domenica 29 marzo 2026

Il tuo popolo si offrirà volenterosamente… o forse no


La dirigenza dei Testimoni di Geova ha presentato l’organizzazione come un popolo che si offre in grande numero e spontaneamente per il servizio religioso, adempiendo la profezia di Salmo 110:3: “Il tuo popolo si offrirà volenterosamente nel giorno delle tue forze militari”. Ma questo spirito è davvero ancora così evidente? La Torre di Guardia del 1° agosto 1987 (p. 26), sotto il sottotitolo “Lo spirito approvato evidente anche oggi”, parlava della grande disponibilità dei Testimoni a offrirsi volontariamente per l’opera di predicazione. L’articolo ricordava l’ottima risposta all’appello del 1881 per trovare 1.000 pionieri e aggiungeva con entusiasmo:  “Lo stesso spirito continua a essere evidente oggi. Nel 1986 in media 391.294 pionieri hanno fatto rapporto ogni mese. Questo rappresentava il 21,2 per cento di aumento, cioè 68.473 in più rispetto all’anno precedente!” 

Secondo il Corpo Direttivo questa crescita nel numero di volontari era l’adempimento di Salmo 110:3. Le parole di Mark Sanderson, membro del Corpo Direttivo, sembrano però indicare una realtà ben diversa. Durante un discorso tenuto il 28 febbraio 2026 in Cile, Sanderson ha dichiarato:  “La prova che affrontiamo oggi è quella di avere abbastanza operai per prendersi cura delle congregazioni e per occuparsi dell’opera di predicazione… C’è bisogno di più anziani nelle congregazioni, di più pionieri, missionari, sorveglianti, beteliti, servitori di ministero e volontari delle costruzioni”. 

Se il “popolo volenteroso” era una caratteristica distintiva, perché oggi si parla apertamente di carenza di operai? Ancora più interessante è la soluzione proposta per affrontare questa situazione. Sanderson ha spiegato:  “Stiamo coinvolgendo ragazzi e adolescenti. Una volta raggiunta la tarda adolescenza possono qualificarsi come servitori di ministero, all’età di 21 anni essere nominati anziani e tre anni dopo sorveglianti di circoscrizione”. 

In altre parole, di fronte alla mancanza di volontari, si abbassa sempre più l’età per ricoprire incarichi di responsabilità. Questo ricorda ciò che accadde durante la Prima guerra mondiale. Nel 1917, di fronte alla disperata necessità di soldati, l’esercito italiano arruolò i cosiddetti “ragazzi del ’99”, giovani di appena diciotto anni addestrati in fretta e mandati al fronte. Non erano pronti, né militarmente né emotivamente, ma la scarsità di uomini costrinse a ricorrere anche a loro: quando mancano persone adulte e preparate, si abbassa l’età per riempire i vuoti. 

Questo è solo uno dei segnali di una trasformazione evidente: 
  • vendita di numerose Sale del Regno 
  • accorpamento di congregazioni 
  • eliminazione del conteggio delle ore nel rapporto mondiale 
  • calo dei battezzati in diversi paesi 
Ricordo quando, circa trent’anni fa, nella mia città fu formata una nuova congregazione. L’anziano che tenne il discorso spiegò che era una prova evidente del progresso dell’opera. Disse anche: “Immaginate se un giorno dovessimo fare un discorso per dire che le congregazioni diminuiscono. Vorrebbe dire che l’opera sta rallentando e che Dio non ci benedice”.  Ebbene, dopo trent’anni è successo proprio questo: alcuni mesi fa un anziano ha tenuto un discorso per annunciare che nella nostra città ci sarebbe stata una congregazione in meno. Eppure, anche in questo caso, il messaggio era lo stesso: una benedizione, qualcosa di positivo.  Lo stesso entusiasmo traspare nelle parole di Sanderson quando parla della necessità di coinvolgere sempre più giovani in incarichi di responsabilità: “Fantastico! Meraviglioso!” 

Insomma, qualunque cosa accada il messaggio rimane sempre lo stesso: questo è un grande successo, una benedizione, qualcosa di meraviglioso di cui essere entusiasti. Dobbiamo crederci?

Ecco il link di una parte del discorso. Potete attivare i sottotitoli in italiano.
https://www.youtube.com/watch?v=PnFh0EgYiUU

domenica 22 marzo 2026

"Santificare il Nome di Dio" Cosa significa?

1. Il significato biblico di 'Nome'
Nella mentalità biblica il 'nome' (ebraico: shem; greco: onoma) non è semplicemente un suono o un'etichetta. Indica la persona stessa, il suo carattere, la sua identità e la sua reputazione.
Giovanni 17:6 – «Ho manifestato il tuo nome» non significa che Gesù abbia semplicemente pronunciato il Tetragramma, poiché i discepoli, essendo ebrei, già conoscevano il nome divino nelle Scritture. Il contesto indica rivelazione della Persona del Padre.

2. Analisi grammaticale di Matteo 6:9
Il testo greco usa il verbo ἁγιασθήτω (aoristo passivo imperativo): 'sia santificato'. È una forma passiva: l’azione è richiesta a Dio. Non significa 'noi santifichiamo il tuo nome', ma 'fa’ che il tuo nome sia riconosciuto santo'. È chiedere che Dio manifesti la sua santità nella storia, che SI manifesti.

3. Giovanni 17:6 e 17:26 – Manifestare il Nome
Giovanni 17:26: «Ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere». Il verbo γνωρίζω (gnorìzo) indica rivelazione progressiva. Gesù manifesta il nome rivelando il carattere del Padre attraverso le sue opere, il suo insegnamento e soprattutto il Dono di sé sulla croce. LO AFFERMA la stessa Torre di Guardia, nel sito jw org, leggiamo:
"Nella sua preghiera, parlando a Geova dei suoi discepoli, Gesù disse: “Ho fatto conoscere loro il tuo nome”. Ripeté questo concetto due volte in quella preghiera. Cosa voleva dire? Aveva forse rivelato ai suoi discepoli un nome che loro non conoscevano? I discepoli di Gesù erano ebrei, quindi conoscevano già il nome di Dio, Geova. Quel nome compariva migliaia di volte nelle Scritture Ebraiche. Quindi Gesù non si stava riferendo al nome proprio di Dio. Si riferiva piuttosto a tutto ciò che quel nome rappresentava. Gesù aveva fatto conoscere la Persona che porta quel nome — inclusi i suoi propositi, le sue attività e le sue qualità — come non avrebbe mai potuto fare nessun altro" 
vedi link https://www.jw.org/it/biblioteca-digitale/riviste/torre-di-guardia-studio-maggio-2025/Il-nome-di-Geova-cosa-significa-per-Ges%C3%B9/

4. Santificare il Nome nell’Antico Testamento
Ezechiele 36:23: «Santificherò il mio grande nome». Qui è Dio stesso che santifica il suo nome agendo con potenza e misericordia. Non si tratta di usarlo pronunciandolo o scrivendolo a più non posso, ma di restaurare e stabilire la sua reputazione tra le nazioni.

5. Implicazione Cristologica
Giovanni 14:9 – «Chi ha visto me ha visto il Padre». Se Gesù manifesta il Padre, allora la santificazione del nome passa attraverso la rivelazione del Figlio. Il cristiano santifica il nome rendendo visibile il carattere, la personalità di Dio nel mondo.

Conclusione
Santificare il nome di Dio non significa affatto pronunciare un nome proprio, ma far riconoscere la santità di Dio attraverso la rivelazione di Cristo e la vita trasformata dei credenti. È una realtà teologica, relazionale e missionaria.

Post di Stefano Greco

domenica 15 marzo 2026

Quando la perdita di cio che è caro non è solo in un lutto

Esistono perdite che passano inosservate. Non arrivano con un funerale, non hanno una data precisa, non possono essere raccontate in una semplice frase. Eppure scavano nel profondo, spesso più di quando perdi una persona cara, il dolore è riconosciuto. Gli altri sanno cosa dire, o almeno sanno di avere qualcosa da dire. Ma quando perdi un ruolo, un’identità, un mondo che ti teneva insieme, il lutto che provi è invisibile evanescente. E proprio per questo, è più difficile da attraversare, da metabolizzare.

La morte di un genitore, ad esempio, è uno spartiacque netto nella vita di una persona. Segna un prima e un dopo. Ti costringe a guardare chi sei senza più quella figura che ha influenzato la tua vita, senza più quel punto di riferimento — anche quando magari il rapporto era complesso, irrisolto o persino conflittuale. Nella vita di un individuo ci sono perdite che funzionano allo stesso modo, anche se nessuno le chiama "funerale".
Quali sono ?
Sono quelle che accadono quando una parte della nostra struttura di vita cambia radicalmente ad esempio — una famiglia con un divorzio, oppure quella più sentita da questo gruppo di persone una fede totalizzante con una esplusione o con una presa di coscienza consapevole, oppure infine un lavoro impegnativo con un licenziamento—. Quando accadono questo tipo di eventi non perdi una cosa sola ne perdi  molte insieme. Fra le tante quella più inaspettata è l'identità che avevi dato a quella cosa: spesso ci sentiamo o meglio ci riconosciamo solo il quel sistema frutto in molti casi della nostra immaginazione. 
Con questo tipo eventi ci si trova spiazzati perchè si scopre l'incapacità di essere autentici: Perché ti rendi conto, spesso tardi, di quante parti di te erano state adattate, smussate o messe a tacere per sopravvivere. 
Perdi opportunità: Anni vissuti seguendo un percorso che non porterai a termine.
Perdi relazioni: Non solo le persone, ma il modo stesso in cui ti relazionavi con il mondo.
Perdi sicurezza economica e progettuale: Perché molte scelte erano state fatte sulla base di presupposti che non esistono più.

Questa somma di perdite non arriva tutta in una volta. Arriva come un appuntamento.
Le fasi che nessuno ti spiega 

All'inizio c'è la negazione. Non quella drammatica, ma quella silenziosa: "Non è così grave", "In fondo sto meglio", "Ho solo bisogno di tempo". 
Poi arriva la rabbia. Rabbia per ciò che è stato tolto, per ciò che non tornerà, per non aver capito prima. A volte è rabbia verso gli altri. A volte è rabbia verso se stessi. 
Segue il patteggiamento. Il cervello cerca vie d'uscita: "Se avessi fatto diversamente...", "Se potessi almeno salvare questo...". È il tentativo disperato di non perdere tutto.

La depressione non è sempre buia e rumorosa. Spesso è piatta. È stanchezza. È la sensazione che nulla abbia più lo stesso peso di prima. E solo molto più tardi, forse, arriva l'accettazione. Che non è pace. È coesistenza. Accettare non significa giustificare. Accettare una perdita non significa dire "andava bene così". Significa smettere di combattere contro una realtà che non può essere annullata. È il momento in cui smetti di chiederti perché e inizi a chiederti come. Sei vivo, adesso? Chi sono io senza ciò che ho perso? Cosa posso ricostruire, anche se non sarà mai più come prima?

Ricostruire non è un atto eroico. È fatto di piccole scelte, spesso banali: imparare a dire di no, concedersi nuove relazioni, progettare il futuro senza sentirsi in colpa.

In ogni storia potente c'è un momento in cui qualcosa muore davvero. A volte è una persona. A volte è un'illusione. A volte è l'idea che il mondo fosse ordinato e giusto. La morte di un padre, reale o simbolica, costringe il personaggio a fare ciò che nessuno vuole fare: diventare adulto in un mondo che non offre più protezione che abbiamo idealizzato. È lì che la storia inizia davvero. Andare avanti non è dimenticare. Portiamo con noi ciò che abbiamo perso. Non come un peso morto, ma come una cicatrice: qualcosa che non scompare, ma che smette di sanguinare. E forse, a un certo punto, smettiamo di chiederci cosa abbiamo perso e iniziamo a chiederci cosa possiamo finalmente diventare.

Post in collaborazione con l'australiano

domenica 8 marzo 2026

Il percorso di un dogma.

Per i primi sessant’anni della loro storia, i Testimoni di Geova non avevano alcun problema con le trasfusioni di sangue. Oggi chi le accetta viene espulso dall’organizzazione. Come si è arrivati a questo punto? Le risposte le danno le loro stesse pubblicazioni ufficiali.

1940 — Le trasfusioni sono un atto d’amore

La rivista *Consolation* del 25 dicembre 1940 racconta con tono positivo di una donna salvata grazie a una trasfusione, descrivendola come un gesto di solidarietà umana. Nessun problema, nessun divieto.

1945 — Chi vieta le trasfusioni è come un Fariseo

Pochi mesi prima che la Torre di Guardia iniziasse a condannarle, la stessa organizzazione scriveva sulla rivista *Consolation* (edizione olandese, settembre 1945):


> *“Dio non ha mai emanato nessun decreto che proibisce l’uso di medicine, iniezioni e trasfusioni di sangue. È un’invenzione degli uomini che, come i Farisei, non prendevano in considerazione la misericordia e l’amore di Geova.”*

Hai letto bene: chi vietava le trasfusioni veniva paragonato ai Farisei.

1948 — Il primo divieto esplicito

Solo tre anni dopo, sulla rivista *Awake!* del 22 ottobre 1948, compare per la prima volta un divieto chiaro:

> *“Secondo la legge di Dio, gli esseri umani non devono assumere nel loro sistema circolatorio il sangue di altri.”*

Nessuna spiegazione sul perché la posizione fosse cambiata così radicalmente.



1959 — Ancora una questione personale

Nel 1959 ricevere una trasfusione era ancora una questione di coscienza individuale. La Torre di Guardia del 15 luglio 1959 scriveva:

> *“Le congregazioni non hanno mai ricevuto istruzione di disassociare coloro che ricevono volontariamente trasfusioni di sangue o che le approvano. Lasciamo a Geova, il Giudice Supremo, il giudizio di tali violatori.”*

1961 — Espulsione immediata

Due anni dopo, senza alcuna spiegazione teologica convincente, la Torre di Guardia del 15 luglio 1961 ribaltava completamente la posizione:

> *“Sotto la legge di Dio mediata dal profeta Mosè verso la nazione d'Israele, quegli ebrei o proseliti circoncisi che violavano il divieto di Dio di mangiare o bere sangue animale dovevano essere stroncati [uccisi/espulsi] dal suo popolo eletto. Secondo il decreto apostolico tramandato da quella conferenza a Gerusalemme, la congregazione cristiana aveva l'obbligo di fare una cosa simile verso coloro che mangiavano o bevevano sangue animale. Le trasfusioni di sangue non erano in voga ai giorni apostolici. Nondimeno, sebbene i dodici apostoli e i loro compagni della congregazione di Gerusalemme potessero non aver avuto in mente una cosa come la moderna trasfusione di sangue, il decreto da loro emanato includeva tale cosa nel suo ambito.”*




E' probabile che lo sviluppo internazionale della religione abbia avuto qualche problema di coerenza interna. Non ci stupisce che si possano trovare incoerenze così come non stupisce peraltro che la posizione ragionevole olandese non ha avuto seguito. L'organizzazione abbracciò a piene mani le posizioni ortodossia integralista e vive questo periodo di sclerosi dottrinale incapace di capire il senso delle cose. Sappiamo che c'è stata una posizione ufficiale a un caso estremo. Nel 1980, la filiale italiana rispose così a un pioniere che chiedeva cosa fare nel caso in cui la vita di un figlio fosse in pericolo:

> *“In nessun caso l’uso del sangue è concesso, nemmeno per salvare una vita umana.”*

Questo l'anno dopo che il piccolo Oneda era deceduto... e chi ha qualche anno se lo ricorda bene...

#TestimoniDiGeova #Trasfusioni #Sangue #TorreDiGuardia #Storia #Religione #LibertàDiCura

domenica 1 marzo 2026

Il valore universale del sacrificio di riscatto e la speranza della risurrezione

Le Scritture presentano il sacrificio di Gesù Cristo come il centro del proposito divino. È un dono che nasce dall’amore, non dal giudizio. Gesù stesso disse di essere venuto “non per giudicare il mondo, ma perché il mondo fosse salvato per mezzo di lui”. Se questo è il cuore del messaggio cristiano, è naturale chiedersi: quanto è ampio questo amore? Quanto è esteso il riscatto? A chi è realmente destinato?

Il linguaggio delle Scritture: “molti” e “tutti”

La Bibbia usa due espressioni chiave:

• lytron anti pollōn “riscatto in cambio di molti” (Matteo 20:28)
• antilytron hyper pantōn “riscatto corrispondente per tutti” (1 Timoteo 2:6)

A prima vista, “molti” e “tutti” potrebbero sembrare concetti diversi. Ma Romani 5:15 usa polys (“molti”) per riferirsi all’intera discendenza di Adamo. Questo suggerisce che “molti” non sia un numero ristretto, ma un modo di parlare dell’umanità nel suo insieme.

Se Adamo vendette tutti i suoi discendenti al peccato, non dovrebbe il riscatto corrispondente acquistare tutti coloro che furono perduti?

Il principio del riscatto corrispondente richiede equilibrio: ciò che viene pagato deve equivalere a ciò che è stato perso. Se Adamo perse l’intera umanità, il sacrificio di Cristo non dovrebbe forse abbracciare l’intera umanità?

Una possibilità personale per ogni essere umano

Le Scritture mostrano che Dio desidera che “tutti giungano al pentimento” (2 Pietro 3:9). Non si parla di “ogni sorta di persone”, ma di tutti. E Romani 6:7 afferma che “chi è morto è stato assolto dal suo peccato”, indicando che la morte cancella il debito del peccato ereditato.

Questo apre una riflessione importante: Come potrebbe un Dio giusto e amorevole negare una reale opportunità a chi non ha mai conosciuto Cristo?

La Bibbia risponde attraverso la risurrezione. Il Giorno del Giudizio, lungo mille anni, non è presentato come un momento di condanna, ma come un periodo di istruzione, guarigione e scelta consapevole.

Chi non risorgerà? Il peso del peccato contro lo Spirito

Gesù distingue tra due destini:

• Hadēs/Sheol: la tomba comune, da cui tutti risorgeranno (Apocalisse 20:13)
• Geenna: simbolo della distruzione eterna (Matteo 10:28)

Gli unici esclusi dalla risurrezione sono coloro che hanno peccato contro lo Spirito Santo: persone che, pur riconoscendo la verità, la rifiutano deliberatamente e con malizia, attribuendo l’opera di Dio al male.

Quante persone nella storia hanno davvero avuto una conoscenza così chiara da poter rifiutare Dio in modo pienamente consapevole?

La maggior parte dell’umanità non ha mai avuto una comprensione così profonda da poter compiere un rifiuto definitivo.

Le parole di Gesù sulla risurrezione: intere città, non individui isolati

Gesù parla della risurrezione di intere popolazioni:

• gli uomini di Ninive (Matteo 12:41)
• gli abitanti di Sodoma (Matteo 10:15; 11:23-24)
• Corazin, Betsaida e Cafarnao (Matteo 11:20-24)
• la “generazione malvagia e adultera” dei suoi giorni (Matteo 12:39-42)

In tutti questi casi, Gesù non seleziona individui, ma parla di città intere, di generazioni intere. Eppure queste città al tempo di Gesù, avevano visto miracoli, ascoltato predicazioni, e avevano rifiutato Gesù. Nonostante ciò, egli afferma che risorgeranno.

Se persino chi rifiutò Gesù di persona riceverà una risurrezione, come potremmo escludere coloro che non hanno mai avuto una vera opportunità?




La risurrezione come espressione dell’amore divino

La risurrezione non è una minaccia, ma una promessa. Non è un giudizio immediato, ma un invito. Non è una condanna, ma una seconda possibilità.

Gesù non venne per distruggere, ma per salvare. Il suo sacrificio non fu selettivo, ma universale. Il suo amore non fu limitato, ma totale.

Che cosa rivela il sacrificio di Cristo sul cuore di Dio? È possibile che un amore così grande sia destinato solo a pochi?

Una visione coerente con la giustizia e la misericordia di Dio

Alla luce delle Scritture, emerge un quadro armonioso:

• Il riscatto è per tutti i discendenti di Adamo.
• La risurrezione è per giusti e ingiusti (Atti 24:15).
• Solo chi ha peccato contro lo Spirito Santo è escluso.
• Intere popolazioni antiche risorgeranno.
• La maggior parte dell’umanità non ha ancora avuto la sua vera opportunità.

Questa visione non solo è coerente con la Bibbia, ma riflette il carattere di Dio: giusto, misericordioso, paziente, desideroso che nessuno perisca.

Conclusione 

Il sacrificio di Cristo non è un atto selettivo, ma un dono universale. Non è un privilegio per pochi, ma una speranza per tutti. Non è un giudizio, ma un invito.

E allora, mentre leggiamo le parole di Gesù, possiamo chiederci:

• Come cambia il nostro modo di vedere gli altri quando riconosciamo che Cristo ha dato la sua vita anche per loro?
• Che cosa significa, per noi, vivere come persone che credono in un Dio che non vuole che “uno solo perisca”?
• In che modo possiamo riflettere questo amore universale nella nostra vita quotidiana?

Forse la risposta più semplice è anche la più profonda: Cristo è venuto per salvare, non per condannare. E il suo sacrificio è la prova più grande dell’amore di Dio per tutta l’umanità.

“Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, 

affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Giovanni 3:16)

 

Post de “Ilresiliente