Chi chiama?
Tessalonicesi 2:12 “Dio vi chiama al suo regno e gloria”.
Romani 8:30 “Quelli che ha predestinati, li ha anche chiamati.”
1 Corinzi 1:9 “Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati.”
In tutti questi testi, il soggetto del verbo chiamare (καλέω) è sempre Dio. Il Nuovo Testamento non attribuisce mai a Cristo o allo Spirito il verbo chiamare quando si tratta della chiamata salvifica.
Dio conosce il cuore prima di chiamare
2Cronache 16:9 “L'Eterno infatti con i suoi occhi scorre avanti e indietro per tutta la terra per mostrare la sua forza verso quelli che hanno il cuore integro verso di lui”.
1Samuele 16:7 “Ma l'Eterno disse a Samuele: Non badare al suo aspetto né all'altezza della sua statura, poiché io l'ho rifiutato, perché l'Eterno non vede come vede l'uomo; l'uomo infatti guarda all'apparenza, ma l'Eterno guarda al cuore”.
1 Re 8:39 “Tu solo conosci i cuori di tutti i figli degli uomini”.
Questi versetti mostrano che Dio conosce, osserva e discerne il cuore prima di agire, e non l’appartenenza religiosa.
Nella Scrittura, il “cuore” è il centro interiore della persona: il luogo dove nascono intenzioni, pensieri nascosti e decisioni morali. Un’opera di riferimento come il Kittel lo definisce la sede della volontà, mettendo in luce che è lì che si formano le disposizioni più intime dell’uomo.
La formazione prima della chiamata
La formazione del cuore prima della chiamata
La Scrittura mostra che la chiamata di Dio non arriva mai in una vita priva di esperienza. Prima che Dio chiami, la persona ha già attraversato prove, ingiustizie e sofferenze che hanno formato il suo cuore. Nulla è sprecato: ogni ferita, ogni caduta e ogni rialzata diventano parte della preparazione.È un processo silenzioso, spesso invisibile, ma reale: un lavorio interiore che affina la sensibilità, purifica le intenzioni e rende capaci di comprendere gli altri.
La vita stessa diventa una scuola. Attraverso sofferenze, errori, cadute e risalite, la persona impara empatia, misericordia e il valore del perdono. La teoria informa, ma è l’esperienza che trasforma: solo chi ha conosciuto il dolore può davvero comprendere la debolezza dell’uomo. È questo percorso interiore che rende una persona capace di accogliere, ascoltare e intuire ciò che non viene detto.
La Scrittura mostra che Dio non scarta il passato di una persona, nemmeno quando è stato vissuto in modo errato. Paolo lo riconosce apertamente: “Io, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma ho ottenuto misericordia” 1 Timoteo 1:13. Dio non cancellò la sua storia: trasformò il suo zelo e la sua forza interiore in strumenti utili per la sua opera.
Lo stesso principio appare nella scelta di Davide: non fu scelto per l’aspetto, ma per ciò che era maturato nel suo cuore attraverso anni di solitudine, responsabilità e lotte (1 Samuele 16:7). Anche Giuseppe lo conferma: venduto, accusato ingiustamente e imprigionato, visse un dolore così profondo che “il ferro entrò nella sua anima”. Solo dopo quel percorso Dio lo elevò alla seconda posizione più alta dell’Egitto. Prima della gloria, c’è sempre un cammino di umiltà e formazione del cuore.
Il messaggio è chiaro: nessun passato è inutile quando Dio chiama. Egli usa ciò che la vita ha temprato per preparare la persona all’incarico che darà. La capacità di amare, comprendere e guidare nasce da ciò che si è attraversato, non da ciò che si è semplicemente imparato.
Come Dio fa comprendere la chiamata
La chiamata non nasce dall’interno della persona, cioè non proviene dal suo retaggio culturale, né da emozioni o desideri personali. Dio si serve dello Spirito Santo per far comprendere ciò che ha stabilito. È un’azione che viene dall’esterno e si impone nell’interiorità dell’uomo. Per questo Paolo afferma: “Lo Spirito testimonia al nostro spirito” Romani 8:16.
Inoltre, la Scrittura non presenta la chiamata come una serie di manifestazioni spirituali o come un percorso fatto di continue conferme.
Come la persona comprende di essere stata chiamata
“Lo Spirito testimonia insieme al nostro spirito” Romani 8:16. Il verbo greco συμμαρτυρεῖsignifica: attesta, conferma, rende certo. È una certezza sobria, interiore, che non nasce da emozioni o da desideri personali.
Entrano in una relazione intima con il Padre e il Figlio. La testimonianza dello Spirito fa comprendere alla persona di essere stata accolta come figlio di Dio e di essere resa parte della famiglia celeste. Questa certezza interiore genera pace, fiducia e sicurezza nell’amore del Padre e del Figlio.
È spontaneo chiamare Dio “Padre”. Lo Spirito Santo spinge la persona a rivolgersi a Dio come a un Padre amato, presente e vicino. “Lo Spirito grida: ‘Abba, Padre!’” Galati 4:6.
Desiderano seguire Cristo ovunque vada. La chiamata crea un desiderio profondo di seguire l’Agnello, partecipare alla sua vita e condividere il suo regno. “Seguono l’Agnello dovunque vada” Apocalisse 14:4. Cristo diventa la loro gioia, la loro speranza e il centro della loro vita.
Lo Spirito Santo aiuta la persona a manifestare qualità come amore, pace e autocontrollo, e le dà forza per combattere ciò che appartiene alla carne. È una trasformazione concreta, segno evidente che lo Spirito è all’opera nella sua vita. “Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” Galati 5:16. “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace…” Galati 5:22.
Perché la persona viene portata a Cristo: lo scopo secondo le Scritture
Essere condotti a Cristo significa anche essere introdotti nel privilegio che Egli ha promesso: “Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò” Giovanni 14:13. Chiedere “nel suo nome” nasce da una relazione di fiducia con il Figlio. Nella Scrittura, il “nome” indica identità, autorità e posizione. Il Padre ha stabilito che ogni richiesta passi attraverso il Figlio, perché “ha dato ogni cosa nelle sue mani” Giovanni 3:35, e “gli ha dato autorità su ogni carne” Giovanni 17:2.
Lo Spirito Santo conduce la persona a Cristo anche per un altro motivo: solo in Lui c’è l’accesso al Padre e la certezza che la preghiera viene ascoltata. Cristo intercede per i suoi (Romani 8:34) e attraverso di Lui abbiamo “libertà di accostarci a Dio con piena fiducia” Efesini 3:12. La centralità del Figlio, stabilita dal Padre, si manifesta anche nella preghiera: chi si rivolge a Cristo si rivolge al Padre, perché il Padre ha posto il Figlio come mediatore della sua volontà.
La persona viene condotta a Cristo per diventare parte della sua Sposa simbolica e ricevere un incarico speciale: formare, insieme a lui, il governo che opererà a favore dell’umanità.
Conclusione
La speranza rimane aperta per tutti: chi ha dubitato, chi ha sofferto, chi si sente lontano o indegno. Cristo e la sua Sposa desiderano accogliere e guarire, mostrando misericordia a ogni persona.
Questo cammino può iniziare già oggi, con un cuore che ascolta e risponde. L’amore del Padre, che ha dato il suo Figlio, si manifesta anche nel Regno preparato da Cristo e dalla sua Sposa: un Regno al servizio dell’umanità, perché ciascuno possa essere condotto alla vita eterna.
Post di Resiliente





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