sabato 15 agosto 2026

La carità e la Società Torre di Guardia


assembela come la immagina l'IA
Cari amici, recentemente ho visto fotografie di persone sorridenti e apparentemente serene, partecipanti alle assemblee estive: volti felici, spillette celebrative appuntate sugli abiti, persone riunite nonostante il caldo per ascoltare come avvicinarsi all’Eterna felicità promessa dalla WT, una speranza che essa fonda sulle promesse contenute nel Libro dei Libri.
Secondo la WT, il futuro dell’umanità fedele sarà una vita eterna su una terra trasformata in un paradiso. Ma forse vale la pena fermarsi un momento e chiederci: come viene realmente immaginato questo paradiso?
Più ancora delle parole, sono le immagini a comunicarne l’idea. Un paradiso terrestre popolato da persone sorridenti e serene, che vivono in armonia, sedute davanti a case accoglienti, circondate da abbondanza e bellezza. Tavole imbandite con frutti di ogni genere, caraffe di bevande fresche, paesaggi spettacolari, animali mansueti, bambini felici: un quadro che evoca pace, sicurezza e assenza di sofferenza.
È un’immagine certamente affascinante.
Chiunque desideri un mondo migliore può facilmente riconoscersi in una rappresentazione simile.
Ma esiste una domanda forse ancora più importante: quanto spazio viene dato alla qualità interiore dell’uomo che dovrebbe abitare quel mondo?
L’apostolo Paolo, quando nella sua prima lettera ai Corinti parla delle cose veramente essenziali, non descrive il futuro attraverso condizioni materiali perfette, ambienti splendidi o una vita priva di difficoltà. Indica invece qualcosa di molto diverso:
“Se parlo le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho amore, sono divenuto un pezzo di rame risonante o un cembalo squillante. E se ho il dono di profezia e conosco tutti i sacri segreti e tutta la conoscenza... ma non ho amore, non sono nulla”.
Per Paolo, il fondamento della vita con Dio non è innanzitutto ciò che una persona possiede, conosce o spera di ricevere, ma ciò che è diventata interiormente.
La carità cristiana, l’ AGAPE, non coincide semplicemente con un atteggiamento gentile o con un comportamento educato.
Non è soltanto un sorriso, una buona relazione tra persone che condividono la stessa fede o una forma di cordialità sociale é una trasformazione profonda dell’essere umano: un amore paziente e benevolo, libero dall’invidia, dall’arroganza e dalla ricerca del proprio interesse.
Ed è proprio qui che nasce una riflessione forse poco affrontata.
Si parla molto del luogo dove l’uomo vivrà, delle condizioni esterne del futuro e delle benedizioni che Dio concederà. Ma quanto si parla della trasformazione necessaria affinché uomini imperfetti possano davvero vivere insieme in pace?
Perché un paradiso senza una trasformazione del cuore rischierebbe di essere soltanto una versione migliorata del mondo attuale: persone con corpi perfetti, ma ancora segnate da egoismo, orgoglio, rivalità e desiderio di affermare se stesse.

La domanda fondamentale allora non è soltanto:

“Come sarà il Paradiso?”


Forse la domanda più profondamente biblica è:

“Quale tipo di persona dovrò diventare per poter vivere in un Paradiso?”



La WT insegna che saranno necessari mille anni per raggiungere pienamente i requisiti richiesti ai futuri abitanti del Regno. Ma rimane una questione interessante: se un mondo perfetto richiede comunque un lungo processo di trasformazione, quale significato assume l’opera di preparazione e di giudizio compiuta oggi? Tutti gli esseri umani possono realmente cambiare oppure alcuni sono considerati irrimediabilmente perduti?

Gesù non disse che i suoi discepoli sarebbero stati riconosciuti dalle loro abitazioni, dalla quantità delle loro conoscenze spirituali o dalla precisione delle loro interpretazioni profetiche.

Disse invece:

“Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli: se avete amore fra voi”.

È significativo che proprio la qualità che Paolo considera superiore a ogni conoscenza, a ogni capacità profetica e a ogni forma di religiosità organizzata sia anche quella più difficile da misurare, classificare e rappresentare.

Forse perché la carità non produce immagini spettacolari.

Non ha bisogno di ville panoramiche, paesaggi perfetti o tavole abbondanti. Non compare nelle immagini promozionali presenti nelle pubblicazioni, si manifesta in modo molto più semplice e, forse, molto più difficile: nel modo in cui una persona tratta chi dissente, chi è fragile, chi pone domande, chi appartiene a un gruppo diverso dal proprio.

Il vero paradiso biblico, prima ancora di essere un luogo, sembra essere una condizione del cuore umano.

E forse la più grande sfida per chi attende il futuro promesso non è soltanto immaginare dove vivremo, ma chiederci se stiamo già diventando il tipo di persone che vorremmo incontrare in quel mondo.

Perché, come ricordava Paolo, anche la conoscenza più accurata, la fede più forte e la speranza più luminosa rimangono incomplete se manca ciò che dà senso a tutto il resto: la carità.

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post redatto da Beth Sarim

16 commenti:

  1. Grazie Beth Sarim bella riflessione, e aggiungerei la mia riflessione su questo argomento:

    Il futuro che immaginiamo dice molto più di noi che del futuro.

    Se un giorno eliminassimo la fame, la guerra, la malattia, la povertà e il lavoro necessario alla sopravvivenza, non finirebbe l'avventura umana. Finirebbe soltanto una certa forma di necessità. A quel punto diventerebbe più evidente che cosa desideriamo davvero quando non siamo costretti a desiderare ciò che serve per sopravvivere.

    Potremmo continuare a esplorare, creare, amare, conoscere, costruire relazioni, prenderci cura degli altri e confrontarci con problemi che scegliamo liberamente di affrontare. La sfida non scomparirebbe necessariamente: cambierebbe natura.

    Il vero problema di un paradiso eterno, quindi, non sarebbe l'assenza di sofferenza, ma l'assenza di qualcosa che valga la pena di desiderare.

    Forse il futuro migliore non è un mondo senza difficoltà, ma un mondo nel quale nessuno è costretto a soffrire per poter vivere e, allo stesso tempo, ciascuno è libero di scegliere per che cosa vale la pena impegnarsi.

    E qui c'è una distinzione che trovo fondamentale: eliminare la sofferenza non significa eliminare la difficoltà.

    Potremmo immaginare una società in cui nessuno muore di fame, ma qualcuno decide di scalare una montagna. Nessuno è costretto a lavorare, ma qualcuno sceglie di costruire una cattedrale. Nessuno deve combattere per sopravvivere, ma qualcuno decide di dedicare vent'anni alla ricerca di una cura. Nessuno è obbligato a competere, ma due persone possono scegliere di sfidarsi in una partita di scacchi.

    In altre parole, potremmo passare da necessità, al desiderio, alla scelta.

    Ed è forse proprio questo che rende interessante l'utopia: non dovrebbe essere un gigantesco parco giochi in cui non succede più nulla, ma un mondo nel quale finalmente possiamo scegliere quali difficoltà meritano di essere affrontate.

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  2. Seconda parte più teologica.

    Se prendiamo l'immagine del "parco giochi per grandi" e la confrontiamo con la frase di Gesù:

    "Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore." (Giovanni 14:2)

    La cosa interessante è che Gesù non descrive il futuro come un unico luogo uguale per tutti. Parla di molte dimore. L'immagine suggerisce una pluralità di modi dell'esistenza, non una condizione uniforme nella quale tutti fanno eternamente la stessa cosa.

    Il parco giochi eterno nasce dall'idea: finalmente non dovremo più soffrire, lavorare per necessità, competere per sopravvivere; potremo dedicarci a ciò che desideriamo.

    Ma la frase evangelica sposta il problema, non dice semplicemente: "finalmente potrete fare quello che volete."

    Dice: "ci sono molte dimore."
    La dimora è qualcosa di più di un luogo dove divertirsi. È un luogo nel quale si può abitare, cioè nel quale la propria esistenza trova una forma, una relazione, un significato.

    Perciò potremmo interpretare l'idea così: il paradiso non sarebbe la fine dell'avventura, ma la possibilità di abitare pienamente la propria esistenza.

    E questo risolve, almeno in parte, il problema dell'eternità: se tutto è perfetto e non c'è più nulla da conquistare, che cosa rimane da desiderare?

    La risposta cristiana potrebbe essere: rimane la relazione.

    Se Dio è infinito, l'eternità non sarebbe una quantità infinita di tempo durante la quale ripetiamo le stesse esperienze. Sarebbe piuttosto una partecipazione a qualcosa di inesauribile.

    È una differenza enorme.

    Un'eternità concepita come: "faccio cose piacevoli per sempre" rischia effettivamente di diventare noia.

    Un'eternità concepita come: "entro sempre più profondamente in una realtà che non posso esaurire", è completamente diversa.

    La risposta evangelica è più radicale: abita la "casa del Padre".

    E c'è un particolare bellissimo!

    "Molte dimore" può essere letto anche come una risposta alla nostra tendenza a progettare il futuro secondo i nostri desideri attuali.

    Noi immaginiamo il paradiso utilizzando categorie che conosciamo: giardino, natura, gioco, festa, pace, abbondanza.

    Ma forse Gesù sta dicendo qualcosa di più sorprendente: non sappiamo ancora che cosa significhi pienamente vivere.

    Per questo non possiamo semplicemente prendere i nostri desideri attuali e prolungarli all'infinito.

    Il bambino potrebbe immaginare il paradiso come un mondo in cui può mangiare tutti i dolci che vuole. L'adulto potrebbe immaginarlo come un mondo senza malattia. Il tecnologo come una civiltà post-scarsità. L'ambientalista come una natura finalmente riconciliata.

    Sono tutte proiezioni del presente.

    "Molte dimore" introduce invece una possibilità radicale: il futuro potrebbe non essere semplicemente ciò che oggi desideriamo; potrebbe essere qualcosa che oggi non siamo ancora capaci di immaginare.

    E forse è proprio qui che la frase di Gesù diventa sorprendentemente moderna.

    Non ci promette semplicemente un futuro migliore. Ci dice che il futuro dell'uomo potrebbe essere più grande della sua capacità attuale di concepirlo.

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  3. Domande così profonde, complimenti @Beth Sarim. E sono necessarie, perchè altrimenti il paradiso diventa unicamente un restyling estetico di una umanità che francamente, da quando esiste, fa schifo, tolti alcuni esemplari buoni e virtuosi. Mi sono sempre chiesto come potrà avvenire il raffinamento delle coscienze e dei comportamenti che l'umanità ha ereditato nel corso di ere dove ha sempre prevalso l'istinto di sopravvivenza, con una vita abbastanza breve (di media tra i 35 e i 40 anni a inizio 1900). Questi tratti del cuore e della personalità sono così radicati in noi che faccio fatica a capire come potranno essere rimossi. Allora mi chiedo, come verranno gestiti i casi più classici, tipo il desiderare di avere di più? Esempio, sono nel paradiso, a me piace quella casa, perchè non posso averla? Anzi no, io voglio stare vicino al mare, e se non posso che paradiso è? Però mica tutti possono stare al mare, e questo principio si estende ad ogni genere di desiderio. Il buddismo originale sosteneva che è proprio il desiderio non soddisfatto a generare infelicità. Che succederà, verrà eliminato con una lobotomia selettiva? Cosa capiterà al tipo ribelle che non accetterà le imposizioni dalle nuove direttive, dato che sarà impensabile che ognuno faccia ciò che vuole? Il movimento del '68 aveva creato le -comuni- che erano fallite anche a causa dei conflitti relazionali, sovente si ricreavano gerarchie decisionali e scontri di personalità. L'uomo è fatto così, anzi la natura, se si mettono due galli in un pollaio litigheranno. L'amore dovrebbe aiutare a risolvere molte situazioni, e poi ci sarà la giustizia divina. Un momento... come funzionerà? Esempio semplice, io nella mia casetta finalmente con fatica ho finito di costruire un carretto da trasporto: dopo una settimana scopro che me lo ha
    preso il vicino perchè gli serviva, ma serve anche a me. Ora il modello dell'amore Karis cioè caritatevole, farà sì che io dirò ok tienilo, ne costruirò un altro. Ma non va bene, esistono millenni di storia umana dove persone più scaltre si sono approfittate di quelle più buone. Quindi dico al vicino NO, ridammi il carretto l'ho fatto proprio perchè mi serve. Non si può, è in viaggio per la sua famiglia. Non posso arrabbiarmi, turberebbe la pace edenica, nenche mi è permesso di menarlo. Vado alla corte giudiziale del Nuovo Mondo e sporgo protesta, ma senza sanzioni o risarcimenti un sistema legale non può funzionare, almeno per la deterrenza. Ammettiamo che vengano presi provvedimenti, esisterà qualche struttura tipo carcere, non per punire, ma per garantire la pace di tutti? Fino a che livello interverrà la giustizia divina? A partire dai pensieri errati? Non è pensabile che ogni persona diventi un automa ebete senza idee sbagliate, il male non è un ente autonomo eliminabile, è semplicemente un prodotto della mancanza del bene.
    Anche i pensieri critici sulla gestione del paradiso potrebbero alla fine essere costruttivi senza per questo divenire un pericoloso attacco al sistema da sopprimere all'istante.
    Oppure appena qualcuno commetterà qualche reato verrà istantaneamente fermato? Il processo
    educativo nel millennio si baserà sulla deterrenza? Tutte queste domande probabilmente non hanno senso per chi non crede nell'utopia di un tale paradiso perfettino e in quanto tale, così difficile da far funzionare. Anche perchè la domanda più grande di tutte è: Perchè non applicare il tutto all'uomo fin dal principio? Sul prepararsi già ora a coltivare l'amore Karis, non vedo molti passi concreti, anzi il termine -carità- l'hanno eliminato da subito.

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  4. 1
    Se per “carità” intendiamo il gesto di fare l’elemosina o offrire un aiuto concreto a chi non ha nulla, ho iniziato a farlo circa una decina di anni fa, da quando ho smesso di frequentare i TdG.
    Per oltre quarant’anni, infatti, mi è stato insegnato che non fosse opportuno fare elemosina ai mendicanti e che aiutare direttamente chi si trovava nel bisogno non fosse il modo corretto di praticare la carità.
    L’unica forma di “elemosina” che veniva di fatto incoraggiata erano le cosiddette “contribuzioni”, spesso anche sostanziose, che per più di quarant’anni ho regolarmente versato alla WTS.
    Oggi, invece, considero la carità soprattutto come un gesto personale e concreto di solidarietà verso chi si trova in difficoltà, non una contribuzione destinata a un’Organizzazione, ma un aiuto rivolto direttamente alla persona che ne ha bisogno e sta ho difronte.
    Da oltre dieci anni non dono più nulla alla WTS.
    Trovo particolarmente grave e, a mio avviso, disgustoso il modo in cui viene lusingata e sensibilizzata la fratellanza attraverso il continuo ripetersi dell’espressione “Dona a Geova”.
    Una frase del genere, ripetuta sistematicamente e quasi settimanalmente nelle congregazioni, rischia di trasformare la fede e la devozione a Geova in uno strumento per spingere le persone a versare denaro, denaro e denaro alla WTS.
    Non bisogna inoltre dimenticare quegli annunci e quelle esortazioni rivolte persino ai bambini, ai quali viene suggerito di mettere da parte i propri soldi e rinunciare, per esempio, a un gelato, a una pizza o a un gioco, per poterli donare alla WTS. Trovo particolarmente discutibile coinvolgere i più piccoli in questo tipo di pressione emotiva e spicologica, facendo leva sulla loro sensibilità e sul loro desiderio di compiacere Geova.
    A mio parere, utilizzare il nome di Dio e la fede delle persone come leva per ottenere contribuzioni economiche è un comportamento profondamente contraddittorio con i valori di altruismo e sincerità che la WTS dovrebbe promuovere.
    In un sito di ex TdG un fratello ha scritto:
    ““Tutte quelle mega-residenze devono essere mantenute. In Italia hanno lasciato Roma per trasferirsi a Bologna, passando dalla campagna romana a un quartiere periferico di Bologna. I fratelli sostenevano che si trattasse di una scelta strategica, motivata dal fatto che Bologna sarebbe meglio collegata e più funzionale per le attività dell’organizzazione. No, cari miei! A me sembra molto più una mossa speculativa che una semplice scelta strategica. Vendere un’enorme proprietà a Roma, in una delle città con i valori immobiliari più elevati d’Italia, potrebbe generare un extra-profitto davvero notevole. E allora viene spontaneo chiedersi: possibile che si accettino senza porsi domande tutte le spiegazioni e le giustificazioni fornite dalla WT? Una cosa è certa: quando dietro una decisione ci sono immobili di enorme valore economico, sarebbe quantomeno ragionevole guardare anche agli aspetti finanziari e chiedersi quali siano le vere motivazioni di certe operazioni, invece di limitarsi a ripetere la versione ufficiale””. Sono d’accordo con questo fratello.

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  5. 2
    A volte si può arrivare ad accumulare tanto denaro e tanti beni da diventare talmente avidi da non essere più disposti a “donare al misero” o ad aiutare concretamente chi si trova nel bisogno.
    Nella mia città, per esempio, in un mercato rionale che si tiene il martedì e il venerdì, a partire dalle 14:00–14:30, si può vedere un fratello, che è stato pioniere speciale per una vita, cercare e rovistare tra i “rifiuti” lasciati dai fruttivendoli. Tra quegli scarti ci sono spesso ortaggi, frutta e altri alimenti ancora perfettamente commestibili, che raccoglie e porta a casa per poterli mangiare.
    Questa situazione mi fa riflettere profondamente.
    Se vediamo un nostro fratello nel bisogno e abbiamo la possibilità di aiutarlo concretamente, come possiamo dire di amarlo se scegliamo di non farlo? L’amore per il fratello non dovrebbe manifestarsi soltanto a parole o attraverso offerte economiche, ma soprattutto attraverso gesti concreti di solidarietà, generosità e attenzione verso chi è in difficoltà.
    Per questo, prima di pensare a quanto possiamo “Donare a Geova”, forse dovremmo chiederci quanto siamo disposti a donare, fare CARITA’ con amore e senza aspettarci nulla in cambio, a un fratello, a un povero, a tutti quelli che vediamo nel bisogno.
    “Donate a Geova” e dimenticate il fratello che avete davanti agli occhi, sembrerebbe essere questo, paradossalmente, il consiglio della WTS. Un’espressione che fa riflettere, perché rischia di mettere in secondo piano proprio la persona concreta che abbiamo accanto, con i suoi bisogni, le sue difficoltà e le sue necessità, in nome di un atto di devozione rivolto a Dio. Ma quale valore può avere una “Donazione a Geova” se, nel frattempo, si ignora il fratello che ci sta davanti e che avrebbe bisogno del nostro aiuto?
    Meditiamo in preghiera a Geova, cari Fratelloni TdG!

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  7. Grazie Beth sarim. I tuoi contributi sono sempre apprezzati.

    Recentemente ho visto il film WALL·E e mi ha fatto riflettere molto sul tema dell’articolo. Nel film l’umanità vive in un mondo dove praticamente ogni bisogno materiale è soddisfatto: comodità, tecnologia, cibo e intrattenimento non mancano. Eppure, paradossalmente, le persone hanno perso qualcosa di essenziale: la capacità di vivere veramente, di relazionarsi e di prendersi cura degli altri.

    Mi sembra che ci sia un parallelo interessante con il concetto di Paradiso. Eliminare sofferenza, malattie e problemi materiali non significa automaticamente creare un mondo perfetto. Se le persone non sviluppano amore, altruismo e interesse sincero per gli altri, anche le condizioni migliori potrebbero non essere sufficienti.

    E qui forse WALL·E pone una domanda scomoda anche ai Testimoni di Geova: se il Paradiso dipende soprattutto dal diventare persone amorevoli, perché oggi si dà così tanta importanza alla predicazione, alle adunanze, alle regole e alla fedeltà all’organizzazione? Forse il vero banco di prova dell’amore non è quanto siamo bravi a seguire un sistema religioso, ma come trattiamo le persone quando non abbiamo nulla da guadagnarci.

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  8. Bellissimo articolo Beth Sarim.. aggiungo le mie ricerche su come viene trattato "amorevolmente" chi cambia idea sulla religione dei TdG :
    Mentre l'organizzazione dei Testimoni di Geova promuove un'immagine pubblica di amore e fratellanza, la sua letteratura ufficiale e i discorsi dei suoi vertici utilizzano una retorica di estrema durezza verso chiunque lasci o critichi il gruppo: nei contenuti diffusi su JW Broadcasting (settembre 2020), l'allora membro del Corpo Direttivo Anthony Morris III ha illustrato la fine degli oppositori spegnendo un fiammifero davanti alle telecamere per dimostrare che "svaniranno come fumo" («They’re going to vanish like smoke»), richiamando il Salmo 37:20; a questo si aggiunge La Torre di Guardia del 15 luglio 2011 (pag. 16, par. 6), che citando 1 Timoteo 6:3, 4 definisce apertamente gli apostati come "mentalmente malati" («mentally diseased») e impegnati a "infettare altri con i loro insegnamenti velenosi"; un'impostazione che affonda le radici in articoli storici come La Torre di Guardia (inglese) del 1° ottobre 1952 (pagg. 599-600), dove, trattando l'odio teocratico e il dovere di considerare nemici i disassociati, si affermava chiaramente che "essendo soggetti alle leggi delle nazioni in cui viviamo e anche alle leggi di Dio mediante Gesù Cristo, ci è vietato di uccidere gli apostati, anche se sono i nostri stessi parenti di carne e sangue" («being subject to the laws of the worldly nations in which we live and also to the laws of God through Jesus Christ, we cannot kill apostates, even if they are our own flesh and blood relatives»); questa linea trova la sua applicazione pratica in materiale visivo come il celebre video mostrato alle Assemblee regionali del 2016 (la storia di Sonia Erickson / Sonya), in cui si mostra la madre che riceve una telefonata dalla figlia disassociata e, guardando il telefono che squilla, rifiuta consapevolmente di rispondere per rimanere "leale a Geova", dimostrando come la prassi dell'ostracismo e della "morte sociale" venga applicata rigorosamente anche nei confronti dei propri figli.

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  9. Cosa consegue da ciò che ho scritto sopra? Ebbene immaginatevi un fantomatico futuro in cui i governi umani con le loro leggi scompaiono e sulla terra rimane solo la teocrazia della Wachtower... nessuno allora gli impedirebbe di realizzare ciò che scrivevano nella Torre di Guardia del 1952...ovvero uccidere non più soltanto socialmente ma anche fisicamente chiunque la pensi diversamente o si opponga al loro volere... vengono i brividi solo al pensarci.. altro che paradiso!!

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  10. @ e si Beth sarim quale tipo di persona devo essere per entrare in paradiso ? Svegliatevi 22/5 1969 , le religioni erano nel caos , io che ero giovane non sarei mai invecchiato Vita eterna nella libertà dei figli di Dio genealogia che nel 1975 sarebbero finiti i 6000 anni , la generazione che aveva vito la prima guerra mondiale al' età perlomeno di 14-15 anni era avanti negli anni vedi La verità che conduce alla vita eterna. l'umo è venuto per mezzo dell'evoluzione o per mezzo della creazione , del 1967-68.capitolo XIV Pag.160 "quanto tempo ancora durerà"? pagina 172 " Pertanto la Generazione che era in vita nel 1914 può attendere di vedere la fine di questo malvagio sistema di cose. " poi sarebbe entrato l'ultimo millennio in cui i morti sarebbero stati risuscitati , e tutti saremmo portati alla perfezione e rifatto il paradiso , tutto possibile perché satana e suoi demoni erano incatenati in un abisso , senza poter recare danno , solo alla fine dei mille anni quando l'umanità era perfetta , sarebbe stato liberato e permesso di tentare l'umanità perfetta tutti quelli che lo avrebbero seguito sarebbero stati distrutti per sempre insieme a lui. Quelli che avevano superato la tentazione , sarebbero vissuti per sempre sulla terra paradisiaca .
    https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/1962160
    https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/101971727
    https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/1968602
    che delusione

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    1. Domanda innocente: Ma Dio ha proprio bisogno di sentirsi dire (alla fine del millennio) che ha avuto ragione? Un altro egocentrico? Per la serie, le prove non finiscono mai.
      Preferisco pensare che sia un tentativo romanzato per spiegare le ingiustizie universali.

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  11. https://www.jw.org/it/biblioteca-digitale/volantini/La-strada-che-porta-al-Paradiso/La-strada-che-porta-al-Paradiso/

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  12. Trovo molto interessante questo post, penso però che ci sia un ulteriore elemento da considerare: il contesto nel quale questa idea del Paradiso viene interiorizzata. Fra Testimoni di Geova nasce una problematica sulla venuta del regno, la questione a mio modo di vedere non è soltanto realities a come è chi entrerà nel Paradiso. Con il tempo si forma la percezione di possedere una sorta di lasciapassare speciale, non tanto per ciò che si è diventati interiormente purtroppo, quanto perché si appartiene alla classe di coloro che sono “dalla parte giusta”: il popolo che possiede la verità e che attende di sopravvivere alla fine di questo sistema.
    Questa convinzione finisce inevitabilmente per influenzare non soltanto il modo in cui guardiamo gli altri, ma anche l’immagine che abbiamo di noi stessi. Il mondo si divide progressivamente tra chi è dentro e chi è fuori, chi possiede la verità e chi vive nell’errore, chi ha una prospettiva di salvezza e chi rischia di non averla. Ed è proprio per questo che trovo così pertinente il richiamo a Paolo. Perché Paolo sembra togliere valore a qualsiasi “lasciapassare” fondato sulla conoscenza, sulla fede proclamata o sull’appartenenza: posso conoscere, credere e comprendere, ma se non ho amore «non sono nulla». Se la certezza di essere fra coloro che vivranno nel Paradiso cambia il modo in cui guardo coloro che penso non ci saranno, quella stessa certezza potrebbe allontanarmi proprio dalla qualità interiore che dovrebbe rendermi adatto a quel Paradiso

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    1. Ho visto in questi giorni il film "La signora dello zoo di Varsavia" in cui la protagonista e il marito salvano 300 ebrei dai nazisti. Riflettevo sul termine usato per il riconoscimento che è stato conferito a loro e a molti altri come loro: "Giusti tra le nazioni". In pratica gli ebrei riconoscono che, pur non appartenendo al loro popolo, si sono comportati manifestando qualità straordinarie. Il punto è che l'appartenenza non dovrebbe contare proprio nulla. Mi è capitato di sentire in congregazione frasi del tipo: "il peggiore TdG è comunque meglio di uno del mondo". Questo punto di vista è molto settario. Si usa dire che il buono e il cattivo ci sono ovunque ma poi nella pratica vedere una persona proveniente da un certo ambiente manifestare buone o eccezionali qualità scaturisce stupore. Nel caso del film (che è una storia vera) lei è cattolica e lui è ateo. NONOSTANTE CIO' aiutano gli ebrei. Come sarebbe a dire nonostante ciò? Non è quello che ogni essere umano avrebbe dovuto fare? La Bibbia letta in un certo modo alimenta questa visione manicheista del mondo in cui viviamo. Non sarebbe meglio liberarci di questi pregiudizi e renderci conto che apparteniamo tutti alla razza umana?

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    2. Cari amici ciò di cui avete parlato negli ultimi commenti ha un nome in psicologia e psicologia sociale, pensiero dicotomico o bianco e nero e noi/contro loro,nei gruppi religiosi ad elevato controllo ,si crea una dinamica per cui chi è fuori è il nemico di chi è dentro a prescindere dal tipo di persona che è realmente..questo serve a isolare i membri anche socialmente e renderli dipendenti , perché di solito si tagliano i ponti con chi è fuori,per cui non si ha nessuno al di fuori della religione...aggiungo anche che per vivere dentro al.gruppo,si crea un falso se di rappresentanza che non è quasi mai espressione della nostra vera personalità, perché c'è un costante controllo reciproco..chi di noi si sognerebbe banalmente di dire parolacce davanti ad altri tdg praticanti o esprimere una idea diversa da quelle propugnate dal corpo direttivo...sappiamo che potremmo essere denunciati agli anziani/controllori in qualsiasi momento...per cui mi chiedo,se non posso essere realmente chi sono quando sto con queste persone,posso mai creare delle relazioni genuine e significative con loro?per queste persone non conta chi sei veramente ,ma il ruolo che impersoni nella.religione

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    3. Questa tecnica di isolamento sociale non serve solo a creare un nemico esterno (il mondo), o a ridurre i contatti con familiari e amici non credenti delle dottrine tdG, che potrebbero rovinare tutto il duro lavoro di propaganda e lavaggio del cervello svolto in congregazione, ma esiste un altro scopo che sto sperimentando di persona: ho un parente oltreoceano che è molto avanti negli anni, è pioniere da tempo, senza coniuge e figli. Ha una casa di valore e una buona pensione, i suoi fratelli sono ormai tutti ex-tdG, e ci ha fatto sapere che tutta la sua eredità la donerà all'opera WT. E' roba sua e può farne ciò che vuole, non è questo il punto, è che gli avidi fedeli e saggi han calcolato proprio tutto.

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Grazie per il commento.