domenica 15 marzo 2026

Quando la perdita di cio che è caro non è solo in un lutto

Esistono perdite che passano inosservate. Non arrivano con un funerale, non hanno una data precisa, non possono essere raccontate in una semplice frase. Eppure scavano nel profondo, spesso più di quando perdi una persona cara, il dolore è riconosciuto. Gli altri sanno cosa dire, o almeno sanno di avere qualcosa da dire. Ma quando perdi un ruolo, un’identità, un mondo che ti teneva insieme, il lutto che provi è invisibile evanescente. E proprio per questo, è più difficile da attraversare, da metabolizzare.

La morte di un genitore, ad esempio, è uno spartiacque netto nella vita di una persona. Segna un prima e un dopo. Ti costringe a guardare chi sei senza più quella figura che ha influenzato la tua vita, senza più quel punto di riferimento — anche quando magari il rapporto era complesso, irrisolto o persino conflittuale. Nella vita di un individuo ci sono perdite che funzionano allo stesso modo, anche se nessuno le chiama "funerale".
Quali sono ?
Sono quelle che accadono quando una parte della nostra struttura di vita cambia radicalmente ad esempio — una famiglia con un divorzio, oppure quella più sentita da questo gruppo di persone una fede totalizzante con una esplusione o con una presa di coscienza consapevole, oppure infine un lavoro impegnativo con un licenziamento—. Quando accadono questo tipo di eventi non perdi una cosa sola ne perdi  molte insieme. Fra le tante quella più inaspettata è l'identità che avevi dato a quella cosa: spesso ci sentiamo o meglio ci riconosciamo solo il quel sistema frutto in molti casi della nostra immaginazione. 
Con questo tipo eventi ci si trova spiazzati perchè si scopre l'incapacità di essere autentici: Perché ti rendi conto, spesso tardi, di quante parti di te erano state adattate, smussate o messe a tacere per sopravvivere. 
Perdi opportunità: Anni vissuti seguendo un percorso che non porterai a termine.
Perdi relazioni: Non solo le persone, ma il modo stesso in cui ti relazionavi con il mondo.
Perdi sicurezza economica e progettuale: Perché molte scelte erano state fatte sulla base di presupposti che non esistono più.

Questa somma di perdite non arriva tutta in una volta. Arriva come un appuntamento.
Le fasi che nessuno ti spiega 

All'inizio c'è la negazione. Non quella drammatica, ma quella silenziosa: "Non è così grave", "In fondo sto meglio", "Ho solo bisogno di tempo". 
Poi arriva la rabbia. Rabbia per ciò che è stato tolto, per ciò che non tornerà, per non aver capito prima. A volte è rabbia verso gli altri. A volte è rabbia verso se stessi. 
Segue il patteggiamento. Il cervello cerca vie d'uscita: "Se avessi fatto diversamente...", "Se potessi almeno salvare questo...". È il tentativo disperato di non perdere tutto.

La depressione non è sempre buia e rumorosa. Spesso è piatta. È stanchezza. È la sensazione che nulla abbia più lo stesso peso di prima. E solo molto più tardi, forse, arriva l'accettazione. Che non è pace. È coesistenza. Accettare non significa giustificare. Accettare una perdita non significa dire "andava bene così". Significa smettere di combattere contro una realtà che non può essere annullata. È il momento in cui smetti di chiederti perché e inizi a chiederti come. Sei vivo, adesso? Chi sono io senza ciò che ho perso? Cosa posso ricostruire, anche se non sarà mai più come prima?

Ricostruire non è un atto eroico. È fatto di piccole scelte, spesso banali: imparare a dire di no, concedersi nuove relazioni, progettare il futuro senza sentirsi in colpa.

In ogni storia potente c'è un momento in cui qualcosa muore davvero. A volte è una persona. A volte è un'illusione. A volte è l'idea che il mondo fosse ordinato e giusto. La morte di un padre, reale o simbolica, costringe il personaggio a fare ciò che nessuno vuole fare: diventare adulto in un mondo che non offre più protezione che abbiamo idealizzato. È lì che la storia inizia davvero. Andare avanti non è dimenticare. Portiamo con noi ciò che abbiamo perso. Non come un peso morto, ma come una cicatrice: qualcosa che non scompare, ma che smette di sanguinare. E forse, a un certo punto, smettiamo di chiederci cosa abbiamo perso e iniziamo a chiederci cosa possiamo finalmente diventare.

Post in collaborazione con l'australiano

domenica 8 marzo 2026

Il percorso di un dogma.

Per i primi sessant’anni della loro storia, i Testimoni di Geova non avevano alcun problema con le trasfusioni di sangue. Oggi chi le accetta viene espulso dall’organizzazione. Come si è arrivati a questo punto? Le risposte le danno le loro stesse pubblicazioni ufficiali.

1940 — Le trasfusioni sono un atto d’amore

La rivista *Consolation* del 25 dicembre 1940 racconta con tono positivo di una donna salvata grazie a una trasfusione, descrivendola come un gesto di solidarietà umana. Nessun problema, nessun divieto.

1945 — Chi vieta le trasfusioni è come un Fariseo

Pochi mesi prima che la Torre di Guardia iniziasse a condannarle, la stessa organizzazione scriveva sulla rivista *Consolation* (edizione olandese, settembre 1945):


> *“Dio non ha mai emanato nessun decreto che proibisce l’uso di medicine, iniezioni e trasfusioni di sangue. È un’invenzione degli uomini che, come i Farisei, non prendevano in considerazione la misericordia e l’amore di Geova.”*

Hai letto bene: chi vietava le trasfusioni veniva paragonato ai Farisei.

1948 — Il primo divieto esplicito

Solo tre anni dopo, sulla rivista *Awake!* del 22 ottobre 1948, compare per la prima volta un divieto chiaro:

> *“Secondo la legge di Dio, gli esseri umani non devono assumere nel loro sistema circolatorio il sangue di altri.”*

Nessuna spiegazione sul perché la posizione fosse cambiata così radicalmente.



1959 — Ancora una questione personale

Nel 1959 ricevere una trasfusione era ancora una questione di coscienza individuale. La Torre di Guardia del 15 luglio 1959 scriveva:

> *“Le congregazioni non hanno mai ricevuto istruzione di disassociare coloro che ricevono volontariamente trasfusioni di sangue o che le approvano. Lasciamo a Geova, il Giudice Supremo, il giudizio di tali violatori.”*

1961 — Espulsione immediata

Due anni dopo, senza alcuna spiegazione teologica convincente, la Torre di Guardia del 15 luglio 1961 ribaltava completamente la posizione:

> *“Sotto la legge di Dio mediata dal profeta Mosè verso la nazione d'Israele, quegli ebrei o proseliti circoncisi che violavano il divieto di Dio di mangiare o bere sangue animale dovevano essere stroncati [uccisi/espulsi] dal suo popolo eletto. Secondo il decreto apostolico tramandato da quella conferenza a Gerusalemme, la congregazione cristiana aveva l'obbligo di fare una cosa simile verso coloro che mangiavano o bevevano sangue animale. Le trasfusioni di sangue non erano in voga ai giorni apostolici. Nondimeno, sebbene i dodici apostoli e i loro compagni della congregazione di Gerusalemme potessero non aver avuto in mente una cosa come la moderna trasfusione di sangue, il decreto da loro emanato includeva tale cosa nel suo ambito.”*




E' probabile che lo sviluppo internazionale della religione abbia avuto qualche problema di coerenza interna. Non ci stupisce che si possano trovare incoerenze così come non stupisce peraltro che la posizione ragionevole olandese non ha avuto seguito. L'organizzazione abbracciò a piene mani le posizioni ortodossia integralista e vive questo periodo di sclerosi dottrinale incapace di capire il senso delle cose. Sappiamo che c'è stata una posizione ufficiale a un caso estremo. Nel 1980, la filiale italiana rispose così a un pioniere che chiedeva cosa fare nel caso in cui la vita di un figlio fosse in pericolo:

> *“In nessun caso l’uso del sangue è concesso, nemmeno per salvare una vita umana.”*

Questo l'anno dopo che il piccolo Oneda era deceduto... e chi ha qualche anno se lo ricorda bene...

#TestimoniDiGeova #Trasfusioni #Sangue #TorreDiGuardia #Storia #Religione #LibertàDiCura

domenica 1 marzo 2026

Il valore universale del sacrificio di riscatto e la speranza della risurrezione

Le Scritture presentano il sacrificio di Gesù Cristo come il centro del proposito divino. È un dono che nasce dall’amore, non dal giudizio. Gesù stesso disse di essere venuto “non per giudicare il mondo, ma perché il mondo fosse salvato per mezzo di lui”. Se questo è il cuore del messaggio cristiano, è naturale chiedersi: quanto è ampio questo amore? Quanto è esteso il riscatto? A chi è realmente destinato?

Il linguaggio delle Scritture: “molti” e “tutti”

La Bibbia usa due espressioni chiave:

• lytron anti pollōn “riscatto in cambio di molti” (Matteo 20:28)
• antilytron hyper pantōn “riscatto corrispondente per tutti” (1 Timoteo 2:6)

A prima vista, “molti” e “tutti” potrebbero sembrare concetti diversi. Ma Romani 5:15 usa polys (“molti”) per riferirsi all’intera discendenza di Adamo. Questo suggerisce che “molti” non sia un numero ristretto, ma un modo di parlare dell’umanità nel suo insieme.

Se Adamo vendette tutti i suoi discendenti al peccato, non dovrebbe il riscatto corrispondente acquistare tutti coloro che furono perduti?

Il principio del riscatto corrispondente richiede equilibrio: ciò che viene pagato deve equivalere a ciò che è stato perso. Se Adamo perse l’intera umanità, il sacrificio di Cristo non dovrebbe forse abbracciare l’intera umanità?

Una possibilità personale per ogni essere umano

Le Scritture mostrano che Dio desidera che “tutti giungano al pentimento” (2 Pietro 3:9). Non si parla di “ogni sorta di persone”, ma di tutti. E Romani 6:7 afferma che “chi è morto è stato assolto dal suo peccato”, indicando che la morte cancella il debito del peccato ereditato.

Questo apre una riflessione importante: Come potrebbe un Dio giusto e amorevole negare una reale opportunità a chi non ha mai conosciuto Cristo?

La Bibbia risponde attraverso la risurrezione. Il Giorno del Giudizio, lungo mille anni, non è presentato come un momento di condanna, ma come un periodo di istruzione, guarigione e scelta consapevole.

Chi non risorgerà? Il peso del peccato contro lo Spirito

Gesù distingue tra due destini:

• Hadēs/Sheol: la tomba comune, da cui tutti risorgeranno (Apocalisse 20:13)
• Geenna: simbolo della distruzione eterna (Matteo 10:28)

Gli unici esclusi dalla risurrezione sono coloro che hanno peccato contro lo Spirito Santo: persone che, pur riconoscendo la verità, la rifiutano deliberatamente e con malizia, attribuendo l’opera di Dio al male.

Quante persone nella storia hanno davvero avuto una conoscenza così chiara da poter rifiutare Dio in modo pienamente consapevole?

La maggior parte dell’umanità non ha mai avuto una comprensione così profonda da poter compiere un rifiuto definitivo.

Le parole di Gesù sulla risurrezione: intere città, non individui isolati

Gesù parla della risurrezione di intere popolazioni:

• gli uomini di Ninive (Matteo 12:41)
• gli abitanti di Sodoma (Matteo 10:15; 11:23-24)
• Corazin, Betsaida e Cafarnao (Matteo 11:20-24)
• la “generazione malvagia e adultera” dei suoi giorni (Matteo 12:39-42)

In tutti questi casi, Gesù non seleziona individui, ma parla di città intere, di generazioni intere. Eppure queste città al tempo di Gesù, avevano visto miracoli, ascoltato predicazioni, e avevano rifiutato Gesù. Nonostante ciò, egli afferma che risorgeranno.

Se persino chi rifiutò Gesù di persona riceverà una risurrezione, come potremmo escludere coloro che non hanno mai avuto una vera opportunità?




La risurrezione come espressione dell’amore divino

La risurrezione non è una minaccia, ma una promessa. Non è un giudizio immediato, ma un invito. Non è una condanna, ma una seconda possibilità.

Gesù non venne per distruggere, ma per salvare. Il suo sacrificio non fu selettivo, ma universale. Il suo amore non fu limitato, ma totale.

Che cosa rivela il sacrificio di Cristo sul cuore di Dio? È possibile che un amore così grande sia destinato solo a pochi?

Una visione coerente con la giustizia e la misericordia di Dio

Alla luce delle Scritture, emerge un quadro armonioso:

• Il riscatto è per tutti i discendenti di Adamo.
• La risurrezione è per giusti e ingiusti (Atti 24:15).
• Solo chi ha peccato contro lo Spirito Santo è escluso.
• Intere popolazioni antiche risorgeranno.
• La maggior parte dell’umanità non ha ancora avuto la sua vera opportunità.

Questa visione non solo è coerente con la Bibbia, ma riflette il carattere di Dio: giusto, misericordioso, paziente, desideroso che nessuno perisca.

Conclusione 

Il sacrificio di Cristo non è un atto selettivo, ma un dono universale. Non è un privilegio per pochi, ma una speranza per tutti. Non è un giudizio, ma un invito.

E allora, mentre leggiamo le parole di Gesù, possiamo chiederci:

• Come cambia il nostro modo di vedere gli altri quando riconosciamo che Cristo ha dato la sua vita anche per loro?
• Che cosa significa, per noi, vivere come persone che credono in un Dio che non vuole che “uno solo perisca”?
• In che modo possiamo riflettere questo amore universale nella nostra vita quotidiana?

Forse la risposta più semplice è anche la più profonda: Cristo è venuto per salvare, non per condannare. E il suo sacrificio è la prova più grande dell’amore di Dio per tutta l’umanità.

“Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, 

affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Giovanni 3:16)

 

Post de “Ilresiliente