domenica 5 aprile 2026

Il segno che distingue i veri discepoli

Respiriamo senza accorgercene, e allo stesso modo rischiamo di dare per scontato l’amore, che invece è il cuore della fede, l’essenza della vita e la radice della nostra gioia e delle nostre relazioni.Per questo è necessario fermarci e chiederci se stiamo davvero vivendo ciò che conta: l’amore che “supera ogni conoscenza”. Non è un amore la cui grandezza possiamo afferrare semplicemente con il pensiero.

La sera prima di morire, quando ogni parola diventa eredità, Gesù pronunciò una frase destinata a definire per sempre l’identità dei suoi discepoli. Parlò dell’amore che aveva vissuto ogni giorno della sua vita. Prima di quella notte, infatti, il suo amore era già una realtà evidente nella storia. “Mosso a pietà”, Gesù stende la mano e tocca il lebbroso, dicendo: “Lo voglio. Sii reso puro”. Aveva guarito malati e paralitici perché la sofferenza degli altri lo toccava nel profondo. Aveva sfamato folle affamate, mostrando che Dio si interessa dei bisogni pratici, delle necessità materiali. Aveva pianto con chi piangeva, partecipando ai sentimenti altrui. Così accadde a Betania, accanto alle sorelle di Lazzaro, ormai morto.


Aveva parlato con la Samaritana, restituendole onore e rispetto. Aveva cercato quelli che si erano smarriti spiritualmente, come Zaccheo, scegliendo di sedersi alla loro tavola. Accoglieva i bambini perché nessuno era escluso dal suo amore; in loro riconosceva l’umile innocenza. Perdonava prontamente chi si pentiva, rinnovando in loro la fiducia; comprendeva la fragilità umana e il bisogno di misericordia, insegnando ad amare i nemici e a non rispondere al male con il male. Tutta la sua vita era stata una scelta costante: uno sguardo preferenziale verso i fragili, i rigettati. Ogni gesto preparava quella notte.


Facciamo bene a riflettere sui modi in cui Cristo manifestò tale amore perché, imitandolo, dimostreremo di essere veramente suoi discepoli.

L’amore che si fa servizio, promessa e speranza

Durante la commemorazione, il suo amore si manifestò in modi diversi. Gesù compì gesti che riassumono il cuore del suo amore.

Servì, lavando i piedi. Si abbassò fino al lavoro più umile dello schiavo, mostrando il desiderio di servire, di soddisfare le necessità altrui, di mettere gli interessi degli altri prima dei propri.

Onorò la loro perseveranza dicendo: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove”. Mise in luce ciò che di buono vedeva in loro, perché l’amore riconosce il bene negli altri.

Protesse, promettendo lo Spirito. Non vi lascerò orfani. Promise il Soccorritore, lo Spirito che li avrebbe guidati, sostenuti. L’amore rimane sempre al fianco della persona, specialmente nei momenti di angustia.

Consolò, dissipando il timore. “Il vostro cuore non sia turbato”. Parlò con tenerezza e conforto a uomini spaventati, sapendo che la paura è un ostacolo all’amore. La sua voce rassicurante restituì pace e fiducia.

Promise, aprendo l’orizzonte dell’eternità. Vado a prepararvi un posto. Una promessa personale. L’amore gratifica, ricompensa, non si limita al presente: apre il futuro.

Sigillò, con un patto di Regno. “Io faccio un patto con voi… perché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio Regno”. Con questo gesto solenne, Gesù stabilì un patto che, nella cultura biblica, aveva il valore di una garanzia giuridica, pubblica e immutabile. Un patto fondato su Colui che non può mentire e che ha il potere illimitato, motivato dall’amore, di compiere ciò che promette. Così trasmise ai suoi una certezza incrollabile: ciò che annunciava era una realtà già stabilita, già vera agli occhi di Dio.

Amò, fino alla fine. Cristo manifestò un amore leale e incrollabile nei loro confronti, indice di un’eccezionale immeritata benignità. Sia a parole che con l’esempio, infuse nei suoi discepoli qualità che li avrebbero aiutati a vincere il mondo. Questo amore fa sentire le persone amate, accolte e riconosciute per ciò che sono.

In poche ore Cristo ha mostrato un amore dalle mille sfaccettature, come un diamante che riflette luce da ogni lato. Meditare su quella notte ci invita a chiederci come anche noi possiamo trasformare l’amore in gesti concreti, semplici e quotidiani. Forse oggi il passo possibile è piccolo, ma reale: un’attenzione, una parola, una cura. E allora la domanda diventa personale: quale forma di amore posso far brillare io, adesso, per qualcuno accanto a me?

Il nuovo comandamento: un amore mai richiesto prima

E proprio perché aveva vissuto tutto questo, poté dirlo con il peso dell’autorità che solo l’amore vissuto può dare.

Vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri; come vi ho amato io, amatevi gli uni gli altri anche voi. Grazie a questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore fra voi.(Giovanni 13:34, 35)

Era davvero nuovo. La Legge chiedeva di amare il prossimo come se stessi, ma non chiedeva di dare la vita per gli amici. Gesù invece lo chiese, e lo fece. Il nuovo comandamento era la sua vita offerta. Era il cuore. Era il segno
 caratteristico

E, dette proprio quella notte, quelle parole acquisirono un valore ancora più profondo: i discepoli avrebbero visto con i loro occhi che “nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. L’amore è sacrificio, abnegazione, dedizione. È una vita donata.

 

L’amore di Dio per il mondo

Questo amore non nasce solo da Cristo: è il riflesso perfetto dell’amore del Padre. “Dio ha tanto amato il mondo…”, tanto, houtōs: “in questo modo”, “a tal punto”. Un amore che si misura in un dono: il Figlio.

E qui la domanda diventa inevitabile: quale genitore darebbe la vita del proprio figlio per salvare altri? È un amore che supera ogni logica umana.

Per provare a comprendere questo amore, immaginiamo questa scena: un casellante vede il proprio bambino finire sui binari mentre un treno sta sopraggiungendo. Ha un solo istante. Se devia il treno, salva il figlio ma condanna centinaia di persone; se mantiene il binario, salva gli altri ma perde il suo bambino. Nessun padre terreno dovrebbe mai trovarsi davanti a una scelta simile. Eppure, il Padre ha scelto di dare il Figlio per salvare il mondo.

Dio non ha amato il mondo perché era amabile: il mondo è diventato amabile perché Dio lo ha amato.

E in quel dono, unico e irripetibile, si rivela il cuore stesso del Vangelo: un amore che si consegna spontaneamente e apre la strada perché ogni uomo possa ritrovare la via della vita eterna, con l’approvazione di Dio e di Cristo.

In poche parole, è l’amore di cui parla Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo…”, un amore che dà, che si dona per raggiungere chiunque.

Domande ai discepoli… e a noi

Le ultime parole del Maestro non erano semplicemente un ricordo da custodire, ma una via da percorrere. E i primi cristiani lo capirono: l’essenza del cristianesimo non era un insieme di dottrine, ma un modo di vivere, di amare. Un amore pratico, concreto, quotidiano. Un amore che si vedeva, che si toccava, che trasformava la vita delle persone.

I primi discepoli trasformarono l’insegnamento del Maestro in vita vissuta. Avevano visto l’amore del Padre nel Figlio e compresero che quel dono non poteva restare solo contemplato: doveva essere vissuto. Per questo la loro comunità divenne un riflesso visibile dell’amore ricevuto.

Ma i discepoli avrebbero davvero imparato dall’amore di Cristo e dall’amore del Padre? Avrebbero compreso che quel comandamento nuovo era l’essenza stessa della vita? Avrebbero fatto dell’amore ricevuto la loro identità, il loro modo di vivere, la loro reputazione nel mondo?

E noi, osservando la vita dei primi cristiani, siamo pronti a imparare da loro e a fare dell’amore ricevuto la nostra identità?

L’aiuto reciproco e la cura dei bisognosi

L’amore cristiano
 prese forma in gesti concreti, quotidiani, spesso silenziosi.

• L’aiuto a Paolo nelle sue necessità • La cura delle vedove e degli orfani • Il soccorso ai malati durante le epidemie • Il sostegno ai prigionieri e ai perseguitati • L’ospitalità verso i viaggiatori e i missionari • La colletta per i poveri di Gerusalemme • La cassetta delle contribuzioni per sostenere chi era nel bisogno • La condivisione dei beni come segno di unità e compassione • Il perdono reciproco come stile di vita comunitariaQuesta rete di sostegno era parte integrante della loro vita condivisa

La carità come aiuto pratico

Per i primi cristiani, “carità” non era un sentimento, ma un’azione concreta: portare i pesi gli uni degli altri, sostenere, condividere, intervenire. Era un amore che si vedeva, che si toccava, che cambiava la vita delle persone.

L’interlineare lo conferma:

• ἀγάπη (agápē) = amore attivo, voluto, concreto                                                                                                  • βαστάζετε (bastázete) = sollevare, prendere su di sé, farsi carico

L’amore cristiano era un gesto verificabile, un impegno reale verso l’altro.

Eleēmosýnē: la compassione che interviene

Quando la Scrittura parla di amore verso i poveri, usa una parola precisa: ἐλεημοσύνη (eleēmosýnē). Non indica una beneficenza di facciata, ma una compassione attiva, un soccorso materiale, sostegno ai bisogni fisici, che interviene nelle necessità quotidiane: cibo, casa, sostegno, cura.

È l’amore che scende sul piano delle bollette da pagare, del piatto caldo, di un tetto sulla testa e di tutto ciò che serve per vivere.

Per questo la comunità cristiana primitiva aveva:

• una cassa comune da cui si attingeva per i poveri (Giovanni 12:6)                                                                      

• beni condivisi affinché nessuno fosse nel bisogno (Atti 2:44,45; 4:32–35)                                                   

 • collette organizzate per sostenere i credenti in difficoltà (1 Corinti 16:1,2)

Era un aiuto personale e collettivo, trasparente, partecipato da tutti.

La cura delle vedove e degli orfani

Giacomo lo esprime con grande chiarezza:

La forma di adorazione che è pura e incontaminata agli occhi del nostro Dio e Padre è questa: prendersi cura degli orfani e delle vedove nelle loro difficoltà (Giacomo 1:27, TNM).

“Forma di adorazione” (θρησκεία) Adorazione, cioè tutto ciò che facciamo in nome di Dio e di Cristo: la nostra fede, il nostro culto, le nostre opere, il nostro servizio, la nostra vita quotidiana davanti a Lui.

“Prendersi cura” (ἐπισκέπτεσθαι) Il verbo non indica una visita formale, ma intervenire, occuparsi, farsi carico delle difficoltà reali di chi è fragile: una compassione attiva, un soccorso materiale, unsostegno ai bisogni fisici.

Secondo Giacomo, senza questo amore concreto l’adorazione diventa vana. Non importa quanto sia zelante la predicazione, quanto siano curate l’efficienza, le statistiche o la crescita: se non c’è attenzione ai più vulnerabili, tutto ciò che facciamo in nome di Dio e di Cristo perde la sua autenticità. E questo vale anche quando un’organizzazione misura la benedizione divina attraverso aumenti annuali, obiettivi raggiunti o risultati da esibire, o attraverso l’immagine da mantenere. Tali numeri possono dare l’impressione di ordine, progresso o persino “successo spirituale”, ma davanti a Dio non hanno peso se il povero resta solo, se il fragile non viene sollevato, se chi è ferito non viene tutelato e protetto, se non viene applicata giustizia a chi ha subito abusi. In assenza di amore, anche i report più perfetti diventano vuoti.

Copilot, intelligenza artificiale microsoft

Ho chiesto a Copilot quali organizzazioni cristiane manifestano oggi un amore concreto attraverso opere di carità. 

Riporto le realtà riconosciute a livello internazionale per un impegno costante e verificabile: tra le principali figurano World Vision International, Samaritan’s Purse, Compassion International, MAP International, Caritas Internationalis, Catholic Relief Services e The Salvation Army, attive nella lotta alla povertà, nell’assistenza sanitaria, nell’educazione, nelle emergenze e nel sostegno ai più fragili. Alcune di queste gestiscono programmi per oltre un miliardo di dollari annui.

In Italia, Caritas Italiana è la realtà cristiana più attiva nella distribuzione quotidiana di cibo a chiunque si presenti, senza distinzione di fede o condizione e senza richiedere prove del bisogno. La rete Caritas affronta da anni la povertà alimentare attraverso mense, empori solidali e iniziative locali, raggiungendo ogni anno centinaia di migliaia di persone.

Quanto segue è conosciuto da Copilot sulla base delle pubblicazioni ufficiali dei Testimoni di Geova e delle numerose testimonianze diffuse nel tempo.

Chi serve a tempo pieno non percepisce alcuno stipendio ed è classificato come “membro non stipendiato di un ordine religioso”. Questo significa che non riceve salario, se non un sussidio per le spese ordinarie; per i pionieri speciali, ad esempio, non è previsto alcun contributo per cure mediche, manutenzione del proprio mezzo di trasporto o per un eventuale trasloco anche attraverso l’intera nazione. Inoltre, non vengono versati contributi previdenziali, non esiste tutela sociale né sostegno al termine del proprio incarico. Non è prevista una rete di protezione per coloro che, dopo anni o decenni di servizio, si trovano a dover lasciare il loro ruolo. Questa struttura lascia scoperte molte persone che hanno dedicato gran parte della loro vita al servizio religioso e che, una volta fuori, si ritrovano senza contributi, senza casa e senza un sostegno comunitario. Alcuni, in situazioni di necessità, finiscono per rivolgersi a enti caritativi esterni come Caritas o parrocchie.

Questa impostazione si riflette anche nella gestione economica delle congregazioni. Non è consentito organizzare collette per aiutare chi è nel bisogno e non esiste una “cassetta per i bisognosi”. Le uniche cassette presenti sono destinate esclusivamente all’opera mondiale e alle spese locali, e non sono previsti fondi congregazionali per sostenere i poveri.

Le offerte raccolte vengono utilizzate quasi interamente per il funzionamento dell’organizzazione, ma non viene fornito un rendiconto annuale pubblico che illustri nel dettaglio come tali fondi vengano impiegati.

L’amore: responsabilità condivisa e cammino personale

Il cammino di Cristo si è concentrato sull’amore, un amore che rifletteva in ogni gesto l’amore del Padre per il genere umano. Ed è proprio per questo che Cristo ha stabilito un patto per un Regno: un patto destinato a una sposa simbolica composta da persone che hanno dimostrato di amare il prossimo con gesti concreti, con un abbraccio, una spalla su cui piangere, un orecchio disposto ad ascoltare, la capacità di piangere e ridere insieme, una mano tesa nei momenti difficili, e che insieme a Lui desiderano aiutare ogni persona a sentirsi amata, compresa, accolta e sollevata. È un Regno che rifletterà l’amore del Padre, animato dal desiderio di servire e di rendersi vicini a chiunque abbia bisogno.

Il sacrificio di Cristo, offerto a favore di tutto il genere umano, è la più alta espressione dell’amore del Padre e del Figlio: un amore volto a concedere la vita eterna, la gioia di vivere per sempre nella terra che Dio ha preparato, una creazione ricca di colori, profumi, suoni, tramonti, relazioni e bellezza. Una vita in cui i nostri sensi, pensati da Dio, potranno finalmente gustare appieno ciò che il suo amore ha progettato per noi.

Cristo ritorna non per condannare, ma per salvare, e il suo sguardo non potrà che apprezzare coloro che hanno trasformato la loro vita in un cammino d’amore: chi ha messo una mano al cuore e una mano al portafoglio, chi ha portato i pesi degli altri, aiutato le vedove, gli orfani senza padre e coloro che sono nel bisogno, chi ha aperto la porta e il cuore al povero, al dimenticato e al diverso.

Amare e vivere sono la stessa cosa. Come non possiamo vivere senza respirare, così l’amore è l’essenza della vita: ogni gesto d’amore donato o ricevuto rende l’esistenza degna di essere vissuta, un frammento di eternità, un riflesso dell’amore del Padre e del Figlio. Perché Dio è amore, e se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.


Post del resiliente

59 commenti:

  1. Scusate, ma anche da voi, oggi (domenica 5 aprile), dopo l'adunanza, c'è una festa con tanto di ovetti di cioccolata? E' stato detto di non portare uova di pasqua ma ovetti tipo Kinder e simili va bene. Stanno sdoganando in forma mimetizzata le feste del mondo per tenere stretti i giovanissimi che saranno presto i nominati di domani? Vogliono dare un'immagine pubblica di non essere un gruppo a-sociale (strategia processuale forse)?

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    1. Cara Angela, non solo la Pasqua ma anche i compleanni. Ecco un commento da Reddit: “Nella mia congregazione ho visto molti PIMIs che festeggiavano i compleanni in modo molto particolare. Non hanno fatto alcuna festa, né niente di davvero speciale, TUTTAVIA stanno postando su internet foto con la persona con parole gentili, come "Oggi diventi più grande, ti conosco da quando avevi X anni...." E scrivono un testo lungo per lodare la persona. Nota importante: Ho visto diverse persone fare così, compleanni diversi, persone diverse, famiglie diverse, famiglie di anziani.”

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  2. L’amore cambia voce, ma non cambia respiro. In inglese è love, una foglia che vibra al primo vento di primavera. In francese diventa amour, e sembra un bacio lasciato sul bordo di un bicchiere. In spagnolo è amor, caldo come un tramonto che non vuole finire. In tedesco si fa Liebe, forte e preciso, come un abbraccio che protegge. In greco è αγάπη, una parola che sembra nascere dal mare. In arabo حب, due lettere che brillano come stelle gemelle. In giapponese 愛, un ideogramma che contiene un mondo intero. In swahili upendo,
    che suona come un passo danzante nella sabbia.

    E in ogni lingua, anche quando cambia forma, l’amore resta lo stesso: un ponte invisibile
    che unisce ciò che la distanza non può toccare.

    Ho un messaggio a saroj.

    Buona domenica a tutti.

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  3. Grazie resiliente per questo bel post di riflessione. Ovunque siamo nel ns percorso c'è sempre qualcosa che possiamo fare per esprimere amore e dare aiuto concreto, basta guardarci attorno e le occasioni non mancano mai.

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  4. Certo che ormai è tutto sdoganato serve solo non dargli un nome ognuno fa quello che vuole dopo la bomba del sangue 🩸 di che ti vuoi scandalizzare di un compleanno o di Natale 🎅 è sempre più evidente che erano strumenti di controllo altro che principi biblici ! Andrea

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  5. Fa bene ricordarci qual è la vera essenza del cristianesimo, grazie @Resiliente: per anni ci hanno convinti che la più alta forma di amore era la predicazione, così se facevamo qualche ora con le riviste ci sentivamo a posto con la coscienza, nel mentre le rotative della Betel lavoravano h24. Non c'era bisogno all'epoca di Copilot per capire che le altre confessioni religiose facevano molto di più sulla compassione pratica per i bisognosi. Lo statuto WT invece non ha mai previsto aiuti in solido ai fratelli poveri, ci devono pensare le congregazioni locali, ma sappiamo bene che la disposizione del prelievo automatico mensile lascia i conti interni al minimo della sopravvivenza e difficilmente avanza qualcosa per aiuti extra. Tutti molto belli i ragionamenti su
    Gesù e su quanto Dio ama il mondo, però noi da soli non possiamo farcela: io vorrei un Dio che magari fulminasse all'istante un ladro che picchia gli anziani, un terrorista che si prepara a fare un attacco, o un colono che in Cisgiordania tira giù una casa col bulldozer e spara impunito agli occupanti se si oppongono, col beneplacito dall'IDF. Tutta questa gente inumana che nel nome di Dio provoca tanta sofferenza, non smuove niente in cielo? Se qualcuno nella zona dove abito commettesse nefandezze nel mio nome io mi arrabbierei un pochino. Sta storia della contesa universale comincia a non quadrare più, se mai lo ha fatto, pensando alle sofferenze subite dall'umanità nei secoli. E quante prove ci vogliono ancora?

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  6. Un bel post molto introspettivo anche e non è un male in un particolare periodo evocativo che almeno personalmente, lo interpreto come una buona oppurtunità di riflessione nel senso vero del termine e cioè di guardare quello che siamo e che non potremo fare altrimenti attraverso esperienze come ad esempio la morte di Cristo. Un modo per capire ad esempio che direzione abbiamo, se magari facciamo di tutto per sentirci arrivati in qualche recinto ideologico oppure manteniamo quel sano spirito cristiano tenendo sulle nostre spalle lo zaino delle nostre risorse per affrontare il viaggio della vita.

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  7. beth sarim..., Ho approfittato del periodo festivo per staccare un po’ la mente, ma tornato alla routine mi sono ritrovato a riflettere su un aspetto che trovo interessante (e un po’ controverso): il modo in cui la Watch Tower concepisce oggi la commemorazione.
    Mi chiedo e lo propongo a voi come spunto di confronto, non come affermazione definitiva, perché la commemorazione non sia stata mantenuta esplicitamente agganciata alla Pasqua ebraica.
    Il ragionamento é che se il punto centrale è la stipula di un nuovo patto che, secondo i Vangeli, sostituisce e completa quello precedente, non sarebbe stato più naturale conservarne la concomitanza temporale? In questo modo il passaggio tra “vecchio” e “nuovo” patto risulterebbe più evidente anche simbolicamente.
    So che esiste una spiegazione ufficiale legata al calendario lunare ma personalmente faccio fatica a trovarla pienamente convincente. Mi sembra che introduca un elemento tecnico (il calcolo delle fasi lunari) che, almeno a prima vista, non appare centrale nel messaggio originario del rito.
    Un altro punto che mi fa riflettere è la modalità della partecipazione: nei racconti evangelici, il pane e il vino vengono condivisi tra tutti i presenti, con un mandato di diffusione universale. Nella pratica attuale, invece, la partecipazione attiva è limitata a un gruppo ristretto.
    Questo passaggio da un gesto inclusivo a uno più selettivo, mi sembra significativo e meriterebbe forse un approfondimento più ampio.
    Collegato a questo, trovo interessante guardare anche al contesto storico in cui è nata la Watch Tower.
    Parliamo della fine dell’Ottocento, un periodo in cui circolavano molte correnti di pensiero: studi biblici indipendenti, ma anche influenze culturali come Kabbalah, Massoneria e lo Spiritismo inteso in senso filosofico. Senza voler fare collegamenti forzati, mi chiedo quanto questo clima di fine '800 possa avere inciso anche indirettamente su alcune scelte interpretative e simboliche, inclusa quella della commemorazione.
    Non sto dicendo di avere risposte definitive, anzi: mi interessa capire meglio.
    Secondo voi, queste differenze cerimoniali derivano da una rilettura coerente delle Scritture o da un’evoluzione influenzata anche dal contesto storico e culturale in cui i padri fondatori del movimento crearono la "verità"?

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    1. Il movimento da cui nacquero i TdG deriva in parte dall’ambiente di Avventismo (Milleriti, fine ‘800)
      Charles Taze Russell fu influenzato da quelle idee.

      E interessante come gli avventisti intendono la cena del Signore, chiunque può partecipare se si prepara spiritualmente, rendendo il rito profondamente personale e comunitario allo stesso tempo.

      Il cambiamento avvenne soprattutto sotto Joseph Rutherford. Negli anni ’20, iniziò a emergere l’idea che non tutti i fedeli avessero la stessa speranza.
      Nel 1935, durante un congresso a Washington, Rutherford identificò la “grande folla” come una classe distinta con speranza terrena, non celeste.
      Da quel momento si consolidò l’insegnamento che:
      Solo i 144.000 “unti” (con speranza celeste) partecipano a pane e vino.
      La maggioranza dei fedeli (“grande folla”) assiste ma non partecipa.

      Come mai ci fu questa luce? Negli anni ’20–’30 il movimento stava crescendo rapidamente.
      Il problema nasceva dall'interpretazione letterale dei 144.000, se tutti i membri fossero stati “unti”, il numero avrebbe superato di gran lunga i 144.000.

      La nuova dottrina risolveva questa tensione: solo un numero limitato è “unto” gli altri hanno un ruolo diverso ma comunque importante.

      Conclusione:
      Siamo alle solite! Il vizio di procedura è sempre lo stesso, il testo originale è letterale o universale?
      La dottrina dei TDG richiede un’applicazione specifica o ristretta.
      L’interpretazione viene modellata ad hoc per proteggere la coerenza della dottrina, spesso trasformando il senso originario.


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    2. Infatti Tommaso, hai reso bene come procedono i TdG per supportare le loro dottrine. A seconda interpretano il cintenuto di uno stesso passo o contesto in modo letterale e simbolico, sicché non esiste un bricciolo di logica, e l'esempio dell'interpretazione letterale del numero 144000 è lampante ! Solo il numero è stato preso in modo letterale, tutto il resto rimane allegorico... Sarà stato qualche grammo in più di alcool ad "ispiare" Rutherford in quell'attimo in cui gli venne quell'idea estrosa che ha funzionato fino a un certo punto ma che da qualche tempo ora stà facendo sempre più acqua.

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    3. Non c’è molta correlazione logica se non quella di utilizzare in modo manipolatorio i meccanismi dell’informazione. Le pubblicazioni erano una cornucopia di informazioni su cui si simulava il controllo. Ma vi ricordate gli articoli le svegliatevi e le torre di guardia la maggior parte delle “informazioni” non erano bibliche ma una sorta di succedaneo di nozioni che creava l’illusione di essere perennemente informati sui fatti. C’era ad esempio l’articolo dove si invitava al martirio sostenendo che Geova pretendeva che il sangue che fuoriusciva dal corpo dovesse essere versato a terra incastrato fra gli articoli della lo sviluppo della pasta di riso nel mondo orientale e l’incremento di mercato editoriale della litografia tedesca. Quello che voglio dire è che il meccanismo interpretativo era frutto di questa campagna di divulgazione finalizzata non alla verità ma alla costruzione di un sistema distopico costruito per essere coerente con se stesso. Appena fuori dal recinto l’effetto che si ha è quello delle vertigini da altitudine per l’immensa catena montuosa e mostruosa di stupidaggini che uno ha dovuto metabolizzare e con tutta onestà ancora adesso si fa davvero fatica a pensare che ci siano persone che abbiano speso così tanto tempo e dedizione per renderle plausibili.. la prova di questo delirio è quella di sentire nominati vengono a casa tua per incoraggiarti ti guardano e sostengono di essere unti dallo spirito santo, esattamente come il Papa …

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    4. un credente qualunque9 aprile 2026 alle ore 18:02

      Cari amici, i vostri commenti toccano corde profonde: la storia, la coerenza dottrinale e la natura stessa della nostra fratellanza. Come Bereano, credo che la fede non debba temere l'indagine storica, né l'uso dell'intelletto.
      È vero, il contesto di fine '800 e le intuizioni di Rutherford hanno modellato la struttura che conosciamo, ma se guardiamo alla ekklesia con gli occhi di Tyndale, riscopriamo una realtà che supera ogni 'vizio di procedura' organizzativo. Tyndale scelse il termine congregazione proprio per ricordarci che la verità non risiede in una gerarchia o in un calcolo millenarista, ma nel corpo vivo dei fedeli uniti a Cristo.
      Riguardo alla Commemorazione, la riflessione di Anonimo sulla Pasqua e l'osservazione di Tommaso sulla partecipazione sono cruciali. Se leggiamo le Scritture senza i filtri di un’esegesi 'ad hoc' per far quadrare i numeri, vediamo che Gesù non istituì una cerimonia di osservatori, ma un pasto di comunione inclusiva. In 1 Corinti 11:25, 26, l'invito a 'fare questo' è rivolto a chiunque riconosca il valore del sacrificio, senza distinzioni di classi o speranze. La vera 'luce' non dovrebbe mai restringere il tavolo del Signore, ma allargarlo.
      Socrate69 e Capitan Kirk sollevano il punto della coerenza: è ragionevole che Dio usi simbolismi complessi per escludere i Suoi figli da un dono così vitale? Cristo non ha parlato in modo ambiguo sulla vita. Come diceva Tyndale, la Parola deve essere chiara anche per 'il ragazzo che spinge l'aratro'. Se una dottrina crea 'vertigini' o sembra un sistema distopico, forse è perché abbiamo permesso alla struttura umana di oscurare la semplicità del Messia.
      Io ho fiducia che il popolo di Dio, agendo come i Bereani, saprà distinguere tra la 'cornucopia di informazioni' umane e la voce del Pastore. La nostra eredità non è un'organizzazione nata nel 1800, ma la congregazione universale che regnerà con Cristo. Torniamo a celebrare non una scadenza tecnica, ma l'unione profonda con Colui che ha detto: 'Prendete, mangiate' (Matteo 26:26).
      Non pensate che sia giunto il tempo di riportare il cuore del messaggio sopra ogni calcolo statistico o interpretazione letterale forzata?

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    5. caro “credente qualunque” è inequivocabile che i paradigmi di questa organizzazione siano fuori controllo ma non siamo solo qui per stracciarci le vesti, non è il mio scopo. Nella beneplacita consapevolezza di chi invece ha a cuore i valori spirituali che ci rendono vicini a Dio in questo blog ho imparato due cose importanti: il primo è che esiste un popolo di Dio così come è sempre esistito ma che non ha luogo né ideologia, la seconda è che molti ( e la storia lo insegna) ne fanno parte senza saperlo… questo potrebbe essere considerato un salto nel vuoto per molti così come Indiana jones doveva superare l’ultima prova con il salto della fede. Nella mia modestissima opinione non siamo ancora in grado di sentirci vicini a a Dio con atti di fede per due motivi sostanziali il primo, sottile ma non troppo, è che siamo già ora figli di Dio (non si può essere vicini a qualcosa che già ne facciamo parte) il secondo è che non è ragionevole pensare che Dio possa discriminare il valore spirituale dalla vicinanza rituale, provo a spiegarmi meglio, considero diversa la direzione che intraprendiamo nella nostra vita, penso e immagino che sia perfettamente plausibile che Dio consideri vicini a lui persone che sono ideologicamente lontane ma che tendono a lui da persone che sono vicine e invece con opere ritualistiche e ipocrite, che volgono più a soddisfare i sentimenti di indegnità che non quelli di salvaguardare i valori spirituali sani pensano illudendosi di aver adempiuto a presunti obblighi spirituali. La mia considerazione è quella di immaginare che Dio ci voglia liberi tutti così come esisteva nel giardino d’eden ma e in questa libertà che si gioca la nostra salvezza.

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    6. @un credente qualunque; Capitan Kirk.

      Cari amici,
      i vostri commenti meritano davvero di essere onorati. Non solo per la lucidità con cui smascherano le distorsioni dottrinali, ma soprattutto per ciò che rivelano: un cuore che ama la giustizia di Dio. È questo il segno più prezioso, perché non è la semplice conoscenza a trasformare, ma l’amore per ciò che è giusto agli occhi del Padre.
      Ed è proprio questo amore che vi ha portati a riconoscere una verità fondamentale: Dio guarda il cuore, non le appartenenze, non i numeri, non i rituali. Il Padre non ha mai chiesto di seguire uomini o di affidare la propria coscienza a un’organizzazione. Al contrario, ha consegnato ogni autorità al Figlio (Matteo 28:18) e ha stabilito che solo Cristo è la via, la verità e la vita per accedere a Lui (Giovanni 14:6). Questo è il centro della fede cristiana.
      Gli uomini possono accompagnare e incoraggiare, ma la relazione che conta è quella personale, viva, diretta, con il Padre e il Figlio. È Cristo che guida, libera e unisce, non le strutture né le gerarchie.
      E quando il Signore ritornerà con la sua Sposa, non loderà chi ha seguito un sistema, ma chi ha desiderato sinceramente essere guidato da Lui. A tutti coloro che vorranno essere aiutati, Egli tenderà la mano: senza barriere, senza classi, senza privilegi.
      In fondo, il messaggio è semplice e potente: Dio vuole figli, non sudditi. Vuole cuori, non rituali. Vuole libertà, non appartenenze. E ci ha dato Cristo come unica via per accedere a Lui. Chi ama la verità, inevitabilmente, segue solo il Cristo.

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    7. Caro beth sarim, a me è venuto il dubbio che la WT si sia creata la propria quinta torre di guardia della magia enochiana. Vorrei approfondire ma mia moglie mi ha detto di non intossicarmi con queste cose. Meglio una camminata nel bosco. Sulla commemorazione, mi basta constatare che l'ORG è riuscita a trasformare il cattolico e consolidato concetto di "prendete e mangiatene tutti" in "chi prende gli emblemi ha problemi mentali".

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    8. Un credente qualunque10 aprile 2026 alle ore 10:21

      Caro Capitan Kirk, il tuo riferimento al 'salto della fede' e alla 'libertà dell'Eden' centra il cuore della questione: il passaggio da una spiritualità basata sull'adempimento a una basata sull'identità.
      Hai ragione quando dici che non possiamo 'avvicinarci' a ciò di cui facciamo già parte. Se siamo figli di Dio, la nostra relazione con Lui non è un obiettivo da raggiungere tramite protocolli, ma una condizione da vivere. William Tyndale fu bruciato sul rogo proprio perché voleva che ogni uomo comprendesse questa verità senza mediatori. Egli scriveva: 'Il Signore non guarda quanto lavori, ma quanto ami... Egli non cerca le tue opere, ma il tuo cuore'. Tyndale capì che la 'distopia' religiosa nasce quando l'organizzazione si mette al posto del Padre, trasformando i figli in impiegati.
      Scritturalmente, il tuo pensiero trova eco in Galati 5:1: 'Per questa libertà Cristo ci ha liberati. State dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù'. Il 'giogo' non è solo il peccato, ma è anche il sistema di 'obblighi spirituali' e 'opere ritualistiche' che menzioni, usate per sedare il senso di indegnità.
      Dio non discrimina in base alla 'vicinanza rituale' perché, come disse Paolo all'Areopago, Egli 'non è lontano da ciascuno di noi' (Atti 17:27). La distanza è un'illusione creata dalle strutture umane per renderci dipendenti da esse. Come suggerisci tu, ci sono persone 'ideologicamente lontane' ma con il cuore rivolto a Dio che sono molto più vicine alla Verità di chi esegue riti perfetti ma privi di amore.
      Il vero 'salto della fede' oggi non è verso una nuova ideologia, ma verso la consapevolezza che la nostra dignità di figli è intrinseca, non concessa da un'organizzazione. La libertà che Dio ci ha ridato è quella di camminare nel giardino della vita senza dover timbrare un cartellino spirituale, sapendo che il Padre ci riconosce dal battito del cuore, non dalla precisione del rituale.
      Non è forse questo il senso profondo del sacrificio di Cristo? Rompere il velo del tempio per dirci che non servono più stanze chiuse o mediatori umani per stare alla Sua presenza?

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    9. beth sarim..., Caro Assuero, capisco il tuo dubbio e lo condivido, effettivamente la schizofrenia recente della Wt può dare da pensare.
      La cosiddetta “quinta torre” nella magia enochiana non è una torre fisica o un’organizzazione reale: è un concetto esoterico che nasce dagli studi di John Dee ed Edward Kelley nel XVI secolo. Nella loro visione esistono quattro “torri di guardia” (Watchtowers), associate agli elementi (aria, acqua, terra, fuoco) e a specifiche griglie simboliche usate nei rituali. La “quinta torre” è un’idea successiva, più interpretativa che originale, e viene talvolta vista come il centro, lo spirito o l’elemento unificante che governa o trascende le altre quattro. Insomma, è simbolismo occulto però al momento entrambi non abbiamo riscontri concreti, tutto può essere, ma rimaniamo nell'ambito delle ipotesi.
      Coincidenze circa l'uso di simboli esoterici all'alba del movimento (la croce inclinata circondata dalla corona, ad es.) e altre stranezze fanno pensare, al momento non abbiamo prove o certezze in merito.
      Sul tema della commemorazione, sia te che l'amico CREDENTE sollevate la questione importante:
      la Wt effettua un passaggio da un invito universale (“prendete e mangiatene tutti”) a una partecipazione riservata a pochi è questa risulta essere una differenza teologica importante.
      Nei Vangeli, l’invito di Cristo durante l’ultima cena è universale: “prendete, mangiate… bevete tutti”, questo invito non è mai presentato come un privilegio per una classe ristretta, ma come un atto di partecipazione piena alla Sua vita eppure, nella teologia WT, questo invito viene reinterpretato in modo selettivo: solo un gruppo limitato può partecipare agli emblemi, mentre la grande maggioranza dei fedeli è chiamata a osservare senza prendere parte.
      Questa trasformazione non è secondaria, perché cambia la natura stessa della relazione con Cristo.
      Se l’accesso alla comunione viene mediato da una distinzione gerarchica stabilita da un’organizzazione, allora ciò che nei testi appare come dono diretto diventa, di fatto, un privilegio amministrato da un ulteriore, superfluo e sgradito, intermediario.
      È esattamente il tipo di dinamica che William Tyndale denunciava e che l'amico credente ci ricorda:
      quando la struttura religiosa si interpone tra Dio e l’uomo, finisce per ridefinire i termini della relazione.
      Non nega Dio apertamente, ma ne riorganizza l’accesso.
      Anche le parole di Paolo di Tarso in Galati acquistano qui una luce particolare: il “giogo della schiavitù” non è solo il peccato, ma ogni sistema che reintroduce barriere dove Cristo le ha tolte.
      Se Cristo ha aperto l’accesso, restringerlo di nuovo anche con motivazioni dottrinali appare come un movimento in direzione opposta.
      In questo senso, la questione non è semplicemente rituale, ma antropologica e spirituale: chi definisce l’identità del credente?
      Se sei figlio, partecipi; se devi essere autorizzato a partecipare, allora sei già stato ridefinito come qualcosa di diverso, non figlio ma estraneo.
      Quando un sistema insegna che la maggioranza deve restare spettatrice di un comando dato a tutti, si crea una frattura tra il testo e la sua applicazione.
      Alla fine, la domanda che resta è semplice ma decisiva: Cristo ha istituito una COMUNIONE o una DISTINZIONE?
      Se Cristo chiama tutti i suoi seguaci fratelli e figli, chi altro ha il diritto di chiamarli in modo diverso? Chi ha ricevuto l'autorità di legare in terra quello che Cristo ha slegato?


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    10. la quinta torre enochiana mi mancava... ma che blog interessante che è questo. ;)

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  8. Si va verso la fine dei carrelli espositori? Rumors già trapelati ,secondo voi dove che strada sta prendendo la predicazione? Tra l altro questo sistema di propaganda era un fallimento annunciato. Andrea

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    1. Quasi ogni domenica li vedo con l'espositore senza che ci sia qualche persona che si fermi per parlare con loro. Quanto tempo buttato al vento!

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    2. "senza che ci sia qualche persona che si fermi per parlare"....

      questo vi dice quanto sia tenuto in considerazione questo culto!.... e poi da Warwick ci dicono che dobbiamo stare attenti a come ci si comporta sennò perderemmo la credibilità spirituale presso la gente del mondo, come se la gente ci prendesse sul serio come esempio di vera religione...in realtà ci considera vittime di un'organizzazione settaria miliardaria americana (e qualcuno "del mondo" pensa sia persino strumento in mano alla CIA o alla massoneria...) e comunque nata per creare problemi alle chiese mainstream (che la gente del mondo continua a pensare come religioni vere o comunque normali senza essere scalfitta dalla propaganda WTS contro "Babilonia").





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    3. Cari Andrea, Marcus e Ivan, capisco bene le vostre perplessità. Vedere persone ferme accanto a un espositore in un mondo che corre può sembrare un anacronismo o, come dice Marcus, 'tempo buttato'. Ma proviamo a guardare la cosa da un’altra prospettiva, forse meno 'organizzativa' e più spirituale.
      Il valore di un gesto non sta sempre nel suo successo numerico. William Tyndale diceva che il suo scopo era far sì che 'il ragazzo che guida l'aratro conoscesse la Scrittura' quanto un teologo. I carrelli, al di là dell'efficacia statistica, sono nati per questo: rendere la Bibbia 'visibile' nello spazio pubblico, portandola fuori dalle cattedrali e dalle sale chiuse, proprio dove la gente vive.
      È vero, molti passano oltre. Ma come ci ricorda la parabola del seminatore (Matteo 13:3-9), il seminatore non smette di lanciare il seme solo perché parte di esso cade sulla strada o tra le spine. Il suo compito è la semina, non il controllo del meteo o del suolo. Se anche una sola persona, in un momento di crisi profonda, alza lo sguardo e vede che c'è ancora qualcuno che parla di speranza, quel 'tempo buttato' per noi acquista un senso eterno.
      Riguardo alla credibilità di cui parla Ivan, è una sfida che ogni cristiano affronta da duemila anni. Già nel primo secolo si diceva dei cristiani: 'Quanto a questa setta, ci è noto che dappertutto si parla contro di essa' (Atti 28:22). Le etichette di 'setta' o i sospetti complottisti non sono una novità della nostra epoca. La nostra vera credibilità non dipende da quanto siamo 'mainstream' o accettati socialmente, ma da come trattiamo il prossimo individualmente, con quella 'sapienza che viene dall'alto' che è innanzitutto 'pacifica e ragionevole' (Giacomo 3:17).
      Forse la predicazione cambierà strada, come ipotizza Andrea. La fede è viva e si adatta ai tempi, ma il cuore resta lo stesso: essere presenti, non per propaganda, ma per testimoniare che esiste una dimensione diversa da quella del puro consumo. Se il carrello dovesse sparire, troveremo altri modi per 'far brillare la luce', perché la speranza non è legata a un oggetto di metallo, ma a un desiderio sincero di servire Dio e gli uomini.

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    4. @ Simone , Rendere la Bibbia visibile in uno spazio pubblico ? ma quale bibbia quella dei Testimoni di Geova Che prendono a prestito Geova introdotto dai masoreti usando le vocali di Adonai Signore, introducendole nel tetagrama , non come fosse il nome di Dio ma per ricordare agli ebrei che li ricorreva il nome di Dio . e la WTS e CD si appropria di Geova rifiutato dai Cattolici come nome di Io per insegnano come vero nome di Dio traducendo Kirios ( Kirie) che ricorre nel nuovo testamento riferito a Gesù come vero nome di dio Lontano da " IO SONO ,YAWEH ,YAH .

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    5. Caro Virgilio, il tuo appunto filologico è corretto nella genesi tecnica, ma rischia di fermarsi alla 'lettera che uccide' perdendo di vista lo 'spirito che vivifica'.
      È vero: la vocalizzazione 'Geova' nasce dall'incontro tra il Tetragramma e le vocali di Adonai. Ma la questione non è se 'Geova' sia l'esatta pronuncia arcaica (che nessuno oggi può rivendicare con certezza, nemmeno Yahweh), ma la volontà di restituire al Creatore un nome proprio, distinguendolo dal generico titolo 'Signore'.
      Come osserva lo studioso Alexander MacWhorter nel suo The Memorial Name: 'L'importanza del nome non risiede nel suono, ma nel suo significato rivelatore'. Sostituire il Tetragramma con Kyrios (Signore) nel Nuovo Testamento, come hanno fatto molti copisti, è stato il primo passo verso l'astrazione di Dio, rendendolo un concetto lontano e filosofico.
      Da un punto di vista scritturale, la Bibbia non è un trattato di fonetica, ma una storia di relazione. In Esodo 3:15, Dio dice: 'Questo è il mio nome per sempre'. Se il nome fosse impronunciabile o segreto, Dio non avrebbe ispirato i profeti a usarlo migliaia di volte. Usare 'Geova' (forma accettata da secoli nella letteratura, da Dante a Milton) è un atto di umiltà teologica: ammettiamo di non conoscere la fonetica perfetta del deserto, ma ci rifiutiamo di chiamare il Padre con un titolo burocratico.
      La nostra è una scelta visionaria: in un mondo che cancella l'identità, noi riaffermiamo che Dio ha un nome. Lo studioso Robert J. Wilkinson, in Tetragrammaton: Western Christians and the Hebrew Name of God, sottolinea come l'uso di questo nome abbia permesso ai cristiani di riscoprire le radici ebraiche della fede.
      Virgilio, se ci fermiamo ai tecnicismi masoretici, perdiamo il miracolo: il fatto che l'Infinito voglia essere chiamato per nome da creature finite. Che lo si pronunci Yahweh o Geova, l'importante è che Dio non sia più 'l'Innominato', ma una Persona reale con cui camminare. La nostra 'esposizione' non è di una dottrina fonetica, ma di una presenza divina nella piazza umana.

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    6. Mi incuriosiscono sempre i discorsi degli apologeti:
      Da una parte, la bibbia nella sua interezza, è arrivata fino a noi grazie allo spirito di dio che ne ha preservato tutto il contenuto, dall'altra, dio non è riuscito a preservare il suo nome nel NT a causa dei copisti (presumo guidati da Satana?).
      Non è dissonanza questa?

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    7. Il tuo ragionamento poggia su una falsa dicotomia: o Dio scrive il testo con un laser sulla pietra o non è intervenuto affatto. La 'dissonanza' che vedi svanisce se consulti la critica testuale.
      Come evidenziato dallo studioso George Howard (University of Georgia), è molto probabile che gli autori del Nuovo Testamento usassero originariamente il Tetragramma nelle citazioni veterotestamentarie e che la sostituzione con Kyrios (Signore) sia stata una scelta teologica consapevole dei copisti successivi, non un 'fallimento' di Dio. Studiosi come Paul Kahle spiegano che questo passaggio servì a rendere il testo comprensibile ai gentili, preservando proprio l'identità del destinatario del culto.
      La stoccata? Gli apologeti seri non dicono che Dio abbia annullato il libero arbitrio (o gli errori) dei copisti, ma che nonostante migliaia di varianti (come documentato da Bart Ehrman o Emanuel Tov), il senso e la dottrina centrale sono arrivati intatti. Confondere la conservazione di un nome con la perdita del messaggio è come dire che se traduciamo 'King' con 'Re', abbiamo perso il sovrano.

      Forse la vera dissonanza nel tuo ragionamento è pretendere che l'infinito si adegui alla tua idea di archivistica.

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    8. @Nonsense, mi fai venire in mente che questo può essere un esempio di cosa può significare un'intepretazione letterale di un testo, per "non nominare il nome del Signore invano" lo sostituisci con Adonai per non sbagliare, e cosi ne fai perdere la pronuncia corretta. Un comando nato per non disonorare il nome di Dio rende impossibile onorarlo!

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    9. È proprio nel tentativo di ridare un nome a chi lo ha perduto(presuntuosamente) che si rischia di cadere nelle stesse ambiguità filologiche — come quella legata alla sua santificazione. Il miracolo, in questo contesto, è esattamente il contrario: comprendere la relazione con Dio senza il bisogno di un nome, che inevitabilmente trascina con sé tutto il peso delle problematiche identitarie che i copisti antichi conoscevano bene.
      Non è un caso che nel Padre Nostro Gesù inviti a santificare il nome senza però pronunciarlo — evitando così la trappola di una santificazione della forma piuttosto che del contenuto. Senza tenere conto che anche biblicamente se nel nuovo testamento il nome non è arrivato a noi, non è più semplice farsene una ragione, tanto in tutti i casi l’importante non è il nome ma il senso, il significato ?

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    10. No io mi offenderei se uno mi chiamasse con un nome che non è il mio . non gli risponderei neppure. Sappi che si conosce il diminutivo del nome di Dio in Esodo 15:2 ed è Yah link
      Hai centrato un punto fondamentale della linguistica biblica e della teologia. Il nome "Geova" è effettivamente il risultato di un'operazione testuale medievale, non il nome originale pronunciato dagli antichi ebrei.
      Ecco una sintesi per fare chiarezza:
      Il Tetragramma (YHWH): In origine il nome divino era composto solo da quattro consonanti (יהוה). Per timore di profanarlo, gli ebrei smisero di pronunciarlo, sostituendolo nella lettura con Adonai (Signore).
      I Masoreti e l'ibrido: Intorno all'anno 1000 d.C., i Masoreti inserirono le vocali di Adonai sotto le consonanti YHWH per ricordare al lettore di dire "Signore". Dalla fusione grafica di queste vocali con il Tetragramma è nato, secoli dopo nelle traduzioni latine, il nome Geova (YeHoWaH).
      Yahweh vs Geova: La maggior parte degli studiosi concorda che la pronuncia originale più probabile fosse Yahweh. "Yah" (Esodo 15:2) ne è la forma abbreviata poetica e conferma la "a" iniziale.
      Gesù e l'IO SONO: In Giovanni 8:58, Gesù non usa un nome proprio, ma la formula ontologica di Esodo 3:14 (Ego eimi). Dicendo così, egli afferma di condividere la stessa natura eterna di Colui che parlò a Mosè. I giudei volevano lapidarlo proprio perché capirono che si stava identificando direttamente con il Dio del roveto ardente.
      In sintesi, "Geova" è una convenzione linguistica successiva, mentre l'identità teologica tra il Dio dell'Esodo e il Gesù dei Vangeli si gioca sulla natura dell'esistenza stessa ("Io Sono").

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    11. @Simone, è molto stile Watchtower citare uno (1) studioso che parla di una presunta probabilità che nei manoscritti originali greci vi fosse il tetragramma ed omettere altre decine che invece affermano che a quanto risulta, YHWH non è mai stato scritto nel NT.
      E poi, se fu rimosso per superstizione, eccesso di rispetto o qualsivoglia motivazione, come mai copie delle scritture ebraiche contemporanee a quelle greche, hanno mantenuto il tetragramma?

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    12. rispondo a SIMONE: perdonami, l'argomento di George Howard (che ipotizzava senza documentazione a supporto la presenza del Tetragramma nei primi manoscritti del Nuovo Testamento) è rimasto una teoria molto minoritaria e lo sappiamo bene non essere manco per niente supportata dai frammenti papiracei in nostro possesso; egli stesso in seguito si è mostrato sorpreso dell'uso che ne ha voluto fare in modo dogmatico e strumentale la Watchtower (esistono pubbliche sue dichiarazioni in proposito) .
      Direi chebasta attenersi alla realtà storica: gli autori del Nuovo Testamento (che scrivevano in greco) citavano quasi sempre dalla Septuaginta (LXX), la traduzione greca dell'Antico Testamento già in uso nelle sinagoghe della diaspora, dove il Tetragramma era GIA' regolarmente sostituito da Kyrios (Signore) o Adonai nella lettura orale. Se gli apostoli avessero voluto preservare il nome proprio ebraico nel greco, avrebbero potuto farlo (come hanno fatto con termini come Alleluia o Amen). Non lo hanno fatto perché la loro priorità erail discorso teologico su Gesù, la Cristologia: identificare Gesù come il Kyrios. Del resto va da sè abbastanza credo che la fede non poggia sulla pronuncia magica di un nome (che peraltro gli ebrei non pronunciavano per eccesso di rispetto), ma sulla Persona di Dio ... Il passaggio dal Tetragramma a Kyrios non è un errore, ma un'opera di inculturazione. Il greco era la lingua universale; usare Kyrios permetteva a un greco di Corinto o a un romano di capire che il Dio degli ebrei era l'Unico Signore Universale, non una divinità tribale locale legata a un nome specifico. Se l'assenza del Tetragramma fosse stata una "manomissione", avremmo dovuto trovare almeno una scia di manoscritti "superstiti" che lo contenevano! Il fatto che non esistano (su migliaia di frammenti) suggerisce che il testo originale greco usasse effettivamente Kyrios o Theos.
      Sebbene Ehrman sia scettico, egli stesso ammette che,nonostante le varianti, nessuna dottrina cristiana fondamentale cambia a causa di un errore di trascrizione.

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    13. Cari tutti, apprezzo molto il livello tecnico del confronto. Tuttavia, per rispondere a Stefano Greco e Nonsense, dobbiamo guardare ai fatti archeologici che smentiscono l'idea di una 'sostituzione naturale' del Nome con Kyrios.
      Non è una 'teoria minoritaria' senza prove: i frammenti della Septuaginta (LXX) più antichi in nostro possesso — come il Papiro Fouad 266 (I secolo a.C.) o il rotolo dei Piccoli Profeti di Nahal Hever — mostrano chiaramente il Tetragramma in caratteri ebraici all'interno del testo greco. Questo prova che al tempo di Gesù e degli apostoli, la traduzione greca della Bibbia conteneva il Nome. La sostituzione sistematica con Kyrios è un fenomeno dei codici del IV e V secolo d.C., quando l'apostasia e la filosofia greca avevano già iniziato a 'sostituire' l'identità del Dio biblico con concetti astratti.
      Come nota lo studioso Paul Kahle ne The Cairo Geniza: 'Abbiamo ora la prova che il testo greco della Bibbia [la LXX]... fu scritto da ebrei per ebrei e che in esso il nome divino non era tradotto con kyrios, ma scritto con lettere ebraiche'. Se gli scrittori del Nuovo Testamento citavano la LXX, citavano testi che avevano il Nome. Rimuoverlo non è stata 'inculturazione', ma una vera mutilazione testuale che ha generato quella confusione identitaria tra Padre e Figlio che ancora oggi divide i teologi.
      A chi dice che il nome non conta: se Gesù ha detto 'Sia santificato il tuo nome' (Matteo 6:9) e 'Ho fatto conoscere loro il tuo nome' (Giovanni 17:26), non si riferiva a un titolo generico. Un titolo indica una carica, il Nome indica la Persona. Ignorare il nome proprio di Dio per sostituirlo con un titolo (che la Bibbia usa anche per uomini e falsi dei, vedi 1 Corinti 8:5) significa depotenziare la relazione esclusiva che Dio ha voluto stabilire con l'uomo.
      Il punto non è la 'pronuncia magica', ma la fedeltà filologica. Se Dio ha ispirato il Suo nome circa 7.000 volte nelle Scritture, chi siamo noi per decidere che un titolo generico sia 'più comprensibile' o sufficiente?

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    14. Rispondo con piacere anche a Tommaso e Capitan Kirk, perché sollevate un punto etico e spirituale cruciale: il rischio del formalismo rispetto alla sostanza.
      A Tommaso: Hai centrato un paradosso storico drammatico. Il comando di 'non nominare il nome di Dio invano' (Esodo 20:7) mirava a proteggere la santità di Dio dalle calunnie, non a cancellarne l'identità. Sostituire il Nome con Adonai o Signore per 'paura di sbagliare' ha prodotto l'effetto opposto: ha reso Dio un'entità anonima e distante. Come nota lo studioso R.J. Campbell, 'un Dio senza nome è un Dio che rischia di diventare un'astrazione filosofica anziché una Persona con cui relazionarsi'. Se un figlio smettesse di chiamare il padre col suo nome per 'troppo rispetto', finirebbe per perdere la confidenza che il padre stesso desidera (Salmo 25:14).
      A Capitan Kirk: Dici che l'importante è il 'senso' e non il nome, citando il Padre Nostro. Ma riflettiamoci: Gesù inizia dicendo 'Sia santificato il tuo Nome'. Se il nome non fosse importante, avrebbe detto 'Sia santificata la tua Persona' o 'la tua Autorità'. In greco, onoma (nome) implica l'identità specifica che distingue un individuo da tutti gli altri.
      Non è una 'trappola della forma': è una questione di distinzione. In un mondo pieno di 'signori' e 'dei' (1 Corinti 8:5, 6), il Tetragramma serve a identificare inequivocabilmente Chi stiamo pregando. Lo studioso E.C. Dos Santos sottolinea che il recupero del nome divino non è presunzione, ma un atto di giustizia verso l'Autore che ha voluto firmare la Sua opera per 7.000 volte. Se il Nuovo Testamento oggi ci appare senza il Nome, non è perché Dio ha cambiato idea, ma perché i copisti successivi hanno preferito la tradizione umana alla chiarezza della Parola (Marco 7:13).
      Il miracolo non è capire Dio senza nome, ma scoprire che l'Onnipotente ha voluto farsi conoscere con un nome proprio per non restare un'energia impersonale, ma diventare il nostro Amico.

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    15. Caro Virgilio, il tuo ragionamento sulla linguistica è corretto ma giunge a una conclusione che contrasta con la natura stessa di Dio. Dire che l'Onnipotente 'non risponderebbe' se chiamato con una fonetica non perfetta significa ridurlo a un burocrate umano, mentre la Bibbia ci mostra un Padre che guarda al cuore.
      Proprio il punto che sollevi su Yah (Esodo 15:2) è illuminante. Se Dio accetta di essere chiamato con un diminutivo (presente tra l'altro in centinaia di nomi biblici e nell'esclamazione universale Alleluia, cioè 'lodate Yah'), come potrebbe 'offendersi' se usiamo la forma completa Geova? 'Geova' non è un errore, ma la resa italiana storica e consacrata di quel nome, esattamente come 'Gesù' lo è per l'originale Yeshua. Nessuno pensa che Gesù non risponda perché non usiamo la pronuncia aramaica del I secolo.
      Inoltre, lo studioso George Buchanan sottolinea che la pronuncia originale potrebbe essere stata molto più vicina a una forma a tre sillabe (come Ye-ho-wah) di quanto si pensi, basandosi proprio sui nomi teoforici come Giosuè (Ye-ho-shua). Ma al di là della disputa tra 'Yahweh' e 'Geova', la vera offesa — se di offesa vogliamo parlare — non è pronunciarlo 'male', ma cancellarlo e sostituirlo con un titolo anonimo come 'Signore', nascondendo l'identità dell'Autore dietro un velo di tradizione umana.
      Riguardo a Giovanni 8:58, l'uso di Ego eimi non era una formula magica di identità ontologica (usata in contesti simili anche dal cieco nato in Giovanni 9:9), ma un richiamo alla Sua preesistenza. I giudei volevano lapidarlo perché Gesù stava rivendicando un ruolo che lo legava direttamente al Padre, di cui aveva appena difeso il Nome.
      In sintesi: se Dio ha accettato il diminutivo Yah per millenni, apprezza certamente lo sforzo di chi oggi usa il Suo nome proprio per distinguerlo dal 'caos' dei titoli generici. È una questione di affetto e riconoscimento, non di analisi grammaticale.

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    16. Concludo con una riflessione finale per amore dell'argomento.
      Tornando sulla storia del Nome, c'è un fatto che smonta definitivamente l'idea che non debba essere usato: la struttura stessa della lingua ebraica. Se fosse stato proibito o 'offensivo' pronunciarlo, come spiegate il fatto che il popolo non ha mai smesso di inserirlo nei nomi propri?
      Personaggi biblici come Giosuè (Yeho-shua), Elia (Eli-yah) o Geremia (Yirme-yahu) portano il Nome di Dio impresso nella loro identità. Se le sillabe divine fossero state impronunciabili, gli ebrei avrebbero dovuto cambiare nome a metà dei loro profeti! Questo prova che il divieto di pronunciare il Tetragramma non era una legge di Dio, ma una superstizione tardiva nata dopo l'esilio babilonese, una di quelle tradizioni umane che Gesù condannò apertamente (Marco 7:13).
      Gesù non si sarebbe mai piegato a questa 'siepe' rabbinica. Quando in Sinagoga leggeva i rotoli di Isaia (Luca 4:18), i manoscritti dell'epoca (come dimostrano i ritrovamenti di Qumran) contenevano il Tetragramma. Gesù leggeva ciò che era scritto, non ciò che la tradizione voleva sostituire. Lo studioso Joachim Jeremias nota che la confidenza con cui Gesù invocava il Padre era dirompente proprio perché rompeva i tabù formali del tempo. Dire in preghiera 'Ho fatto conoscere loro il tuo nome' (Giovanni 17:26) non significa aver spiegato un concetto, ma aver restituito al Nome la sua presenza viva.
      Infine, su Yah: è la forma abbreviata che troviamo in Allelu-Yah. Se Dio accetta di essere lodato con un diminutivo che contiene la radice del Suo nome, è assurdo pensare che si offenda se usiamo la forma completa Geova, che è semplicemente l'adattamento fonetico nella nostra lingua.
      La verità storica è che il Nome è stato nascosto dagli uomini, non da Dio. Restituirgli il posto che gli spetta nelle Scritture è un atto di onestà filologica e di amore filiale

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    17. @Caro Simone il tuo ragionamento è condivisibile ma pone la domada:

      Sulla base di quale autorita possiamo modificare il testo?
      (Rivelazione 22: 18, 19)

      Nel testo originale del N.T. la parola usata è “Kyrios” significa “Signore”. Non compare il nome “Geova”.
      Sostituire “Signore” con “Geova” è quindi una scelta interpretativa, non una traduzione letterale dei manoscritti.

      Qui entra in gioco l’onestà filologica: un approccio filologicamente rigoroso traduce ciò che è effettivamente scritto (cioè “Signore”), inserire “Geova” significa introdurre un’interpretazione teologica, basata sull’idea che dietro “Kyrios” ci sia il nome divino ebraico (YHWH).

      Quindi con onestà filologica: si mantiene “Signore”.
      Con interpretazione teologica: si può usare “Geova”.

      Sarebbe bene non confondere onestà filologica con interpretazione del testo!

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    18. RISPONDO A SIMONE: Caro Simone, imanoscritti della Septuaginta in nostro possesso che conservano il Tetragramma (in caratteri ebraici arcaici o quadrati) sono pochissimi, circa una decina. Si tratta quasi esclusivamente di frammenti papiracei molto antichi, databili tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C.Trai più celebri figurano il Papiro Fouad 266, il Rotolo dei Piccoli Profeti di Nahal Hever e il Papiro Ossirinco 3522. Questi reperti testimoniano la prassi degli ebrei ellenizzati che, pur traducendo in greco, consideravano il nome divino troppo sacro per essere reso con un titolo...
      Al contrario, la stragrande maggioranza dei manoscritti della Septuaginta, e se nee contano migliaia, riporta sistematicamente Kyrios o Theos. Tuttavia, è fondamentale notare che la quasi totalità di questi manoscritti (come i grandi codici Vaticanus, Sinaiticus e Alexandrinus) risale al IV secolo d.C. o epoche successive, quando la LXX era ormai diventata la Bibbia ufficiale della Chiesa cristiana!Facendo un confronto nummerico diretto: il rapporto è di circa 1 a 500 a favore di Kyrios se consideriamo l'intera massa documentale, ma la proporzione si ribalta se guardiamo solo ai frammenti pre-cristiani. Sebbene i testimoni del Tetragramma siano numericamente esigui (meno dell'1% del totale), essi sono cronologicamente i più vicini agli autografi originali della traduzione greca...questa discrepanza numerica non indica una "mancanza di prove", ma descrive un cambio di utenza: finché la LXX fu in mano a scribi ebrei, il Tetragramma fu spesso preservato; quando la LXX passò nelle mani della Chiesa, il titolo Kyrios divenne lo standard. Questa capisci è la prova che la Chiesa primitiva leggeva l'Antico Testamento alla luce della signoria di Cristo, il Kyrios che rivela il Padre. SEGUE SECONDA PARTE

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    19. SECONDA PARTE COMMENTO A SIMONE: voelvo ancherevidenziare come l'argomento dei frammenti della LXX, puressendo storicamente accurato, venga utilizzato per operare un salto logico non dimostrato, poiché il fatto che alcuni scribi ebrei abbiano conservato il Tetragramma in greco prima di Cristo non garantisce affatto che gli autori cristiani del Nuovo Testamento abbiano fatto lo stesso negli autografi originali! Da un punto di vista filologico accademico, l'assenza totale del Tetragramma in oltre cinquemila manoscritti del Nuovo Testamento non può essere liquidata come "un complotto dei copisti dal II secolo in poi... perché una "mutilazione" di tale portata avrebbe lasciato tracce evidenti, come varianti testuali o controversie tra i Padri della Chiesa, che invece non esistono. Al contrario, l'uso dei Nomina Sacra rivela che i primi cristiani non stavano cercandodi astrarre Dio, ma stavano operando una sintesi teologica rivoluzionaria: identificando Gesù come il Kyrios (Signore), hanno applicato al Figlio la stessa dignità e sovranità di YHWH, rendendo il nome di Dio non più un segreto fonetico, ma una presenza incarnata.Sostenere che sostituire il Tetragramma sia stata un'apostasia significa paradossalmente accusare gli Apostoli e gli Evangelisti di aver fallito nella loro missione, ignorando che Gesù stesso, nel momento più drammatico della sua vita sulla croce, non ha invocato il nome proprio ebraico ma ha chiamato Dio "Padre" o "Dio mio". La "santificazione del nome" di cui parla il Vangelo di Matteo non è un esercizio di filologia masoretica, ma il riconoscimento della gloria di Dio che si manifesta attraverso la vita e le opere di Cristo, il quale non è venuto a insegnare "una pronuncia corretta", ma a rivelarechi il Padre è davvero nella sua essenza più profonda, cioè il Nome, appunto, secodon il suo significato ebraico. Chi riduce la fede all'uso di un fonema ricostruito come "Geova", che resta un'incidente diì lettura medievale e non una forma ispirata, rischia di scambiare l'etichetta con la persona e di ignorare che, per i primi cristiani, la vera fedeltà non stava nel ricalcare lettere ebraiche in un testo greco, ma nel proclamare che "Gesù è il Signore" a gloria di Dio Padre. Pertanto, l'archeologia dei papiri di Fouad o di Nahal Hever conferma solo l'uso ebraico pre-cristiano, ma non inficia minimamente la scelta libera e ispirata della Chiesa nascente di utilizzare Kyrios per sottolineare l'unità tra il Dio dell'Alleanza e il Cristo risorto,superando il nominalismo legale per approdare alla pienezza della rivelazione filiale che trasforma Dioda "Innominato" a "Padre".

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    20. beth sarim..., Mi inserisco nella vostra analisi, davvero ricca e ben argomentata, per aggiungere qualche osservazione.
      È vero che alcuni antichi manoscritti della Septuaginta conservano il Tetragramma, ma si tratta di pochi casi e non rappresentano una pratica diffusa. Già prima del cristianesimo, in ambiente ebraico, era comune sostituire il nome divino con “Kyrios” (Signore). Per questo non si può dire che il Tetragramma fosse la forma originale poi modificata dalla Chiesa (cfr. E. Tov, Textual Criticism of the Hebrew Bible, 3ª ed., 2012; L. W. Hurtado, The Earliest Christian Artifacts, 2006).
      Anche il confronto numerico proposto, pur sembrando convincente, è in realtà fragile: pochi frammenti antichi non bastano per stabilire quale fosse la forma standard di tutta la traduzione greca.
      Piuttosto, indicano che esistevano tradizioni diverse (cfr. A. Pietersma – B. G. Wright, A New English Translation of the Septuagint, 2007, Introduzione).
      Il dato più importante e incontrovertibile resta il Nuovo Testamento:
      nei suoi oltre 5.000 manoscritti non compare MAI il Tetragramma.
      Non esiste alcuna variante o testimonianza antica che dimostri che esso sia stato eliminato. Se fosse avvenuta una modifica così grande, ne troveremmo qualche traccia — ma non ce n’è nessuna (cfr. B. M. Metzger – B. D. Ehrman, The Text of the New Testament, 4ª ed., 2005).
      Semplicemente, in modo arbitrario, la WT lo ha inserito dove compariva il "Kyrios".
      Anche il discorso sui Nomina Sacra viene spesso forzato: si tratta soprattutto di un modo rispettoso di scrivere alcuni nomi sacri, non di una prova di particolari costruzioni teologiche (cfr. L. W. Hurtado, The Earliest Christian Artifacts, 2006).
      E' noto a tutti noi che il nome “Geova” è effettivamente una forma medievale e questo non dimostra nulla sull’uso del nome divino nei testi originali (cfr. G. Howard, “The Tetragram and the New Testament”, Journal of Biblical Literature, 1977, posizione discussa ma minoritaria).
      In sintesi: i pochi papiri con il Tetragramma mostrano che quella era una possibilità, ma non permettono di riscrivere la storia dei testi.
      I soli dati che un serio studioso accetta indicano che “Kyrios” era già in uso prima del cristianesimo e che solo questo appellativo è presente nel Nuovo Testamento.
      Resta un punto importante che attesta la serietà dei traduttori:
      modificare un testo scritto da altri, aggiungendo o togliendo al testo originale elementi, che siano idee, nomi o dettagli è un’operazione che invalida la traduzione stessa.
      Per avere una seria traduzione occorre avere un serio testo di riferimento che dovrebbe essere tradotto e trasmesso per quello che è.
      Gli studiosi, gli interessati, dopo lo studiano, interpretano e spiegano.
      I traduttori traducano e si limitino a fare questo, con l'unico obiettivo di fornire uno strumento utile a ricevere il pensiero dell'Autore in modo integro.
      Questo è, in fondo, l’unico legittimo atteggiamento di chi afferma di volere studiare seriamente la Bibbia.

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  9. Dal Libro di 64 pagine "Sangue, Medicina e Legge di Dio" del 1961 (bml-E) pp. 14-15
    “I cristiani maturi che si trovano di fronte alla decisione di valutare l'accettabilità di una terapia medica che prevede l'uso del sangue non adotteranno il punto di vista secondo cui, poiché la tecnica è cambiata, la legge non si applica più. Non penseranno che conservare del proprio sangue per una trasfusione sia più accettabile del sangue di un'altra persona. Sanno che Dio ha richiesto che il sangue versato venga sparso a terra. Né penseranno che una piccola infrazione, come la conservazione momentanea del sangue in una siringa quando viene prelevato da una parte del corpo per essere iniettato in un'altra, sia in qualche modo meno riprovevole rispetto alla sua conservazione per un periodo di tempo più lungo. Non cercheranno di vedere fino a che punto possono spingersi senza oltrepassare la legge.”

    https://da-ip.getmyip.com/pdf/Publications/Old%20Publications/1960-1979/1961%20-%20Blood,%20Medicine,%20and%20the%20Law%20of%20God%20-%20scanned.pdf?utm_source=perplexity

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    1. @ Saroj ma come sei fiscale scordi ah ah ah ah che quando uscì in italiano , la WT e CD ci avevano istruiti a dovere , da farci credere che ne sapevamo più degli anestesisti a tal punto che le congregazioni scegliendo i più indottrinati e bravi da poter sostenere una conversazione del genere con un'anestesista o un chirurgo ne territorio m si era fatto un territorio specifico per visitarli a casa , e gli consegnavamo l'opuscolo 2 Sangue e medicina e legge di Dio" ricordo che con un all'altro testimone , a quel tempo studente biblico. Con l'opuscolo in vano cercammo di farli capire all'anestesista , che era responsabile delle malattie , tra queste il cancro che faceva iniettare nella persona trasfusa e che poteva portarlo alla morte. Interessante la risposta del medico anestesista , Siete dei medici,? Siete degli anestesisti? Siete dei Chirurghi? Siete degli analisti del sangue ? , e chiaro che la nostra risposta fu no, allora dovreste sapere che il compito del Chirurgo dell'analista e dell'anestesista e salvare la vita delle persone , e noi Anestesisti e chirurghi ci fidiamo degli analisti del sangue, e quando è necessario per salvare la vita del paziente effettuiamo la trasfusione di sangue che a voi piaccia o no . e aggiunse mi spiace per voi ma non siamo noi che dobbiamo imparare da voi , ma voi e i vostri capi a imparare da noi , Vi ho accolto gentilmente , vi ho ascoltato , ma ora la nostra conversazione è finita , buona giornata a voi. e noi dopo questa magra figura fatta , uscimmo , e ci dicemmo: é proprio vero che chi è contro Dio non vuol sentire ragioni. Capito Saroj ? Era l'anestesista contro Dio ,non noi , che indottrinamento.....

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    2. vorreil anche fare una osservazione su Giovanni 8:58: Giovnani 8:58 rispondendo a chi affermava: "riguardo a Giovanni 8:58, l'uso di Ego eimi non era una formula magica di identità ontologica (usata in contesti simili anche dal cieco nato in Giovanni 9:9), ma un richiamo alla Sua preesistenza. I giudei volevano lapidarlo perché Gesù stava rivendicando un ruolo che lo legava direttamente al Padre, di cui aveva appena difeso il Nome"......

      Ora, l’analisi di Giovanni 8:58 rivela come il tentativo di declassare l’affermazione di Gesù a una mera indicazione anagrafica poggi su una serie di fallacie di contestualizzazione e di forzature grammaticali. In Giovanni 9:9, il cieco nato usa l’espressione ego eimi semplicemente per confermare la propria identità fisica di fronte a chi gli chiedeva se fosse lui il mendicante, rispondendo con un banale "Sì, sono io". Al contrario, in Giovanni 8:58 Gesù non sta identificando la propria persona in risposta a una domanda descrittiva, ma sta definendo la propria relazione ontologica con il tempo e con Abramo. Egli non utilizza il tempo passato en ("io ero"), che sarebbe stato corretto se avesse voluto indicare solo una preesistenza temporale, ma sceglie deliberatamente il presente assoluto eimi. Questo uso, grammaticalmente anomalo in combinazione con un riferimento a un’epoca passata, indica una condizione di esistenza eterna che trascende la linea del tempo. Il contrasto verbale nel testo greco è netto: per Abramo viene usato genesthai, che indica il venire all'esistenza o il nascere nel tempo, mentre per Gesù viene usato eimi, che descrive uno stato permanente. Se Gesù fosse stato solo una creatura preesistente, magari angelica, la frase corretta sarebbe stata "prima che Abramo nascesse, io ero già stato creato", ma dicendo "Io Sono", Egli rivendica l'attributo divino dell'eternità. L reazionedei Giudei conferma questa interpretazione: secondo il Levitico, la lapidazione era la pena per la bestemmia, non per la pazzia o per la pretesa di ...essere molto anziani! Quando i presenti raccolgono le pietre, lo fanno perché riconoscono in quell'ego eimi il richiamo diretto all'autoproclamazione di Dio in Esodo 3:14 nella versione greca della Settanta. Per un giudeo del tempo applicare a se stessi il presente assoluto di Dio era la bestemmia massima, poiché significava farsi uguale a Dio.
      Inoltre, l'idea che Gesù volesse semplicemente difendere il nome fonetico del Padre è smentita dal testo stesso: in tutto il capitolo 8 di Giovanni, Gesù non cita mai il Tetragramma né discute della sua pronuncia, ma sposta costantemente l'attenzione sulla propria identità come luce del mondo e sul legame unico con il Padre. Alucne pagine di test di gevoa on line fanno riferimento a grammatiche come la Blass-Debrunner per sostenere che il presente possa essere tradotto come passato è parziale, poiché tali testi specificano che l'uso in Giovanni 8:58 è del tutto peculiare e indica un'esistenza assoluta senza inizio. La traduzione "io ero" o "sono stato" cancella deliberatamente la sfumatura di eternità voluta dall'evangelista per scopi teologici. Questa operazione si rivela il solito procedimento di eisegesi: si assume che Gesù non possa essere dsella stessa natura/essenza divina del Padre (v. Col. 2:9 TNM 2017) e si adatta la traduzione di conseguenza, ignorando perfino la propria Kingdom Interlinear che riporta correttamente "I am" nel testo greco sotto le parole originali. Infine, l'inconsistenza emerge anche nel negare il legame con l'Esodo: sebbene in Esodo 3:14 la LXX usi la formula estesa, in molti passi di Isaia Dio usa proprio il semplice ego eimi per identificarsi come l'unico Dio, la medesima formula abbreviata che Gesù utilizza per rivelare la propria divinità. In definitiva, la struttura del Vangelo di Giovanni e la grammatica stessa smentiscono ogni tentativo di trasformare questa potente dichiarazione.... in una semplice nota informativa sulla propria età. Queste sono le mie conclusioni . Grazie.

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  10. Carrelli espositori vanno in pensione! Nuova luceeeeeeee! Andrea

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    1. Gli espositori hanno fatto più male che bene alla predicazione. La gente buttava un inevitabile occhio a questa letteratura esposta, e si teneva a debita distanza poichè leggeva titoli che parlavano di "vita eterna e come ottenerla", "l'esistenza di Satana", "risolvere la disoccupazione o guarire dalle malattie associandosi ai TdG" e cose simili. Moltissima gente, seppur di sfuggita e dandolo poco a vedere, ha potuto in questo modo sapere più cose sulla dottrina dei TdG, leggendo i titoli e vedendo le figure, argomenti che, agli occhi del mondo, fanno apparire i TdG come una setta di folli o fanatici, e così coloro che passavano appresso agli espositori si sono schifati ancora di più. Non si deve pensare da Testimoni di Geova se si vuole rendersi conto di questa realtà.
      Poi, il fatto di apparire tutti come stoccafissi, marmorei con giacca a cravatta sempre e comunque (anche con 35 gradi), con le donne visibilmente con la faccia di chi è succube del marito (per gli occhi del mondo attuale, almeno in Occidente), non faceva altro che aumentare la deterrenza.
      Alla fine, se ne sono accorti anche a Warwick.


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    2. Vero @Giorgina, ricordo una discussione fine anni '90 con un fratello che si era trasferito dalla Germania e ci aveva raccontato che lì non potevano suonare i campanelli ma stavano fermi per strada con le riviste in mano non so se con carrello o meno. Fatto sta che la discussione tra giovani aveva creato due distinti schieramenti, chi era a favore
      e sperava venisse adottato anche in Italia, chi invece era contrario perchè poco efficace. Io ero a favore in quanto mi ha sempre imbarazzato disturbare le persone a casa, ma in effetti come metodo era poco utile ai fini della vendita oops, della distribuzione di letteratura. Così come non si fermavano le persone in Germania, non si fermano manco oggi agli espositori.

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    3. Sugli espositori ci sarebbe molto da dire. Da un lato sono serviti a rendere la religione dei Testimoni di Geova, o meglio il logo JW, un semplice "prodotto" da commercializzare, un brand come tanti. Dall'altro sono serviti a far fare le ore di servizio ai pionieri senza parlare con nessuno se non hai rarissimi che di loro iniziativa si avvicinavano. Molto più facile e meno pericoloso che bussare a una porta di uno sconosciuto potenzialmente ostile. Ora che non si segnano più le ore la quantità di tempo dedicata alla predicazione è calata notevolmente. Ci sarà anche chi fa il carrellino una volta al mese e così spunta la casella senza parlare con nessuno. A me sembra ci sia in corso un depauperamento generale e galoppante.

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  11. Di seguito la comunicazione per le congregazioni di aprile 2026:
    Possibile carenza di cibo e di carburante. Date le circostanze attuali incoraggiamo tutti di fare preparativi ragionevoli in previsione di una carenza di cibo, acqua, carburante o altri beni di prima necessità. Ad esempio, cercate di tenere una scorta di cibo non deperibile e, dove consentito dalla legge, di conservare in modo sicuro il carburante per generatori e veicoli essenziali. Abbiamo piena fiducia nella promessa di Geova di aver cura delle nostre necessità. Allo stesso tempo Geova ci aiuta ad adottare misure pratiche per il bene nostro e delle nostre famiglie.

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    1. beth sarim..., ma la fiducia in Geova? Non ci dovevamo affidare a Lui per la salvezza?
      Più che fornire conforto religioso sembrano fornire linee guida di una setta apocalittica in trepidante attesa di eventi drammatici in stile "L' Alba del Giorno Dopo"

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    2. # Anonimo delle 13:18 - 15 aprile

      "carenza di cibo, acqua, carburante o altri beni di prima necessità."...

      Ma in Italia (e anche nella UE) dove sono queste emergenze? Dove mancano cibo e acqua? E poi fare scorta di carburante come? Stivando in cantina o in garage taniche di benzina e di gasolio per mesi? Hanno idea di quanto verrebbe a costare? Geova non cura le nostre necessità dando soldi ai TdG....Anzi, è la "sua" Organizzazione che continua a chiedere denaro.

      Questo è il solito terrorismo psicologico da setta apocalittica per tenere strette le file. Ogni tanto lo tirano fuori per dare un pò di brio alla fidelizzazione dei seguaci, in modo che non si rilassino troppo, specie dopo le "liberalizzazioni" concesse dalle ultime "nuove luci".


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    3. Assolutamente d’accordo Samuele, è lo stesso motivo per cui ricordano regolarmente di preparare una borsa di emergenza. Recentemente sono stato contattato dal sorvegliante del gruppo per il nostro “piano di emergenza”: raccoglie una serie di dati per ogni famiglia e li tiene in un file da usare in caso di calamità. Voleva tra l’altro il numero di telefono e l’indirizzo dei miei parenti più prossimi non TdG. Ci hanno spiegato qual’è il punto di raccolta da raggiungere e in cui trovarsi con gli altri del gruppo. Gli ho detto che mi sembra esuli dal ruolo di una religione e che in Italia esiste la protezione civile. Non hanno insistito probabilmente perché sanno che raccogliere e conservare tutte quelle informazioni non è neppure legale. Vogliono far vedere che sono super efficienti e che si preoccupano di te. In realtà ti incasellano il più possibile per farti credere che se esci ti sentirai perso e non ci sarà nessuno che si preoccupa di te.

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    4. beth sarim..., Caro Saroj, hai fatto bene: il ruolo di una comunità religiosa dovrebbe limitarsi alla sfera spirituale. Se si offre supporto materiale, dovrebbe essere fornito a sostegno delle attività già presenti sul territorio, sul modello della Caritas o di realtà simili. In questo caso, ci si siede a un tavolo di lavoro con dei professionisti e si fornisce un elenco dei beni e delle risorse che si mettono a disposizione della comunità.
      Spesso, invece, vengono creati elenchi, comitati e sottocomitati composti da persone con competenze molto diverse. Anni fa fu inviata una circolare alle congregazioni in cui si richiedevano professionalità da inserire in un database. All’epoca fornimmo al sorvegliante due nominativi: un camionista e un’assistente alla poltrona in uno studio dentistico, entrambi disponibili in caso di emergenza.
      Quando ci fu il terremoto in Abruzzo, il camionista ci contattò per mettere a disposizione la sua competenza e il suo mezzo, ma fu ignorato e non abbiamo mai saputo il perché.

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    5. Bisogna come sempre usare equilibrio, mentre non costa molto tenere pronta una borsa di emergenza con dentro una torcia, un coltello multiuso (occhio alle nuove leggi sulla lunghezza della lama), una radiolina a pile, una bottiglietta d'acqua, una coperta termica, kit medico, insomma quello che serve per superare una emergenza di 1 o 2 giorni, a prescindere se si è tdG o no, un altro conto è fare riserve: io personalmente ho messo in cantina qualche pacco di riso e farina sottovuoto, memore del periodo covid quando erano spariti dai negozi, ve la ricordate la corsa al lievito? Non perchè arrivi Armaghedon, nemmeno la guerra, ma molto più terra terra ho paura degli speculatori che comprano enormi quantità in tempi di crisi per poi rivendere stra-guadagnandoci. Ecco perchè potrebbero mancare le materie prime col blocco navale. Mi ero anche informato sulle taniche di benzina, a parte la pericolosità dei vapori, essendo composto organico non si può tenere a lungo, bisogna usarla perchè dopo 6 mesi inizia a deteriorarsi. Ricordo mia nonna tdG nel famoso periodo del '75 (stay alive till senventy-five) aveva riempito la cantina di scorte, poi parecchia roba è andata a male. Niente di nuovo quindi, però come
      è stato giustamente detto lasciamo fare alla protezione civile, che sanno quello che devono fare, e poi a 50m da casa mia c'è un cartello del punto di raccolta.

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    6. # Saroj
      Hai scritto in merito al sorvegliante del gruppo per il piano di emergenza:

      “raccoglie una serie di dati per ogni famiglia e li tiene in un file da usare in caso di calamità. Voleva tra l’altro il numero di telefono e l’indirizzo dei miei parenti più prossimi non TdG.”

      Potresti dirmi, gentilmente, di che dati familiari voleva acquisire informazioni? E come ha giustificato la sua richiesta di avere recapiti anche di tuoi parenti non associati alla WTS?

      E dove andrebbero poi stoccati questi dati di persone non associate alla WTS?

      Ti ringrazio in anticipo per la tua risposta.

      PS: # tutti/e: anche in altre congregazioni è successa la stessa richiesta? Ringrazio per la collaborazione in caso di risposta.


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    7. Samuele il ragionamento che faceva era che occorre un contatto esterno alla famiglia (intesa come coloro che vivono insieme) perché se si viene colpiti ad esempio nella propria abitazione è probabile che si sia tutti nelle stesse difficoltà e quindi un familiare che non vive con noi potrebbe avere informazioni sulla nostra salute o altro. I nostri parenti che non vivono con noi non sono TdG e quindi voleva i loro indirizzi e telefoni, almeno di uno di loro. Nel nostro gruppo penso sia stato l’unico io a rifiutare. Questa tabella viene conservata nel computer o del sorvegliante del gruppo o del CCA. I dati in forma aggregata e anonima mi risulta vengano trasmessi al CO.

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    8. @Samuele Rino, hai perfettamente ragione, ogni tanto partono con queste comunicazioni di rifornimento di alimentari e carburanti per cavalcare l' onda del " siamo vicinissimi" così tengono il gregge sotto tensione e paura.
      Naturalmente ribadiscono che bisogna confidare in Geova, ma nello stesso tempo ci esortano ad essere vigilanti e a continuare a correre per l' organizzazione........
      In poche parole cari criceti continuate a correre nella ruota, che non vi venga in mente di smettere perché NOI vi vogliamo tanto bene, e vi avvisiamo dell' imminente pericolo.

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    9. @ Saroj

      Grazie per le info. Ad ogni modo se la persona cui si riferiscono i dati non dà il consenso quella raccolta integra un illecito. Anche se non c'è sussistenza di profitto o di volontà di danneggiamento a detrimento della persona cui si riferiscono i dati (nel qual caso la condotta di questi anziani integrerebbe la previsione penale ex art. 167 Codice della Privacy) rimane pur sempre un illecito amministrativo che l'nteressato può segnalare al Garante della Privacy (articolo 77 del Gdpr e artt. da 140-bis a 143 del Codice Privacy).

      Ricondurre questi "nominati dallo Spirito" alle loro responsabilità civili ed eventualmente anche penali, rappresenta sempre, oltre che una legittima azione di tutela, un'azione per riportarli alla dimensione del mondo reale, un'ossigenata al loro cervello che li aiuta a togliersi, ancorchè temporaneamente, dai fumi allucinogeni del mondo alienato delle disposizioni "teocratiche" cui obbediscono come androidi.




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    10. @ Samuele sono d'accordo e aggiungerei che tale consenso andrebbe in forma scritta con relativa consegna del documento che spiega come e dove vengono conservati i suoi dati. Sembra la congregazione voglia operare in un mondo a parte dove le leggi non si applicano ma non è così.

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  12. Prima della fine del mondo del 1975 fu fatta una raccolta di cibo nelle case in vista dell'imminente carestia che si sarebbe verificata . per averlo a disposizione razionandolo quando sarebbe avvenuta la carestia mai vista , ma poi passato l'inganno , ci dissero che bisognava disfarcene , altrimenti se sarebbe venuta la carestia sarebbe stato un pericolo per la nostra vita . Capito ? prima era la salvezza della nostra vita , poi sarebbe stata la causa della nostra morte. Alle ragazze e ragazzi fu consigliato di non sposarsi , ma quando la vu ts e cd consigliano è un ordine di non sposarsi , per non essere legati quando scoppiava la grande tribolazione e a gli sposati di non avere figli che sarebbero essere la causa della nostra morte nella grande tribolazione prima della fine del mondo del 1975, Quello di chiedere il numero di telefono , del parente più vicino , hanno l'ordine di farlo in tutte le congregazioni , e quando non ci riescono direttamente , usano un anziano o servitore di ministero che con il parente stretto , che con la scusa di avere smarrito il numero di telefono . , se poteva avere , perché avrebbe voluto salutarlo. buona giornata a tutti.

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    1. Questo popolo mi onora con le labbra, ma con il cuore è molto lontano da me. Invano continuano ad adorarmi, perchè insegnano come dottrina comandi di uomini. Lasciando da parte il comandamento di Dio voi seguite tradizioni di uomini.

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Grazie per il commento.