Nella vita di ognuno c'è una necessità imprescindibile e umana, quella di dare un senso alla propria esistenza, di comprendere chi siamo e quale sia la realtà che viviamo. Questa necessità abbiamo bisogno di soddisfarla anche perché, spesso, la nostra vita è segnata da esperienze complesse, difficili da gestire, che creano traumi interiori. In questa ricerca di identità, la religione è indubbiamente un elemento capace di rispondere a questo tipo di necessità in modo molto semplice e diretto.
Esiste un calore, in certi legami e sicuramente in quelli religiosi, che rassicura le persone quando riescono a trovare un rifugio dove proteggersi e difendersi dalle ansietà del sistema ancorché dalle proprie fragilità. Questo effetto lo si ottiene da quel senso di appartenenza di comunione che, nella sua forma più pura, si manifesta anche nei gesti semplici: una mano sulla spalla, un sorriso sostegno che dà fiducia, un sospiro di dolore condiviso. Questo vale specialmente in un contesto religioso forte e sentito, dove il legame umano si intreccia con ciò che per i razionalisti è tensione verso l'infinito, ma per chi crede diventa un motivo concreto per sentirsi vicino a Dio.
Anch'io ho abitato quegli spazi e li ho vissuti pensando che questo fosse un effetto collaterale sano della volontà di Dio. Ed è proprio per questo che oggi vorrei soffermarmi a guardare l'altra faccia della luna — e in questa citazione discografica mi fermo nel punto in cui invece la luce del gruppo a cui apparteniamo, quella che alimenta il calore umano e dà sostegno, inizia invece a proiettare ombre lunghe sulla coscienza del singolo aderente.
La deriva
Questa evenienza accade quasi sempre in punta di piedi. Non c'è un piano predefinito, non c'è un atteggiamento malevolo — quello che voglio dire è che molto spesso non c'è cattiveria volontaria. Ma piano piano accade inevitabilmente che quel senso di appartenenza, che prima ci sosteneva emotivamente, diventa sempre più rigido. Quello che era il riconoscimento della nostra identità personale, colorata forte e vivida, inizia a piano piano a scolorire, e diventiamo grigi nell'anonimato collettivo.
Quelle “necessità” che prima erano percepite come un prezzo sostenibile non lo diventano più, quando il sistema richiede che il bisogno di armonia si traduca in progressive forme di censura. Il dubbio — visto non come risorsa, ma come elemento di rottura — viene sedato e soppresso per non incrinare la bellezza apparente dell'insieme. Le domande spontanee iniziano a venire soffocate non per il merito delle questioni in sé, ma perché, pur essendo legittime, le risposte creerebbero fratture che il “sistema” non è disposto ad affrontare. Facciamo esempi pratici:
È spiritualmente accettabile che un'entità religiosa stabilisca norme sanitarie su come gli aderenti si debbano curare o meno? È spirituale che un'entità religiosa obblighi al martirio i suoi aderenti? È spiritualmente accettabile che un sistema religioso imponga alle famiglie di eseguire le condanne di salvaguardia delle congregazioni ostracizzando coercitivamente i propri familiari? È spiritualmente accettabile che, qualora il "peccato" fosse oggetto di contestazioni giudiziarie esterne (astensione al voto, accettazione di trasfusioni di sangue), si imponga l'isolamento indotto — sempre dai familiari stessi — con l'esplicito intento di garantire che l'entità religiosa non venga però ritenuta responsabile da eventuali ritorsioni legali? È spiritualmente accettabile ritenere libera la scelta di aderire a un'entità religiosa se, dopo questa libera scelta, la gente è costretta a rimanere all'interno con la paura — o forse meglio il terrore — di vedere annullati tutti i legami familiari? È spiritualmente plausibile che un'entità religiosa imponga l'unità di pensiero annullando ogni tipo di dissenso, quando è proprio dalle domande e dalle questioni lasciate aperte da altri che è nata? È definibile spirituale un'entità religiosa che fornisce indicazioni di vita fortemente condizionanti su quanti e quali studi un giovane aderente debba compiere? Potremmo andare avanti ancora a lungo.
Mi sono fatto l'idea che a queste domande retoriche molti apologeti daranno risposte giustificatorie e propagandistiche, e che non vi sia cattiveria volontaria. Le risposte che otterrete hanno un effetto rassicurante che alla fine ciascuno si costruisce da solo e che per un momento ne spendiamo il giudizio. Il problema è che esiste una sorta di forza gravitazionale dei valori che, se non è equilibrata, non ti consente di rimanere nell'orbita della sana spiritualità. La realtà è che spesso, con le risposte sbagliate alle questioni sopra citate, si diventa vittime del sistema religioso, collassando su noi stessi.
I silenzi emotivi di Giobbe
Tutti voi conoscete sicuramente il racconto di Giobbe, e ho trovato la sua storia molto significativa per questi aspetti. La prendo come spunto per evidenziare questo cortocircuito spirituale che spesso coinvolge i fratelli. Giobbe, come sapete, ad un certo punto della sua vita si trova in una condizione di estremo disagio, svuotato di tutto: dei suoi averi e, soprattutto, di tutti i suoi affetti più cari. Era ricco, aveva una grande famiglia. I suoi beni vengono rubati da bande di predoni — i Sabei e i Caldei — che non solo attaccano e portano via buoi, asini e cammelli, ma uccidono anche i servi. Un "fuoco dal cielo" (spesso interpretato come un fulmine) brucia le pecore e i pastori. Muoiono tutti i suoi figli mentre sono riuniti in casa del fratello maggiore, a causa di un vento fortissimo che abbatte l'edificio e crolla su di loro. Tutto questo avviene in una sequenza surreale, mentre i messaggeri arrivano uno dopo l'altro: ogni notizia è peggiore della precedente, che impediscono fisicamente di dargli il tempo di reagire. E non finisce lì: subito dopo, Giobbe viene colpito anche nel corpo da una malattia terribile — piaghe dolorose dalla testa ai piedi — che lo portano a una condizione di estrema sofferenza e isolamento. Non aveva più nulla da difendere, nemmeno la propria vita. Tanto che a un certo punto la moglie — che rappresenta in anticipo il tono dei falsi confortatori, protagonisti del libro — lo invita a maledire Dio e morire:
«Sua moglie gli disse: "Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!"» (Giobbe 2:9)
Ora faccio una piccola digressione molti hanno applicato alla moglie il pensiero di Satana, mentre nella mia opinione non è difficile pensare che la frase sia invece da considerare come una provocazione volontaria, per fare esattamente il contrario: accettare Dio e vivere. Detto questo, la moglie è coerente con le posizioni dei tre amici — Elifaz, Bildad e Zofar — che arrivano e restano in silenzio, meditando con Giobbe. Questo, a prima vista, è un gesto di commovente bellezza: una presenza autentica sincera che significa molto. Quella presenza si tramuta in trappola e nasconde qualche evidente problema di visione, che si svela nelle dichiarazioni spontanee che nel libro sono poi raccontate. Facciamo un esempio. Ad un certo punto Bildad parla a Giobbe:
"Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui, egli li ha messi in balia della loro colpa. Ma tu, se cercherai Dio e implorerai l'Onnipotente... egli veglierà su di te." (Giobbe 8,4-6)
Immaginate la situazione drammatica: Bildad ha appena finito di dire a un padre, che ha appena seppellito non uno ma dieci figli, che se sono morti è perché se lo meritavano. Da un punto di vista meramente tecnico, è logicamente coerente sostenere che Dio abbia il diritto di togliere la vita punendo i malvagi — ma anche se fosse vero, è umanamente mostruoso pensare che questa illazione possa aiutare Giobbe in qualche forma di redenzione. Ma non finisce qui. Dopo un po' è il turno di Zofar, che con molta lucidità ma scarsa empatia sostiene:
"Voglia Dio parlare e aprire le labbra contro di te... Sappi dunque che Dio ti condona parte della tua colpa." (Giobbe 11,5-6)
Questo è l'esempio più eclatante di falso "confortatore". In questo passo è evidente il meccanismo accusatorio volto esclusivamente a salvaguardare l'apparenza della perfezione del gruppo, a discapito delle fragilità del singolo di Giobbe. Zofar è così convinto che il suo sistema di idee sia perfetto che non solo non crede a Giobbe, ma insinua che la realtà sia peggiore di quella che appare. Presuntuosamente, conosce la volontà di Dio e sa che questi condona non tutta, ma parte di una colpa che fra l'altro non si capisce quale sia. Un tipico meccanismo inquisitorio, con lo scopo specifico di distruggere la dignità delle persone anziché salvaguardarne gli interessi spirituali. Per ultimo, Elifaz:
"Ricorda: quale innocente è mai perito e dove mai furono distrutti gli uomini retti? Per quel che io ho visto, chi ara iniquità e semina affanno, li raccoglie." (Giobbe 4,7-8)
Notate anche qui il solito meccanismo retorico delle generalizzazioni. Il passo "per quel che io ho visto" serve a fare affermazioni senza prendersi responsabilità — come dire: se mi sbaglio, faccio in tempo a correggermi. Poi affonda la lama dell'accusa condannando Giobbe senza lasciare alcun margine.
Avrei dubbi a sostenere che siano teologicamente impeccabili, ma nel ristretto mondo di chi si ritiene appartenente a una altrettanto ristretta cerchia di eletti, quello che abbiamo visto è l'esempio tipico di chi ritiene che questo sia l'unico modo per difendere Dio, la sua giustizia (presunta), la dottrina applicata.
Nel frattempo, però, come risponde Giobbe a queste accuse?
«Io grido a te, ma tu non mi rispondi; ti sto davanti, ma tu non mi dai attenzione. Sei diventato crudele con me, con la forza della tua mano mi perseguiti.» (Giobbe 30,20-21)
Notate la disperazione di Giobbe, prostrato dalle accuse di chi avrebbe dovuto aiutarlo. Notate l'accusa a Dio. Vi sembra deprecabile? Vi sembra spiritualmente inaccettabile? Per capirlo è piuttosto semplice, ma prima dobbiamo chiarire che ufficialmente questi confortatori non sono nemici, né ipocriti — e questo non è di per sé un difetto. La cruda realtà è che sono uomini profondamente religiosi che dicono quello che "si deve" dire se si appartiene a quella idea di spiritualità. L’errore non sta nei concetti, ma nella visione che hanno di se stessi, delle persone intorno a loro. Il meccanismo è sempre quello di difendere la perfezione del "sistema religioso" per spiegare la mestizia dell'uomo, che per il sistema è sempre e inevitabilmente marginale poco importante. Il meccanismo spirituale puro sarebbe stato esattamente il contrario: partire dall'uomo e dalle sue necessità per arrivare a Dio. Per questi confortatori, il dolore di Giobbe non è un mistero da condividere — né, meglio ancora, un'occasione per ammettere le debolezze di tutti — ma un semplice problema da risolvere.
Come finisce questa storia, come giudicherà Dio questa vicenda? Alla fine della tempesta, il verdetto di Dio fu inevitabile e non poteva essere altrimenti. La salvaguardia delle apparenze dottrinali sostenuta dai tre amici fu condannata senza riserve, mentre fu premiata invece la protesta viscerale ed emotiva che fece a lui di Giobbe:
"Non avete detto di me ciò che è retto, come ha fatto il mio servo Giobbe" (Gb 42,7).
Chi è stato ritenuto spiritualmente autentico? La retorica dei falsi confortatori o le emozioni di Giobbe?
La libertà di restare sé stessi
Un ultimo aspetto non indifferente nel racconto di Giobbe: secondo la narrazione, egli veniva dal paese di Us ed era quindi considerato probabilmente di stirpe araba. Nell'immaginario giudaico, Giobbe non era ebreo e non apparteneva all'alleanza israelitica. Considerando questo fatto plausibile all'interno del tema biblico, Dio sceglierebbe uno "straniero" per testimoniare che il popolo di Dio non ha un'appartenenza definita da confini di alcun tipo: né nazionali (il popolo di Israele), né ideologici (il patto abramitico).
Come a dire che questa diventa l'ennesima dimostrazione — per quanto a tanti possa dispiacere — che la "verità" non è proprietà privata di un "recinto", ma fiorisce sempre e ovunque vi sia il coraggio di vivere avendo come impegno la ricerca della volontà di Dio. Chi si sente spirituale non è mai arrivato: proprio per questo non può giudicare gli altri così come fecero i falsi confortatori.
Un ultimo aspetto
In questo senso la comunità diventa un'eccezione che potrebbe portare al paradosso di non accettare chi non è conforme o allineato, delimitando limiti che, a ben guardare, Dio stesso non ha posto. Detto questo, se anche per assurdo si appartenesse a una comunità religiosa attiva per essere accolti da Dio, questa — per definirsi spirituale — deve essere quantomeno in grado di ospitare tanti Giobbe al suo interno.
In una comunità sana non si confonde senso di appartenenza con cameratismo. Gli effetti di questi due approcci sono simili, anzi sovrapponibili, ma le cause sono profondamente diverse. Ed è proprio quando si confondono gli effetti con le cause che sorgono i problemi spirituali. Le vere comunità religiose diventerebbero spiritualmente forti non quando costringono all'allineamento e all'uniformità di pensiero negando dubbi e questioni, ma quando:
Custodiscono la coscienza individuale come se fosse un altare votato a Dio, salvaguardando però nel contempo la dignità delle persone. (Un esempio attuale: se dici che c'è libertà di coscienza, non puoi poi stabilire quali questioni personali siano di coscienza e quali no.)
Accolgono il dubbio non come una minaccia, ma come un compagno di viaggio.
Coltivano e costruiscono legami capaci di sopravvivere anche al dissenso.
Il senso di appartenenza deve restare un orizzonte, mai un perimetro. Perché un "Noi" ha valore solo se non cancella l'unico luogo che a Dio interessa: il nostro cuore.
Che dire? 👍
RispondiEliminaMagari ri-posto ciò che ho detto su altri lidi, per dire che c'è sintonia al 100%.
RispondiEliminaLa confusione che fate cari bereani e quella di attribuirsi i meriti che non abbiamo, se applicando principi etici e morali insegnati dal Cristo si crea una fratellenza internazionale il merito non è dell'oganizzazione! E dire che la salvezza procede dalla fede in Cristo e l'ubbidienza all'organizzazione e fuorviante e pericolosa!
E ancora più pericoloso fare l’eisegesi (leggere nel testo ciò che vogliamo trovarci) trasformando la Bibbia in un’arma di controllo sociale invece che in uno strumento di libertà.
Questo ultimo merito, si possiamo dirlo senza ombra di dubbio, va tutto all'organizzazione!