Per rispondere a questa domanda metteremo in risalto alcuni principi fondamentali: è Dio che chiama; la chiamata produce trasformazione; si conferma nella perseveranza; Cristo è il giudice finale; e la Parola di Dio rimane il criterio decisivo per ogni discernimento. Faremo riferimento all’interlineare e a note lessicali.
Ci sono esperienze che arrivano all’improvviso: un’emozione intensa, un senso di presenza che sembra provenire dall’alto e penetrare nel profondo. Molti credenti, appartenenti a realtà religiose diverse, interpretano questi momenti come una chiamata divina. In molte comunità cristiane, pentecostali, carismatiche, evangeliche, cattoliche, ortodosse, si raccontano visioni, sogni, voci interiori, guarigioni o apparizioni considerate segni di un intervento dall’alto.
Anche i Testimoni di Geova sostengono l’esistenza di una chiamata celeste riservata a un numero letterale di 144.000. Le loro pubblicazioni spiegano che l’aumento di persone che prendono gli emblemi alla Commemorazione non corrisponde automaticamente al numero reale dei chiamati. La Torre di Guardia del 15 gennaio 2016 (pp. 25-26, par. 13) osserva che: “Alcuni, dopo aver iniziato a prendere gli emblemi, in seguito hanno smesso. Altri, invece, potrebbero essere influenzati da disturbi mentali o emotivi che li portano a credere sinceramente di regnare con Cristo in cielo”.
Le esperienze personali, pur diverse, diventano per molti la prova di un contatto con il divino. Ma è necessario valutarle con lucidità, alla luce delle Scritture. Anche i vissuti interiori meritano ascolto e rispetto: spesso rivelano un cuore che cerca Dio con sincerità.
Una chiamata divina si riconosce dal cambiamento
La Bibbia non parla mai di una chiamata che lasci l’uomo dov’è. Ogni intervento autentico di Dio produce movimento, separazione e trasformazione. Non esiste una chiamata che non cambi direzione, che non generi frutto, che non conduca a una vita nuova.
E soprattutto: la Scrittura non affida all’uomo il compito di dichiararsi chiamato, eletto o unto. L’iniziativa appartiene a Dio.
Se Cristo chiama davvero, come può una persona restare per anni ancorata a dottrine umane? Come può continuare a seguire uomini anziché Cristo? Come può insegnare ciò che è falso?
Una chiamata che non separa dall’errore è difficile da conciliare con l’agire di Cristo.
2 Corinzi 5:17 «Se dunque qualcuno è in Cristo, è una nuova creazione; le cose vecchie sono passate; ecco, sono diventate nuove.»
Quando Dio chiama, ciò che si credeva prima non può restare intatto.
Questo principio prepara il terreno per comprendere l’esempio di Paolo.
La chiamata di Paolo come modello
Cristo apparve realmente a Paolo (Atti 9:3–6). Non fu un’impressione, né un’emozione, né un pensiero improvviso.
Atti 9:3–6
Lo Spirito Santo lo guidò (Atti 13:2). Ricevette il suggello dello Spirito (Efesini 1:13).
Filippesi 3:7–8
• ζημία – zēmia: «perdita» • σκύβαλα – skúbala: «rifiuti / scarti» • κερδήσω Χριστόν - kerdēsō Christón: «guadagnare Cristo»
• σκύβαλα: «ciò che è scartato, inutile, spregevole, privo di valore» • κερδήσω: «un guadagno reale, concreto, un profitto autentico»
Paolo lasciò tutto. Non rimase nella struttura che lo aveva formato. Non continuò a insegnare ciò che aveva appreso. Non cercò compromessi. La chiamata lo separò dall’errore e lo condusse nella verità.
Romani 8 e la testimonianza dello Spirito
Molti citano Romani 8 come prova della loro chiamata, interpretando emozioni o pensieri improvvisi come voce dello Spirito.
Ma il testo dice:
• τὸ πνεῦμα συμμαρτυρεῖ τῷ πνεύματι ἡμῶν - to pneuma symmartyrei tō pneumati hēmōn: «Lo Spirito testimonia insieme al nostro spirito» (Romani 8:16)
• συμμαρτυρεῖ: «testimoniare insieme, confermare come secondo testimone»
Non parla di emozioni. Non parla di voci interiori. Non parla di sensazioni improvvise.
Nel tempo apostolico la testimonianza dello Spirito era verificabile: lingue come di fuoco e lingue straniere mai studiate, guarigioni, profezie, rivelazioni dirette.
Era una realtà oggettiva, non soggettiva.
La chiamata si conferma nella perseveranza
Filippesi 3 presenta un cuore che corre, si protende, si lascia afferrare da Cristo.
• διώκω – diōkō: «corro dietro» • ἐπεκτεινόμενος – epekteinomenos: «protendendomi in avanti» • κατελήμφθην – katelēmphthēn: «sono stato afferrato»
Paolo non dice “sono arrivato”. Dice “corro”. Dice “mi protendo”.
La chiamata si consolida nel tempo, attraverso le prove.
«È necessario passare attraverso molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio.» (Atti 14:22) «Ho finito la corsa, ho conservato la fede.» (2 Timoteo 4:7)
La vera identità sarà rivelata al ritorno di Cristo
La Scrittura ricorda che sarà Cristo stesso a stabilire chi sono i 144.000 e chi è la grande folla (Apocalisse 7). Il giudizio appartiene a Lui. «Le mie pecore ascoltano la mia voce, e io le conosco» (Giovanni 10:27).
Nessuno può proclamarsi vincitore prima che il giudice abbia concluso la gara. Così nessuno può stabilire da sé il proprio ruolo nel Regno. Come un atleta non può dichiararsi vincitore prima del verdetto finale, così il credente attende che sia Cristo a stabilire il suo posto nel proposito di Dio.
«Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi» (Giovanni 15:16). Al suo ritorno Cristo separerà ciò che è autentico da ciò che è falso: «Lasciate che crescano insieme fino alla mietitura…» (Matteo 13:30). Nel tempo della mietitura, quando il Signore distinguerà il grano dalle zizzanie, si comprenderà finalmente chi sarà approvato, scelto e quale ruolo avrà nel proposito di Dio.
L’atteggiamento richiesto è l’umiltà: servire il Signore indipendentemente dal ruolo che Egli assegnerà, senza elevarsi sopra gli altri, riconoscendo che siamo tutti fratelli e che tutto dipende dalla sua grazia.
Ed è un onore indescrivibile sapere che Colui che ci ha conosciuti, riscattati e resi Suoi ci accoglie come parte della Sua vita: un’appartenenza che nasce dal Suo amore e dalla Sua misericordia.
La vera certezza nasce dal confidare pienamente in Colui che ci ha chiamati, affidando a Lui il compito di stabilire il ruolo che avremo nel proposito di Dio.
Essere chiamati da Cristo significa entrare nel cammino che conduce alla libertà piena che Lui ha preparato per coloro che desiderano seguirlo: una libertà che apre il cuore alla vera vita. È un percorso che ci introduce, passo dopo passo, nell’amicizia eterna con Dio e con Cristo, un’eredità custodita dal loro amore e destinata a una gioia che non avrà fine.
«Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura» (Ezechiele 34:11)
«Il Signore conosce quelli che sono suoi» (2 Timoteo 2:19)
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