che mi impediva di seguire la mia coscienza davanti a Dio, ma non ho lasciato Cristo. Anzi, per me è accaduto esattamente il contrario: lasciando un’organizzazione, ho scoperto ancora di più la persona di Gesù. Conosco già l’obiezione che potrebbe essere fatta: Gesù ha comandato di predicare il Vangelo in tutto il mondo e, per farlo, servono persone, mezzi, denaro e una certa organizzazione. È vero. Ma una cosa è riconoscere che i cristiani hanno bisogno di organizzarsi per svolgere un’attività; un’altra cosa è trasformare quella struttura in un mediatore indispensabile tra Dio e l’uomo. La Bibbia ci mostra che Dio ha usato Israele, pur non approvando tutto ciò che Israele faceva. E nel corso della storia Dio ha permesso che il messaggio cristiano raggiungesse persone attraverso strutture e chiese diverse. Ma lo scopo della predicazione non è portare le persone a un’organizzazione o religione. Lo scopo è portarle a Cristo. E qui, per me, c’è la differenza fondamentale. La nostra salvezza non dipende dall’appartenenza a un’organizzazione umana. Dipende da Cristo. Gesù dice in Giovanni 10:9: «Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato». E in Giovanni 14:6: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Paolo scrive in 1 Timoteo 2:5: «Vi è infatti un solo Dio, e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo». Gesù dice in Giovanni 6:37: «Tutto quello che il Padre mi dà verrà a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori». E in Atti 16:31 leggiamo: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato». Infine, Atti 4:12 dice: «In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati». E allora, se oggi potessi parlare con il Massimo di quando ero Testimone di Geova, gli direi una cosa che allora non avrei mai immaginato: Non avere paura di perdere un’organizzazione, se nel farlo puoi trovare Cristo. Perché oggi credo che la nostra moderna “arca di Noè” non sia una religione umana. La nostra arca è Gesù. Come l’arca rappresentava per Noè il luogo della salvezza attraverso il giudizio, così per noi Cristo è colui nel quale troviamo salvezza. Non abbiamo bisogno di cercare un’altra organizzazione che ci garantisca la salvezza. Abbiamo bisogno di entrare attraverso la porta. E la porta è Cristo. “Venite a me”. Questa è stata, e continua a essere, la mia risposta.

 

7 commenti:

  1. Nel Blog Fede & Credo su YouTube ho condiviso la mia esperienza — con lo pseudonimo di Barnaba — grazie al prezioso lavoro di Massimo Impieri.

    Massimo non solo ha prestato la sua voce, ma ha curato ogni dettaglio dell’impaginazione con una dedizione certosina, permettendomi di raccontare questo percorso in modo limpido e armonioso.

    L’intero cammino si è sviluppato in nove video, ora conclusi:
    N. 140 – Confidenze di un ex TdG
    N. 152 – Le dinamiche psicologiche e i meccanismi di controllo
    N. 157 – Il pioniere e lo spirito aziendale nei TdG
    N. 165 – Dal NO al Sì – Il Corpo Direttivo e l’Università
    N. 172 – Il potere degli anziani e della casta tra i TdG
    N. 180 – Il potere degli anziani tra i TdG
    N. 181 – Disassociazione: 5 errori che la Scrittura smentisce
    N. 196 – Vaccino: è stata libertà o imposizione?
    N. 197 – Luce progressiva o a zigzag?

    Desidero ringraziare Massimo per la sua cooperazione fraterna e per avermi permesso di dare voce a questa testimonianza.

    Ringrazio con affetto anche gli amministratori dell’Osservatore Teocratico e tutti voi che avete letto i miei post e postato dei commenti: la vostra attenzione, il vostro rispetto e la vostra sensibilità sono stati un dono.
    Se queste riflessioni hanno portato luce, pace o anche solo un piccolo seme di verità, allora il tempo condiviso ha avuto valore.
    Continuiamo a cercare Cristo con cuore libero, sincero e riconoscente.
    Un caro saluto a ciascuno di voi.

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    1. Ho seguito la serie su Fede e Credo con molto interesse. Grazie a te e a Massimo per il lavoro svolto, davvero molto edificante e istruttivo.

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  2. Precisiamo che Barnaba di OT e quello delle esperienze non sono la stessa persona.
    Ah Resilié, ma un altro nik no eh?! ;)

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    1. Ah Barnaba, figurati: ormai è chiaro che **sono lo stesso Barnaba dell’esperienza raccontata su Fede & Credo**, quindi io e te non siamo la stessa persona.

      Ho scelto *Barnaba* perché “figlio di conforto” rispecchia ciò che i fratelli hanno testimoniato di me: per grazia, qualcosa di buono è stato trovato.
      Qui mi presento come **Ilresiliente**, mentre su *Fede & Credo* uso il nome **Barnaba**.
      Massimo l’ha ricordato anche nell’ultimo video: sì, sono proprio **Ilresiliente dell’Osservatore Teocratico**.

      Più chiaro di così…

      Un abbraccio con affetto.

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  3. G. 22/5 1969
    Che tu sia giovane o vecchio, devi
    affrontare il fatto che
    questo sistema non cambierà
    la sua direzione.
    Sotto l'influenza di Satana,
    continuerà a deteriorarsi
    rapidamente nei suoi anni rimanenti.

    La verità di ciò si può
    vedere nelle statistiche sulla criminalità.

    PER I
    GIOVANI?
    ovunque. Negli Stati Uniti

    l'FBI ha riportato che nel 1968 c'è stato

    SVEGLIATI!

    un fantastico aumento del 17% della criminalità rispetto al 1967. Questo si è aggiunto a
    molti anni di altri forti aumenti. La

    popolazione, tuttavia, è cresciuta solo dell'1% l'anno scorso. Quindi la criminalità è esplosa diciassette volte più velocemente della popolazione!

    Se sei giovane, devi anche
    affrontare il fatto che non invecchierai mai in questo sistema attuale. Perché? Perché tutte le prove a sostegno delle profezie bibliche indicano che questo sistema corrotto è destinato a finire tra pochi anni.

    Riguardo alla generazione che ha assistito all'inizio degli "ultimi giorni" nel 1914, Gesù

    predisse: "Questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano accadute" (Matteo 24:34).

    Pertanto, da giovane, non potrai mai realizzare nessuna delle carriere che questo sistema

    offre. Se frequenti le scuole superiori e stai pensando all'università, significa

    almeno quattro, forse anche sei o otto anni
    di studio in più per laurearti e intraprendere una carriera specializzata. Ma dove sarà questo sistema a quel punto? Sarà già sulla buona strada per la sua fine, se non addirittura scomparso!
    Ecco perché i genitori che basano la loro vita sulla Parola profetica di Dio trovano molto più pratico indirizzare i propri figli verso mestieri che non richiedono lunghi periodi di studio. E mestieri come la falegnameria, l'idraulica e altri ancora saranno utili non solo ora, ma forse ancora di più nell'opera di ricostruzione che avrà luogo nel nuovo ordine di Dio.

    Grazie a questi mestieri pratici, molti giovani sono riusciti a mantenersi con un lavoro part-time. Questo permette loro di dedicare molto più tempo ad aiutare le persone interessate ad apprendere i requisiti di Dio per la vita, studiando la Bibbia insieme a loro.
    È vero, coloro che non comprendono la nostra posizione nel flusso del tempo dal punto di vista di Dio considereranno tutto ciò impraticabile.
    Ma cosa è veramente pratico: prepararsi per un ruolo in questo mondo che presto passerà? o lavorare per sopravvivere alla fine di questo sistema e godere della vita eterna nel nuovo giusto ordine di Dio?

    -1 Giovanni 2:17.

    In questi tempi difficili, mentre questo sistema malvagio si contorce nelle sue agonie, questo consiglio della Parola di Dio è quanto mai pratico per tutti coloro che desiderano continuare a vivere: "Figlio mio,

    non dimenticare la mia legge e osserva i miei comandamenti,
    il tuo cuore li osservi, perché

    ti saranno aggiunti giorni lunghi, anni di vita e pace" (Proverbi 3:1, 2).

    - 7i". wo.~ • .p •• }:J1l~liclr Al4lli4." w

    • L'apostolo Paolo scrisse che "le opere buone sono pubblicamente manifeste" (1 Timoteo 5:25).
    Una testimone di Geova in California ha sperimentato la veridicità di queste parole quando ha iniziato a studiare la Bibbia con una donna. Inizialmente la donna si presentava regolarmente agli appuntamenti concordati. In seguito, la donna ha iniziato a saltare alcuni dei suoi studi e a volte non era a casa quando la testimone la chiamava. Tuttavia, il Testimone perseverò pazientemente e fedelmente, trovandola a casa una volta e non trovandola a casa molte altre volte. Questo andò avanti per mesi. Un mese il Testimone non la trovò a casa nemmeno una volta! Alla sua ultima visita, il Testimone iniziò a scrivere alla donna un piccolo biglietto da lasciare sulla porta. Una vicina chiamò il Testimone e questi andò a trovarla. La vicina disse al Testimone: "Ti ho vista venire a casa sua settimana dopo settimana e ho notato che raramente c'è quando vieni. Vorrei che iniziassi a venire a trovarmi. Vorrei studiare la Bibbia!"

    https://www.latimes.com/archives/la-xpm-1995-11-04-me-64883-story.html

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  4. Una testimonianza davvero intensa e sincera.
    Mi ha colpito soprattutto il coraggio di mettere in discussione convinzioni profonde senza perdere la fede in Dio, non tutti ne sono capaci, io meno che altri.
    Il messaggio che emerge con forza è che la ricerca della verità richiede umiltà, onestà e una mente aperta, e che anche dopo esperienze dolorose si può continuare a guardare avanti senza odio né rancore..., beato te Massimo.
    Molto bello anche il richiamo a mettere Cristo al centro del proprio percorso di fede.
    Seza dubbio una storia che fa riflettere e che trasmette un messaggio di speranza e libertà vera a tutti i TdG (attivi ed inattivi) che leggono OT.
    Un abbraccio Massimo.

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    1. Sono Massimo Impieri. Grazie Olmo per il tuo commento. Contraccambio il tuo abbraccio.

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Grazie per il commento.